Angelino’s speech: come fare cose con le parole

John L. Austin (1911-1961) era un filosofo inglese che parlava tantissimo e scriveva pochissimo (non come Socrate, che non ha scritto niente, ma quasi). Tant’è che il suo libro più importante, Come fare cose con le parole, è una raccolta postuma di sue lezioni tenute ad Harvard nel 1955. Austin dice che un momento essenziale del nostro parlare è quando noi facciamo cose già per il fatto stesso di dirle: giurare, promettere, battezzare, sposare, scusarsi. E non c’è altro modo di farle, queste cose qui: solo con le parole. Io posso giurarti qualcosa soltanto dicendoti «te lo giuro». Ora, per fare queste cose, servono almeno due attori in uno stesso contesto: io che parlo e tu che ascolti. Altrimenti, se sono io da solo, è tutt’al più una preghiera, una formula magica o un delirio, che per taluni sono anche sinonimi. La caratteristica più importante di questo genere di enunciati – Austin li chiama “performativi” – è che non si può dire se siano veri o falsi, qui il fact-checking non c’entra un accidente. Semmai si può dire se siano felici o infelici, adeguati al contesto o meno. Per esempio: felici, se mi scuso con te per aver registrato, per sbaglio, la finale di Champions sul filmino del tuo matrimonio; infelici, se mi scuso con te mentre mi cammini sullo stomaco coi tacchi a spillo.

Apparentemente simile, ma da tutt’altra parte, sta una funzione del linguaggio di cui non parla Austin, bensì Roman Jakobson (1896-1982), un linguista russo che prima di sistemarsi pure lui ad Harvard girò parecchio (erano gli anni che in Europa non conveniva neppure disfarle, le valigie). Questa funzione è detta fàtica (dal latino arcaico “fari” = “parlare”, un verbo difettivo da cui peraltro derivano un sacco di parole impegnative come “fama”, “fato”, “infanzia”) e si manifesta in tutte quelle occasioni in cui il nostro parlare si riduce a un puro test del canale, prove tecniche di comunicazione. Prova uno-due-tre prova. Un checking e basta, senza fact. Un po’ come quando alziamo la cornetta del telefono e diciamo «pronto?». Pronto chi? A fare che? Certo che è pronto, ha telefonato lui (questa curiosa risposta automatica senza senso è un’eredità dei tempi in cui tra te e me c’era di mezzo un centralinista, e quindi quel «pronto?» era necessario, referenziale, e non fàtico: tu rispondevi «sì, pronto» e il centralinista allacciava).

Ora, cosa c’entra Alfano con Austin e Jakobson?

Temo che nel linguaggio delle istituzioni sia oggi dominante la funzione del secondo tipo, quella fàtica, e siano assai più rari i momenti linguistici performativi. Viviamo da decenni in un contesto politico e sociale in cui la parola non comporta più niente, un mondo di “dichiarazioni” senza azioni, di litanie inascoltate. E proprio su questo meccanismo del reciproco non ascoltarsi si regge l’autoconservazione dello stato delle cose. Ogni tanto, però, capita ancora che uno parli ma che l’altro ascolti: in seguito all’intervento alla Camera di Alfano di venerdì scorso (leggi “parole”), Mario Monti ha deciso di presentare al Presidente della Repubblica le sue «irrevocabili dimissioni» (leggi “cose”). Al di là delle sue reali intenzioni, Angelino Alfano ha avuto una prova lampante di una realtà paradossalmente dimenticata e perfino temuta, specie da chi teme le responsabilità: che lo strumento della politica è la parola. Più che gli attori, le “solite facce”, dovrebbe preoccuparci il solito scenario. Il primo auspicio per il nostro paese è di recuperare in fretta uno spazio comunicativo in cui no, non puoi dire il cazzo che ti pare ed essere relativamente certo dell’immutabilità del contesto. E prima che sia troppo tardi faremmo bene anche a occuparci di tutti quegli altri, quelli dell’ “anti-politica”, quelli che i fatti sono il contrario delle parole. Ma manco per sogno.

 

 

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