Dieci canzoni del 2012

Non le migliori, né le più vendute, soltanto la mia lista personale alla fine della fiera. Dato l’alto rischio di ecchìssene, proviamo a rendere tutto meno superfluo raccontandoci qualcosa around the christmas tree.

Beach House – On the sea // Bloom
Sono due e sono di Baltimora (se ne parlava qui con quei bravi ragazzi di Rubric). Lei, in piedi, canta e suona l’organo elettrico. Lui, seduto, pensa alla chitarra e tiene linea di basso, effetti e loop vari schiacciando un sacco di pedali lì sotto. Da uscirci pazzi. Prenderne un altro no? Ci avevano provato, ma invece che piacergli di più, il risultato gli piaceva di meno. Quindi niente band. Il punto di forza rimane la voce, di una lentezza inimitabile e incantevole: fosse per lei, il testo di ogni canzone sarebbe una sola parola scandita in tre lunghissimi minuti. Nel 2010 hanno inciso un album che non ti lascia la stessa persona di prima. Quello di quest’anno è buono pure, ma dal prossimo giro serve qualche idea nuova.

Andrew Bird – Near death experience experience // Break It Yourself
Cantautore di Chicago, suona vari strumenti a corda e fischia. Sì, fischia. In un’intervista al Time Out Amsterdam disse che, al pari del pianoforte o del violino, anche il fischio richiederebbe una formazione e un diploma accademico. Ed era serissimo. Ha imparato a suonare il violino a quattro anni, col metodo Suzuki, una roba che prevede che il bambino impari – il prima possibile – a usare lo strumento esattamente come si apprende una lingua: imitando i suoni. Un’altra molto bella dell’album, più allegra, è Dans Caribe.

Spiritualized – So long you pretty thing // Sweet Heart Sweet Light
Per molti sono quelli di Ladies And Gentlemen We Are Floating In Space e basta. Hanno fatto anche altro, dopo, ma non se li è filati nessuno. Fino a quest’anno. Sweet Heart Sweet Light è pieno di belle canzoni ma ce n’è una che è un album nell’album, un pezzo dannatamente classico, cioè di quelli che hai già ascoltato centinaia di volte la prima volta, e va benissimo così. Attacca a 00:40, dopo una specie di filastrocca. Cominciano organo e pianoforte, poi arrivano gli archi, le chitarre, un banjo, i cori, i fiati. Tutto in un interminabile crescendo fino al ritornello: una liberazione. Magnifico. E te lo porti dietro fino in fondo, niente più strofe. Finisce che stai già cantando con loro, al primo ascolto: “so long you pretty thing, save your little soul / the music that you played so hard on your radio / all your dreams and diamond rings and all that rock and roll can bring you so looooong, so long…”

The Tallest Man On Earth – Little brother // There’s no leaving now
Si chiama Kristian Matsson ed è uno svedese di media statura. Gli dicono tutti che ricorda Bob Dylan, lui fa spallucce e dice che sì, da ragazzo lo ascoltava parecchio ma mica solo quello (molto più Nick Drake, per dire). È uno bravo, non si capisce se è più bravo a suonare o a cantare, anche perché fa sempre le due cose insieme, pure quando registra i dischi in studio: se non suona non riesce a cantare, e viceversa. L’anno scorso ha fatto da spalla ai Mumford & Sons.

M. Ward – Watch the show // A Wasteland Companion
A momenti lo scorda pure lui, per cosa sta la “M” (Matthew). È cresciuto in California con una chitarra sempre in mano, ascoltando Johnny Cash e John Fahey. Oggi è un cantautore riconoscibilissimo, molto amato dalla critica e dai suoi fan (non molti, a dire il vero, ma riempire gli stadi col country è tosta). È un tipo eclettico ma le cose migliori restano quelle in cui ritrova una vena malinconica tutta sua (tutti dovrebbero ascoltare Chinese translation almeno una volta nella vita e impararne il ritornello). A un certo punto ha fatto un paio di dischi pop con Zooey Deschanel e – considerando la sfortunata serie “nota star del cinema incontra ignota rockstar” – non gli è andata affatto male (sicuramente meglio a lui con Zooey Deschanel che all’incolpevole Pete Yorn con Scarlett Johansson, la cui sola presenza scenica meriterebbe una riflessione a parte). Watch the show parla di un vecchio impiegato di un network televisivo, deluso e incazzato col mondo, che non pensava di finire dietro le quinte (I thought I’d be the man unmasking the clown / Not the guy out polishing his nose) e che una notte si barrica in studio e va in onda. La batteria è di Steve Shelley dei Sonic Youth.
Starebbe bene in un film di Tarantino e Rodríguez.

Punch Brothers – Movement and location // Who’s Feeling Young Now?
Sono cinque, fanno bluegrass ma un tipo di bluegrass che lascia scontento chi lo ama e scontento chi lo detesta: devi stare lì in mezzo. Tra di loro si conoscono da quando avevano cinque anni, hanno tutti studiato musica e due di loro – Chris Thile (voce e mandolino) e Gabe Witcher (violino) – sono ex-bambini prodigio, di quelli che finché sono piccoli sono prodigio, poi crescono e nessuno ne sa più niente. Si sono ritrovati tutti in un bar di NY, un giorno, mollati dalle rispettive fidanzate, e invece che buttarla (solo) sull’alcol si sono messi a suonare insieme. Il nome “Punch Brothers” lo hanno trovato in un racconto di Mark Twain. Altre cose: sull’album c’è una bella cover di Kid A dei tu-sai-chi.

