Dice che Bersani sfonda al sud

È sempre pericoloso analizzare i dati secondo un unico criterio di lettura, per esempio quello geografico. Tanto più se A) quei dati sono ancora, colpevolmente, ufficiosi; e B) stavolta il “paese a due velocità” non mi pare esser stato davvero al centro del dibattito in queste ultime settimane, né motivo di particolari scontri tra i candidati, tali da giustificare margini tanto netti. Detto ciò, se proprio occorre soffermarsi su questo aspetto, credo sia inavveduto e controproducente cedere a letture estemporanee e lineari del fenomeno, come quelle esagitate di alcuni commenti o come quella dello stesso segretario del PD, chiamato a commentare a caldo i primi risultati: in pratica, vinco lì perché ho più a cuore dei miei avversari i guai di quelli lì.

Poi magari mi sbaglio, ma dubito fortemente che le percentuali di Bersani al sud siano interamente riconducibili a una maggiore vicinanza degli elettori al programma e/o alla figura del segretario. Lo dico con sincerità e a costo di impantanarmi nella peggiore dietrologia, ma da calabrese non posso non pensare che parte di questo consenso non sia anche frutto di una certa compattezza di gruppi storici e dirigenze locali i cui principali esponenti sono ormai noti a ben più di una generazione, gruppi cui – al di là degli scenari politici in evoluzione – importa anche azzeccare la probabile maggioranza e ritrovarsi dalla parte giusta alle prossime politiche. Il che non implica che molte persone di quei gruppi non abbiamo davvero a cuore le “sofferenze particolari” di cui parla Bersani, anzi. È proprio su questa convinzione che fondano la loro autorità, forti di una conoscenza in alcuni casi più che trentennale del tessuto urbano e delle dinamiche sociali. Da questo punto di vista, mutazioni lente o migrazioni bibliche dell’elettorato sono uno scenario ben più frequente che non le repentine e imprevedibili oscillazioni, che pur si registrano a livello nazionale. Il risultato è che, di solito, si è sempre in ritardo di un turno rispetto alla risposta del paese. Se non fosse così carica di tradizione e di accezioni negative, oltre che un tantino fuori moda, resusciterei una parola: trasformismo. Da dire a bassa voce, che basta un attimo e te la ritrovi dappertutto per mesi.

Farei comunque molta attenzione a soppesare certi numeri e a prenderli come una chiara preferenza verso la persona (cosa che le primarie per la scelta del miglior candidato dovrebbero pure includere): una cosa è dire di riconoscere in quel candidato il miglior portavoce delle proprie idee, un’altra è dimostrare fedeltà al segretario nazionale del proprio partito. Specie se quel partito è oggi il primo in Italia e quasi certamente lo rimarrà fino ad aprile. E specie se quegli altri candidati, ma chi li conosce? Bisognerebbe ricominciare tutto da capo. Vuoi mettere Pier, che ormai è come un amico. Altro che “si riparte da zero”.

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