Tre cose di Moonrise Kingdom

Ho visto questo film colpevolmente in ritardo, cui peraltro va aggiunto il ritardo della distribuzione italiana rispetto al resto del mondo (Giappone e Corea del Sud, tenete duro). Detto che è un film bello, e di quel bello che non è un fatto di gusti, ci sono tre cose – tre oggetti, proprio – che raccontano già tutto: la mappa, il binocolo, il giradischi. E che mi fanno dire che Moonrise Kingdom è un film sulla nostalgia del limite e dell’esperienza perduta. Poi ognuno ci vede il diavolo che gli pare, ma lo spettatore con predisposizione genetica alla nostomania è praticamente spacciato. Mi spiego.

Questa storia è ambientata in una piccola isola, parte di un arcipelago che non si capisce dove si trovi esattamente ma si capisce che il continente più vicino non è così vicino. E in quanto isola ha anche una cosa che le città continentali non hanno: confini visibili e percepibili da chi ci vive sopra. Cammini cammini e poi ti ritrovi davanti il mare, e lì o sai navigare o te ne torni a casa. Gli abitanti più giovani di quest’isola non l’hanno ancora percorsa interamente, non la conoscono tutta e per questo motivo – oltre che per la loro età – sono i soli a potersi permettere il lusso dell’esplorazione e della scoperta. Ma per farlo hanno bisogno di una mappa, ereditata da chi quella cosa l’ha fatta prima di loro (non al posto loro). E devono saperla leggere, perché nessun punto lampeggiante ti dice dov’è che stai tu su quella mappa. E devono essere preparati a tutto, perché di ciò che li attende oltre quella radura ne hanno solo sentito parlare. Ora, il passaggio manco troppo difficile è capire che qui il limite è il presupposto logico dell’esperienza, esperienza intesa come tentativo di valicare quel limite. Ma per cominciare serve vederlo, sapere che c’è (presente Novecento che scende dalla nave, alza lo sguardo, non lo vede e se ne torna dentro? Una cosa del genere).
Prima domanda: sappiamo noialtri abitanti della realtà aumentata – quella standard non ci bastava – cos’è un’esplorazione?

Poi. La giovane protagonista ha due tipi di rapporto con la realtà, due modalità che si alternano fino a raggiungere un equilibrio solo nel finale. Una è lo sguardo non mediato e la presa diretta sulle cose, modalità incarnata dal suo inseparabile compagno di avventure (ottimo scout); l’altra modalità è il binocolo. Il motivo per cui ne fa uso è molto semplice, è lei stessa a spiegarlo: “fa vedere più vicino cose che sono lontane”, cioè riduce la distanza visiva dalle cose. Ed è uno strumento di conoscenza, non di comunicazione. Le forme di comunicazione a distanza, nel film, ci stanno pure: ci sono le lettere che i due si scrivono come preludio al nuovo incontro; ci sono le problematiche conversazioni telefoniche tra il poliziotto con centralinista da una parte e resto del mondo dall’altra. Ma quelle non riducono proporzionalmente le distanze, le azzerano e le comprimono nella medesima unità di tempo minima. Caso estremo: prendete oggi, prendete il web. In questa cosa multiforme chiamata internet ogni punto della mappa è perfettamente equidistante da tutti gli altri e da noi stessi. Tecnicamente è vero quando si dice che internet ha annullato le distanze (portate a zero, tutte, egualmente); tecnicamente è falso quando si dice che le ha ridotte. Il binocolo è uno strumento utilissimo, molto buono per vedere fino a un certo punto e non oltre; per vedere oltre, ti tocca muoverti. Il limite è solo spostato più in là.
Seconda domanda: abbiamo noialtri una qualche nozione forte, o anche debole, di irraggiungibilità?

Ultima cosa: il giradischi. I due giovani fidanzati se ne portano dietro uno a batteria (a batteria: cioè a un certo punto finirà) preso in prestito dal fratello di lei. Suzy ne fa un uso costante, diciamo che è la sua terza modalità di rapporto col reale, al punto da non poterne fare a meno manco nella sua avventura con Sam Shakusky. E questa cosa del portarsi la musica appresso trasforma l’avventura in un film. Nel senso che ogni volta che Suzy appoggia la puntina sul disco e fa partire una canzone, la musica diventa diegetica, una colonna sonora della loro esperienza in fieri. Ma esattamente come per i libri, Suzy non può portarsi dietro cento dischi, si porta dietro solo il suo preferito, che si presume lei abbia già ascoltato da sola tipo un milione di volte (è il primo di Françoise Hardy, che negli Stati Uniti uscì nel 1966 col titolo The “Yeh-Yeh” Girl From Paris!). Per tutti questi vincoli materiali, Sam e Suzy hanno un’esperienza fortemente limitata, fisicamente limitata della musica. Eppure non meno profonda, anzi.
Terza domanda: possiamo noialtri, fruitori del tutto-e-subito, dire di conoscere almeno un disco – uno solo – quanto e come Suzy conosce il suo 33 giri preferito?

Ecco perché Moonrise Kingdom, visto oggi, è un film sulla nostalgia dell’esperienza perduta, quasi un ritratto per eccesso. La stessa esperienza, per come la vedo io, che interpreti eccellenti della contemporaneità tipo Coppola (Sofia) mostrano per difetto, indicando col dito la concavità, raccontando le giornate tutte uguali di questi moderni orfani dell’esperienza, perennemente a spasso senza andare da nessuna parte. Altro che Sam e Suzy: quelli scappano, si sposano, fanno cose, ci hanno tutto un piano.

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