Siamo tutti minoranze

La prima cosa che ho pensato martedì scorso, a risultati elettorali ormai noti, non è stato né “abbiamo perso” né “abbiamo vinto” (reazioni che peraltro riesco a trovare ancora comprensibili al termine di una partita a tressette, ma sempre meno opportune all’indomani di ogni nuova tornata elettorale, eletto o elettore che tu sia, e va’ a capire perché). È che stavolta – preso atto che un largo vincitore comunque non c’è stato – credo non esistessero le premesse perché potessi davvero partecipare di un eventuale successo, chiunque avessi scelto di votare. La prima cosa che ho pensato è stata che forse mai come oggi mi sento parte di una minoranza di questo paese. Che fin qui niente di grave: peggio per me. Il punto è che penso la stessa cosa di chiunque. Ho provato a chiedermi perché, da dove mi arrivi questa sensazione, se dai numeri o da altro.

Non credo sia un fatto di numeri. Sì, è la terza volta in vita mia che ho votato alle politiche (2006, 2008, 2013), la prima che ho votato un partito che ha ottenuto una percentuale di voti nazionale inferiore al 30%. Ammettiamo per un attimo un contesto teorico in cui il voto sia anche, pur sempre, espressione momentanea di un certo modo di vedere il mondo (sappiamo che spesso, al contrario, è un voto invariabile a essere causa di una visione immutabile delle cose): fino all’altra volta avrei avuto una possibilità su tre di incontrare per strada uno che in quel momento leggesse la realtà come la leggevo io. Che non è come tifare per una stessa squadra, è un po’ più rassicurante. In fondo il rapporto è grosso modo questo qui anche oggi, ma con una differenza: sento che se prima era soltanto una persona su tre, in particolare, quella che difficilmente avrei potuto convincere a cambiare idea (o avrebbe potuto convincere me a cambiare idea), oggi quelle persone sono due. Sento che tutti e tre andremmo avanti a ripeterci le stesse parole all’infinito. Che può voler dire soltanto una cosa: non riesco più a parlare, non riesco più ad ascoltare. Noi proprio non ci capiamo.

Più mi sforzo di comprendere le ragioni del voto altrui e comunicare le ragioni del mio, più mi rendo conto che da qualche parte evidentemente sto sbagliando. Perché nessuno fa un passo, nessuno ne esce col minimo dubbio. È come se parlarne sia diventato inutile, e non riesco a immaginare peggiore catastrofe in una comunità di animali parlanti. In questo senso dico di sentirmi oggi una minoranza: nello stesso senso in cui lo si dice delle minoranze linguistiche. Ho validi motivi per credere che questo stato personale e contingente di incomunicabilità – per strada, al pub o nelle piazze, virtuali e non – non sia troppo diverso da quello di un quadro istituzionale in cui uno dice “palingenesi” e un altro dice “faccia come il culo”. Neppure il più irriducibile ottimista può non chiedersi come diavolo mai faranno a capirsi due che parlano così. Forse la comunicazione non è altro che questa cosa qui: una scommessa vinta, un patto, una specie di miracolo in cui una persona parla e, parlando, assume che l’altra persona la ascolti e la capisca. Dove sta il miracolo? Che spesso ci piglia. Che spesso quelle due persone si capiscono. Temo che darlo per scontato sia un lusso che non possiamo più permetterci.

Ammesso che con “comunicare” intenda questo (non credo), Grillo dice comunque una verità incompleta quando dice che “ci sono due società che convivono senza comunicare tra loro”. Se le “società” non comunicanti fossero davvero soltanto due, non ci ritroveremmo questo quadro politico. Forse Grillo crede davvero che tutte le parti all’infuori del M5S parlino la stessa lingua, la lingua dei cattivi, e che non passerà molto tempo prima che quelle parti comincino a dialogare. Magari. Sarebbe molto più semplice: poi potremmo comodamente scegliere tra il bene e il male. Ma purtroppo quelli non si parlano, letteralmente. Se sono cattivi, sono cattivi che parlano lingue diverse. Quindi che si fa?

Per gli esseri umani che non fanno a cazzotti non ci sono moltissime alternative: rinunci al modello dei buoni e dei cattivi oppure, se non ce la fai, ammetti la possibilità che il buono sia l’altro e non tu. Poi, se mai tutte queste parti torneranno a parlarsi – ad ascoltarsi (1) e a comprendersi (2) – sarà grazie all’unico gesto che ci tirerà fuori da questa tragicomica Babele, l’unico atto alla base di qualsiasi interazione linguistica: la fiducia. Abbastanza simile, in fondo, a quella che – a nome di tutto il M5S – Grillo si dice pronto a non concedere a nessuno, come se qui il problema fosse davvero che abbiamo avuto troppa fiducia negli altri. Noi non ci fidiamo più di nessuno da anni, sai la novità. E credo che buona parte del consenso elettorale del M5S sia proprio frutto di questo.

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