Tindersticks – Frozen // The Something Rain
Loro sono di Nottingham, suonano da vent’anni e non hanno mai scelto di piacere più alla critica che al pubblico. Ste cose succedono, non si decidono: ognuno fa la musica che gli riesce. A loro per esempio non riesce di fare il pezzo che spopoli in radio (e manco ci vanno vicino, proprio). Attorno all’unico elemento riconoscibile della band – la voce baritonale di Stuart Staples, un Nick Cave più inquieto – montano un’impalcatura di arrangiamenti orchestrali e refrain ossessivi. Frozen è un ottimo esempio: si parte col giro di basso e l’eco di questa chitarra elettrica con le corde stoppate. Vabbè poi cambia, dici. No, poi arrivano archi fiati e tutto il resto, ma resta così fino alla fine. E che vuoi cambiare? È una canzone d’amore, struggente, ansiosissima, in cui l’unico pensiero è come sarebbe If I could just hold you, hold you, If I could just hold you, hold you, If I could just hold you, hold you…
L’altra bella bella dell’album è Show me everything.

Sharon Van Etten – Magic chords // Tramp
Di cantautrici folk brave ma semisconosciute ce ne stanno parecchie, negli Stati Uniti. Lei è molto brava ma ha svoltato da poco, da quando ha cominciato a frequentare il giro giusto lì a Brooklyn. Per dire, è molto amica degli Antlers e soprattutto dei National, cui ha fatto anche da spalla in diverse tappe del loro ultimo tour. Questo album, il terzo, è prodotto proprio da uno dei fratelli Dessner (chitarristi dei National), c’è Zach Condon dei Beirut (canta con lei in We are fine) e le batterie sono di Matt Barrick dei Walkmen, band newyorkese che senza Barrick valeva la metà. Insomma, se ti gira intorno gente del genere e sei brava e non fai cazzate, il successo prima o poi arriva. Per i National ha anche registrato i controcanti di una splendida canzone recente. Avviso: Magic chords è un pezzo di una bellezza e di una tristezza inesprimibili diversamente.

Yo La Tengo – Stupid things // Fade
Gli Yo La Tengo – che sono tre e non sono spagnoli ma del New Jersey – non hanno mai venduto tantissimo ma suonano da quasi trent’anni, anche se nessuno ci crede. È che hanno fatto (e rifatto) talmente tante cose diverse da far impazzire gli etichettatori professionisti. Più che avere uno stile, diciamo che fiutano l’andazzo e lo reinterpretano ogni volta, apportando quel tanto che basta a far dire che son tipi sperimentali ma non estremi. In questo modo, peraltro, aggirano l’annosa questione erano-meglio-prima, che con loro non si pone: nelle varie evoluzioni ci hanno sempre guadagnato. Il nuovo album (Fade) uscirà nel 2013 ma questa canzone – che dovrebbe farne parte – circola già da ottobre in un EP. Cresce piano piano e quando Kaplan attacca a cantare è bellissima. Starebbe bene in un film di Sofia Coppola, sulla sequenza dell’ennesima ragazza lost-in-qualcosa o del ragazzo-somewhere, entrambi accomunati dall’unico vero marchio di fabbrica: non fare assolutamente niente (“andare a zonzo”, avrebbe detto un filosofo francese di nome Deleuze).

Edward Sharpe and the Magnetic Zeros – Man on fire // Here
La storia è interessante. Lui – Alex Ebert, californiano, gran voce – suonava in una rock band e faceva la rockstar, giustamente. Poi un giorno molla tutto e si chiude in casa per un anno; quando esce non è più lui, è una specie di santone e si fa chiamare Edward Sharpe. Salta su un vecchio pulmino e raccoglie tutti i suoi vecchi amici fricchettoni in giro per l’America, per formare una band in cui ognuno suona qualcosa, dal tamburello alle casseruole. Fuori da una bar raccatta pure sta vocalist – Jade Castrinos, di cui si innamora – e tutti insieme si ricongiungono con le forze spirituali dell’universo, tipo. Un po’ di notorietà è arrivata la prima volta che hanno suonato al David Letterman Show, e già lì s’era capito subito che invasati erano. Here è il loro secondo album. Al netto delle folgorazioni messianiche, la verità è che Ebert ha una bella voce.

E altre dieci, a lungo in rotazione (gente giovane)

Tame Impala – Feels like we only go backwards // Lonerism
Wild Nothing – Midnight song // Nocturne
Liars – His and mine sensations // Wixiw
Lotus Plaza – Strangers // Spooky Action At A Distance
The Fresh & Onlys – Executioner’s song // Long Slow Dance
Vacationer – Gone // Gone
DIIV – Air conditioning // Oshin
Alt+J – Something good // An awesome wave
Fanfarlo – Replicate // Rooms filled with light
Lace Curtains – Bedroom honesty // The Garden of Joy and the Well of Loneliness

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