Le insidie dell’aggettivo qualificativo

Ancora sul tema non marginale del “noi siamo il nostro linguaggio”, altrimenti noto come “le parole sono importanti”, accogliamo con sollievo l’approvazione in Senato di un importante provvedimento sull’equiparazione tra figli legittimi e figli naturali, un traguardo che ieri Elena Loewenthal sulla Stampa giustamente definiva linguistico prima ancora che giuridico.

La prima giustizia di questo provvedimento è di ordine semantico: il «figlio naturale», nato fuori dal matrimonio, era infatti una definizione tanto ovvia quanto assurda nel suo presupporre, per opposizione, l’esistenza di figli «artificiali».

Al di là dei diritti finalmente riconosciuti ai figli in quanto tali (senza qualificativo), è una buona notizia perché il testo interviene a correggere paradossi semantici degni del cappellaio matto e della lepre marzolina, con cui convivevamo fino a ieri. Paradossi del tipo «il figlio naturale del figlio non è nipote di suo nonno» con pesantissime ricadute sulla realtà, che appunto è quella cosa lì che creiamo con le parole, mica altro. Ok, la strada è lunga, il nostro diritto di famiglia ha bisogno di ampie revisioni, ma – come ricorda stamattina anche Ainis sul Corriere – in tempi di inspiegabile ebbrezza da fine mandato, è una buona legge, dove per buono ci intendiamo tutti: meglio di prima.

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