Se devi pagare la citazione

“Esternalità” è una parola orribile, un calco dall’inglese “external”, un suono peggio del gesso sulla lavagna. Ha un suo significato e una sua lunga storia in ambito economico, malgrado sia poco frequente nel linguaggio comune. Ma intanto esiste, è andata così e ce la teniamo (la lingua, d’altronde, è questa cosa qui che non decidiamo né io né tu bensì questa specie di noi di cui ci sentiamo parte a volte sì e a volte no, ma che va tranquillamente avanti anche senza me e te). Di esternalità – nozione che trova un campo di applicazione ideale nel web, proprio perché si ricollega a quella di rete – scriveva Cory Doctorow qualche giorno fa sul Guardian in un articolo dal titolo esplicito: Just because something has value doesn’t mean it has a price. Doctorow se la prende con quelli che rivendicano diritti a posteriori su ciò che non possono comunque evitare di creare, in quanto scarto o comunque effetto del loro agire (o della loro produzione). E che sono disposti a rimetterci pur di non creare vantaggio ad altri. Fa alcuni esempi bizzarri ma illuminanti.

Io cammino per strada fischiettando un motivetto allegro perché m’è presa bene, ma smetto appena mi accorgo che qualcuno sta sorridendo e si sta godendo la musica. Tengo accesa la luce in veranda per leggere un libro in una calda notte d’estate, ma se ti becco a usare la luce per leggere la tua mappa, la spengo perché quelli sono i miei fotoni. Li ho pagati!

Ora, internet è per eccellenza il posto dove la luce di uno illumina anche la via dell’altro. Questo post probabilmente non esisterebbe senza quello di Doctorow, ma ancora prima non esisterebbe senza il post di Giuseppe Granieri che segnala quello di Doctorow a fondo pagina. L’argomento è tornato di attualità quando a fine anno s’è scoperto che l’associazione cui fanno capo quindici giornali irlandesi – la National Newspapers of Ireland – fa pagare (da statuto) l’utilizzo dei contenuti online di quelle testate, sia che si tratti di un semplice link esterno sia che si tratti di porzioni di testo citato. Insomma non un paywall ma una specie di pay-for-use. L’esternalità c’entra perché quel pezzo lì The Irish Times lo avrebbe scritto comunque, con o senza qualcuno a linkarlo successivamente. Saremmo quindi tutti portati a condannare aspramente la mossa della NNI, tanto più alla luce del bislacco tariffario dei link; ma la questione è comunque delicata e riguarda anche il tema dei diritti d’autore.

Forse, della soluzione adottata dai giornali irlandesi, indispone soprattutto il fatto che non si faccia alcun tipo di distinzione tra due casi radicalmente diversi (“a licence is required to link directly to an online article even without uploading any of the content directly onto your own website”).
Eppure il link è proprio l’elemento visto da molti come la forma più appropriata di contrasto al copia&incolla selvaggio. Il Sole 24 Ore ha da tempo adottato un sistema che include automaticamente, a fine selezione, l’indirizzo della pagina da cui si sta copiando il testo: è una misura aggirabile da chiunque, non impedisce affatto il copia&incolla senza citazione della fonte e a scopo di lucro (unfair use, negli Stati Uniti) ma denota comunque un’interpretazione ben diversa della materia. Il Sole 24 Ore, cioè, non vuole affatto limitare l’utilizzo dei propri articoli sul web.

C’è pure un gigantesco controsenso nell’idea di far pagare la circolazione dei propri contenuti sotto forma di link: che ci piaccia o no (a me spaventa, per dire), è proprio il sistema della referenzialità quello su cui si regge tutta la rete, non troppo diversamente da come accade nei contesti scientifici e accademici. La fonte non solo è tanto più autorevole quanto più viene citata, ma è anche più premiata dal PageRank di Google in base alla quantità di link in entrata. Sempre Doctorow:

I fondatori di Google realizzarono che ogni volta che un autore aggiungeva un link tra un sito e un altro, c’era una sorta di approvazione implicita del sito linkato – se ti linko sto dicendo implicitamente che hai qualcosa che credo altri debbano vedere. Questa analisi delle citazioni (una pratica comune nel mondo accademico, dove le riviste scientifiche largamente citate sono tenute più in considerazione rispetto a quelle meno citate, così come nel caso degli articoli scientifici) ebbe grande successo e mostrò che c’era, nascosta nel web, una rete invisibile di autorevolezza che poteva essere resa visibile col tipo di analisi adatta.

Far pagare i link in entrata – cioè, di fatto, decretarne comunque una riduzione – è quindi un controsenso ma non un autogol, perché a farlo sono le grandi testate con una lunga storia alle spalle, i soli soggetti che possono permettersi soluzioni del genere senza perdite, visto che il grosso arriva dal traffico diretto, quello acquisito dalla lunga tradizione ereditata dal cartaceo. Non so se a lungo andare possa anche diventare un autogol o se questo della tradizione sia un fattore destinato ad autoalimentarsi.

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