Rassegna della domenica

Riassunto delle puntate precedenti: questa rubrica domenicale priva di qualsivoglia originalità offre un servizio discontinuo, parziale e tardivo. E si concentra soltanto sui due principali inserti culturali della domenica, anzi no, sui due che leggo io la domenica: quello del Sole 24 Ore e quello del Corriere della Sera. I link sui titoli, quando possibile, rimandano alle versioni online degli articoli; altre volte gli articoli sono solo sul cartaceo e quindi nix. Ma se anche ci fosse tutto tutto uguale uguale sul web, io forse la domenica – solo la domenica – continuerei a frequentare le edicole. Forse.

  • In punta di penna contro il male [Ermanno Bencivenga, Domenica – Sole 24 Ore]
    È una recensione del libro Mortalità di Christopher Hitchens, da poco edito da Piemme, con la traduzione di Sara Puggioni e Annalisa Carena. Tutta questa pagina del Sole (la 24) ha a che fare con una cosa che rende ancora più grandi gli autori che già reputiamo grandi quando sono in vita: la lucidità di fronte alla certezza della fine, il distacco ironico con cui affrontano la loro stessa morte. Nel pezzo in alto (“L’imperatore del diritto”) Sebastiano Maffettone ricorda il filoso del diritto Ronald Dworkin, morto di recente ma malato da tempo, che al dipartimento di Scienze politiche della Luiss – che aveva intenzione di conferirgli a breve una laurea Honoris causa – rispondeva sorridendo poco tempo fa: «beh sì, se fate in tempo». Quanto a Hitchens, ricordo di aver letto da qualche parte che agli amici che lo incontravano per strada verso la fine diceva, argutamente e serenamente, che aveva un tumore al quarto stadio e che «il problema del quarto stadio è che non ne esiste un quinto».
  • La dipendenza come moda [Violetta Bellocchio, La Lettura – Corriere]
    A partire dalla visione di un programma televisivo statunitense di discutible interesse (My strange addiction), Violetta Bellocchio fa notare come ormai la parola “dipendenza” abbia perso ogni connotazione clinica a favore di un utilizzo a capocchia generalizzato e diffuso, che fa perfino figo, per identificare un generico rapporto costante con l’oggetto, uno stato che non richieda né diagnosi né cure. “Siamo di fronte a una forma di turismo della parola, per cui definire se stessi dipendenti da qualcosa rientra in un percorso di abbellimento e nobilitazione della vita quotidiana. Tanto quanto, una volta, si citavano tra le proprie passioni «viaggiare» e «conoscere gente»”.
  • Diceva «haiti» ma era infarto [Pino Donghi, Domenica – Sole 24 Ore]
    Data l’attenzione di questo blog alle cose del linguaggio, è obbligatorio citare questa recensione del libro Malati fuori luogo di Ivo Quaranta e Mario Ricca (che no, non ho letto ma mi è venuta una gran voglia, quindi mi sa che il pezzo funziona), sull’importanza della traduzione come buona pratica in ambito medico. Premessa: l’anamnesi è già un gran casino tra medico e paziente che parlano la stessa lingua, figurarsi quando non è così. Gli autori riportano l’aneddoto di un povero malese che corse in pronto soccorso lamentando un dolore all’haiti (“fegato”) ma usando il termine in senso traslato, come quando noi lo usiamo nel senso di “coraggio”. Il poveraccio intendeva che si sentiva mancare l’haiti, che si sentiva privo di forze e oppresso al torace, il medico italiano ha tradotto letteralmente “haiti”, quindi gli ha dato una cura per il fegato. E il poveraccio è morto di lì a poco per un infarto.
  • Equivoci meritocratici [Gilberto Corbellini, Domenica – Sole 24 Ore]
    Seppure rivolto a un pubblico già abbastanza sgamato sulle insidie del discorso sul merito, questo pezzo di Corbellini – una recensione al libro Le trappole della meritocrazia di Carlo Barone – ha anche il pregio di ricordare a tutti un dettaglio che nelle orazioni pubbliche si tende a omettere: ossia che il modello meritocratico non solo parte-spesso-da ma porta-comunque-a disuguaglianze necessarie. Il dibattito è di grande attualità, ognuno ci ha la sua, e la mia è questa.
  • Un test e scopro il mio partito! [Chiara Somajni, Domenica – Sole 24 Ore]
    Visto che si avvicinano le elezioni, e che molti di noi non hanno idea di chi diavolo (e se mai) voteranno, non è una totale perdita di tempo sottoporsi al test che ti dice da che parte stai, in teoria. Voisietequi.it è un progetto di Openpolis di cui ignoravo l’esistenza: “un test sviluppato a partire dai programmi e dalle dichiarazioni pubbliche dei leader delle liste e dei partiti in lizza”. Sono 25 domande su 25 questioni controverse su cui potrei anche dire di avere le idee chiare (e non su tutte ce le ho) ma su cui non sono così convinto che ce le abbiano chiare loro, eccetto gli estremisti (a partire dalle cui dichiarazioni sono state ideate e formulate gran parte di queste domande). Ad ogni modo, oggi io sono qui, domani non si sa: in caso ci si vede e ci facciamo una birra.

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