La balla della strumentalizzazione

Quando succedono cose come la strage nella scuola elementare Sandy Hook (Connecticut, Stati Uniti), una delle più inossidabili posizioni del giorno dopo, a qualsiasi latitudine e in qualsiasi periodo dell’anno, è che non è il momento di parlare. Una posizione che di solito si fonda sulla sacralità del silenzio, sul cordoglio rispettoso, sull’impotenza di fronte all’orrore e cose così. C’è anche chi impiega centinaia di parole per dire che non ci sono parole.

Poi, sempre sul fronte del silenzio come unica risposta possibile, ci sono quelli che non è il caso di parlarne “a caldo”, quelli che in certi momenti la politica è il male, e qualsiasi parola che vada oltre il «mi dispiace» – magari provare a mettere insieme i pezzi, porsi qualche domanda di puro buon senso – è già una “strumentalizzazione”. Che poi sarebbe il nome che i cattivi politici danno alla politica degli altri, tutti convinti che qui sia una specie di gara a chi ha più colpe e chi ha più meriti. All’indomani della strage nel cinema di Aurora (Colorado) del 20 luglio 2012, Adam Serwer, blogger e giornalista della rivista statunitense Mother Jones, scriveva:

In un trauma collettivo nazionale – che è esattamente il modo in cui l’America, nel bene e nel male, tratta eventi del genere – la politica è necessariamente coinvolta. Non solo è opportuno chiedersi come siamo arrivati a questo punto, ma sarebbe irresponsabile non farlo.

Ora, a costo di trasformare questo blog in un unico post sempre uguale, occorre ripetere un punto che continua a sfuggire: non solo le parole ci sono sempre, ma non c’è altro che quello. Una cosa è dire che nessuna parola allevierà il dolore delle famiglie colpite dal lutto (eh, ma vallo a dire al sacerdote cui tocca l’omelia); un’altra cosa è dire che non ci sono parole, punto e basta, appellandosi a imperscrutabili e immotivati equilibri cosmici, nel peggiore dei casi. Non è così: le parole occorrono soprattutto adesso. C’è un punto molto più importante della correttezza o meno delle riflessioni del giorno dopo. E cioè che è giusto farle. È giusto che a guidare le nostre scelte, a tracciare la rotta della nostra politica sia intanto quello che succede intorno a noi, e poi quello che non succede ma riteniamo ugualmente possibile.

Chiudere qualsiasi discussione prima ancora di aprirla, in nome di un silenzio saggio e rispettoso, non aiuta nessuno. Credere poi che, malgrado i nostri sforzi e il nostro impegno quotidiano, il “male” troverà sempre la via per esprimersi, è una posizione abbastanza curiosa e, volendo, l’inizio di un’interessante disputa teologica che sarebbe meglio non riservare alle prime pagine dei quotidiani. Perché è una mossa pericolosamente deresponsabilizzante. È come credere che a prescindere da come sistemiamo i pezzi sulla scacchiera e da come giochiamo la partita, lo scacco matto dell’avversario arriverà sempre e comunque. Che non è una mentalità da gente cinica e vissuta. È una mentalità da perdenti.

Scrive oggi Riotta sulla Stampa: «è tra noi una violenza che non sappiamo reprimere con il diritto e la polizia, non sappiamo sradicare con la psichiatria libera che sognavano i medici ribelli Cooper e Basaglia, non riusciamo a isolare con le comunità solidali». Ok, afferrato: il male è tra noi. Direi comunque di complicargli la vita. In tutti i modi possibili, a partire da subito.

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