Il contrario della meritocrazia

Sulla Stampa, per la seconda volta in meno di due mesi, Bill Emmott è tornato a chiedere a Bersani di rispondere ad alcune domande sul ruolo della sinistra in Italia e su come intende governare il paese, qualora il PD vincesse le prossime elezioni. Anzi, se il segretario non risponderà, Emmott minaccia di far partire sul suo sito un “conto alla rovescia” da domani stesso (verso cosa non si sa, dato che – come per ogni epifania inattesa – non sappiamo né il giorno né l’ora delle risposte). Comunque, premesso che non appartengono al genere di domande da replica secca, ha ragione Stefano Cappellini del Messaggero quando segnala che non si tratta di risposte propriamente inevase.

A un certo punto, come l’altra volta, Emmott ripesca un concetto tanto presente nel dibattito pubblico – dai talk show alle riunioni di condominio – quanto sottovalutato nella sua portata teorica. La domanda è bizzarra, sia nella forma che nel contenuto:

capisce la responsabilità della sinistra per la distruzione della meritocrazia?

È lecito supporre che al termine delle campagne elettorali, come sempre, la parola “meritocrazia” sarà tra le più pronunciate (e applaudite) da tutti, indifferentemente. E quindi perché parlarne, se si fatica a trovarne anche uno solo disposto a dichiararsi apertamente contrario alla meritocrazia? Penso che questa parola abbia perso una parte rilevante di senso a favore di un’accezione larga, poco pregnante, che intercetta e appaga un sentimento tipico dell’antipolitica montante, ovvero la convinzione che oggi gli immeritevoli siano tutti nei posti di responsabilità e che i meritevoli siano tutti a spasso.

Ora, siamo tutti a favore della meritocrazia quando pensiamo a fenomeni come il nepotismo, il clientelismo, le baronie o in genere tutti quei fenomeni perversi che impediscono alle persone più capaci e più preparate – su questo intendiamoci: inequivocabilmente e inappellabilmente migliori, almeno per certi aspetti – di raggiungere cariche pubbliche di grande responsabilità (e adeguata retribuzione). Perfetto. Ma intendere la meritocrazia soltanto come il contrario di quella roba lì significa richiamare una qualche idea generica di legalità e giustizia sociale, e perdersi completamente di vista il modello che invece la meritocrazia prefigura: una società fondata sul merito e non sull’egualitarismo, al netto delle degenerazioni dell’uno o dell’altro modello. Poi si può anche fondere elementi dell’uno e dell’altro – e probabilmente si deve – ma intanto non stanno dalla stessa parte. Comunque la si metta, la meritocrazia traccia un confine provvisorio ma netto tra chi merita e chi no. Ammesso che le categorie di destra e sinistra ci parlino ancora del presente storico (come ad esempio sostiene Anthony Giddens oggi su Repubblica), dirsi favorevoli alla meritocrazia allora significa dirsi un po’ meno di sinistra. Magari un po’ più di centro, magari un po’ più di destra, ma certamente un po’ meno di sinistra. Da questo punto di vista la domanda di Emmott suona strana. La meritocrazia non sta a sinistra.

C’è dell’altro, impressioni personali e meno rilevanti ma che registro con una certa frequenza. Quando ascolto certe persone parlarmi di meritocrazia con particolare veemenza, ho sempre l’impressione che queste persone ritengano di averci tutto da guadagnare da una situazione di quel tipo. Però nel senso che si sentono in credito con la società, come se fossero intimamente convinti di essere loro i meritevoli cui in passato sono stati negati i ruoli che meritavano. È una posizione rancorosa, che pensa ancora ai falsi meritevoli brutti-e-cattivi di ieri che non ai veri meritevoli di domani. E la trovo una cattiva premessa. Immagino che un modello perfettamente meritocratico possa funzionare solo a patto che i più siano naturalmente disposti – e predisposti, fosse anche per valutazione statistica – a includere se stessi nella maggioranza dei non meritevoli che non nella minoranza dei meritevoli. Il punto sta nel capire che probabilmente, salvo degenerazioni del modello (per esempio, alterazione del sistema di valutazione del merito), queste persone avrebbero tutto da guadagnarci lo stesso, perché ad occupare un posto di responsabilità pubblica – quindi anche, anzi innanzitutto responsabilità per loro – ci sarebbe una persona migliore di loro. Non una uguale a loro o peggiore.

Un pensiero riguardo “Il contrario della meritocrazia

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