Sul potere delle parole /2

Fu un caso completamente diverso – per fondatezza dei timori, ragioni dell’allerta e mezzi di diffusione dell’avviso – ma il fatto di Castelnuovo di Garfagnana di giovedì scorso mi ha fatto tornare in mente un episodio tragicomico risalente a circa dodici anni fa (forse di più, comunque parecchio prima di Twitter e Facebook) in cui la stupefacente circolazione di una stratosferica panzana ebbe effetti incontrollabili sulla popolazione del comune di Cosenza. Io c’ero. Non ci furono danni (nel senso di infarti o cose così) ma tanta gente scese in strada senza alcuna ragione, tra cui molti anziani, seppur per poco tempo. E io non lo feci non perché ero un sapientone, ma solo perché la voce più autorevole e attendibile di tutto il mazzo mi fermò quando ormai ero praticamente sulla porta di casa.

Non la faccio lunga perché, pur avendo un’immagine ancora nitida dell’accaduto, mi mancano le coordinate temporali esatte. E sul web, che ormai è la nostra memoria collettiva, non c’è traccia di tutto ciò. E non la faccio lunga perché ancora oggi, se ci penso, non saprei ricostruire la catena e non capisco come questo sia potuto accadere tanto rapidamente e facilmente in un capoluogo che di abitanti ne fa 80.000 (110.000, se si considera anche il comune limitrofo, sede dell’Università). Credo fosse un mese invernale, ma comunque faceva freddo. E saranno state le sette di sera (è l’unico dettaglio temporale esatto, ora ci arrivo). Avvenne tutto in non più di trenta minuti.

Arrivò a casa la telefonata di un parente che vive dall’altra parte della città. Ci avvisava di un imminente terremoto. E fin qui niente di insolito: c’è un sacco di gente spiritosa tra i miei numerosi parenti, e quello era proprio il tipo che ‘ste cose le fa. Poi ne arrivò un’altra, di un altro parente, di solito più posato. Che già lì ridi meno. Poi arrivò un sms da un amico: stessa storia, stesso tono. Poi bussò alla porta il vicino di casa: “hai sentito? ma che succede?”. Poi uscirono lì sul pianerottolo anche gli studenti dell’appartamento di fianco. Poi vidi gruppi di persone riunirsi nella piazza sotto casa. Dettaglio: alcuni dei messaggi, non tutti, riportavano a supporto dell’allarme la presunta predizione di una mistica di Mileto (Vibo Valentia) all’epoca molto popolare e con un certo seguito di devoti, benché l’oggetto delle sue visioni fosse notoriamente la madonna e non i terremoti imminenti. Tutti i messaggi concordavano comunque su un punto: evacuare immediatamente le abitazioni. Storditi, ormai soli nel palazzo e totalmente in balìa delle “voci”, eravamo lì per scendere anche noi quando arrivò l’ultima telefonata, mio zio che diceva “metti sul tre”.

Ora, nessuno saprà mai come questo arrivò a rendersi necessario, ma in apertura del telegiornale regionale – che va in onda alle 19:30 – il volto più noto della redazione regionale RAI nonché conduttore del TG lesse in studio un comunicato di questo tipo: “in seguito al rapido diffondersi di voci del tutto prive di qualsiasi fondamento scientifico ricordiamo alla popolazione che non è possibile prevedere né il luogo né l’ora del verificarsi di un terremoto”.
Ci svegliammo. Riappendemmo i cappotti. Fine della storia. Che si ripeté molti anni dopo, a maggio del 2009, ma non ci cascò più nessuno.

E questo cosa c’entra con l’evacuazione del comune di Castelnuovo di Garfagnana? Lì c’era un passaparola incontrollato partito da una fonte irrecuperabile, qui c’è un messaggio pubblico su Twitter. Lì c’era un presunto vaticinio (in seguito smentito dalla diocesi di Mileto), qui c’è un comunicato della Protezione Civile. Eppure, messe da parte le differenze sostanziali tra i due episodi, mi pare di scorgere anche stavolta una stessa lezione, una cosa che tiro fuori spesso: quando parli non fai parole e basta, ma cose. E con le parole bisogna andarci piano. E precisi, possibilmente. Soltanto che precisi lo si può essere soltanto in due, chi parla e chi ascolta, se il linguaggio è condiviso e comune (non un codice privato).

Detto che le parole implicano responsabilità in ogni passaggio, quando l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) segnala alla Protezione Civile la “possibilità” di scosse a Castelnuovo (possibilità comunque subordinata alla condizione che la sequenza di scosse si riveli “trasversale alla catena”), come si aspetta che reagisca esattamente la Protezione Civile? Se lo chiede oppure no? Quando poi la Protezione Civile trasmette agli amministratori locali un comunicato che cita proprio (e solo) quel periodo ipotetico lì, come si aspetta che reagiscano gli amministratori? E quando infine il sindaco di Castelnuovo bussa alle porte non ordinando un’evacuazione ma “invitando” ad abbandonare le abitazioni, cosa si aspetta che facciano i cittadini? Quella di riportare la fonte tale e quale e rimettere le decisioni sempre agli ultimi della catena – e quindi non assumersi personalmente la responsabilità per chi sta sotto – è una strada percorribile solo a patto che in tutti i punti della catena sia condiviso un linguaggio comune, quantomeno una serie di nozioni basilari. E oggi non è così. Per quanto accurati e formalmente corretti possano essere i comunicati confezionati dall’alto, probabilmente i destinatari finali di quei comunicati non sarebbero in grado di recepirli e valutarli correttamente.

E in un territorio ad alto pericolo sismico come il nostro occorre invece che quel linguaggio tecnico di cui parla l’autore della nota dell’INGV, Gianluca Valensise, sia condiviso da una cerchia ben più estesa della sala sismica da cui è partita quella nota. E che la popolazione – tutta – acquisisca intanto familiarità con una serie di termini e di concetti che invece spesso maneggia con grande superficialità, incasinando ancora di più il quadro. Di una cosa del genere parlava il fisico Carlo Rovelli, un paio di settimane fa, sul Sole 24 Ore.

Non sappiamo se domani ci sarà un terremoto. In questo mondo incerto, chiedere certezze assolute è una sciocchezza. Chi esibisce risposte certe è di solito il meno affidabile. Ma non per questo siamo nel buio. Fra certezza e totale incertezza vi è un prezioso spazio intermedio, ed è in questo spazio intermedio che si svolge la nostra vita e il nostro pensiero. Gestire queste conoscenze parziali è più facile se abbiamo idee chiare su probabilità e statistica.

Questo significa, per esempio, comprendere che una probabilità del 2%, cioè uno su cinquanta, che ci sia un terremoto all’Aquila la prossima settimana significa che è decisamente più probabile che il terremoto non avvenga, ma il rischio è lo stesso altissimo, e quindi richiede precauzioni. Nessuno si sognerebbe di prendere un aereo, se la probabilità che cadesse fosse del 2%, cioè se sapesse che in media si sfracella un aereo ogni cinquanta che partono. Il 2% è più o meno la probabilità di un evento maggiore valutata dalla Commissione Grandi Rischi prima del terremoto del 2009. In una società educata a pensare in termini statistici si potrebbe dire qualcosa di diverso che non: “Ci sarà un terremoto”, oppure “Non c’è pericolo: non ci sarà un terremoto”, oppure “Non sappiamo nulla sui terremoti”, tre alternative tutte sciocche. Sarebbe una società che non si farebbe abbindolare dai casi rari. Una società con un potente strumento concettuale in più a disposizione. Per questo, dovremmo offrire una solida cultura di base di probabilità e statistica ai nostri ragazzi.

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