«Una volta sarebbe bastata»

C’è questo giornalista – Daniel Bergner, scrive sul supplemento domenicale del New York Times – che ha pubblicato un libro di cui alcuni grandi siti americani si stanno occupando (tipo marchetta ben fatta), e di cui presumibilmente si occuperanno anche quelli italiani, non so se nelle apposite sezioni urlanti o nel rullo delle cose serie. È sul desiderio sessuale nelle donne, affrontato con le consuete premesse: cose di cui non si parla mai abbastanza (sebbene se ne parli molto, ciclicamente).

L’approccio è abbastanza scientifico e il titolo deliberatamente frivolo e piacione: What Do Women Want?, che credo sia il titolo di altre cinque, seicento pubblicazioni cartacee e multimediali. Una parte consistente del libro fu già oggetto di un lungo articolo di Bergner quattro anni fa, e tratta di una serie di esperimenti condotti su un campione di donne e uomini eterosessuali e omosessuali a cui venivano attaccati dei sensori sui genitali, per poi registrare le loro reazioni fisiologiche di fronte a vari filmati pornografici e filmati di animali copulanti (i bonobo, che pare siano discreti e silenziosi). In breve, salta fuori che le donne si eccitavano molto più spesso – e per molte più cose – rispetto agli uomini, ma quando poi i ricercatori gli chiedevano «con questo ti sei eccitata? e con questo? e quest’altro?» quelle smentivano i loro organi genitali molto più spesso che non gli uomini. Da cui una serie di conclusioni teoriche – non originalissime – sui tabù, le costrizioni culturali, il maschio dominante eccetera eccetera.
Interessanti, ma non qui e non ora.

Qui e ora mi stavo chiedendo di quanti e quali studi scientifici noialtri qui non leggiamo un accidente da nessuna parte perché non se li filerebbe nessuno. Il motivo che spinge molti siti a occuparsi di questo libro è lo stesso che ha spinto l’editore a usare quel titolo: la stringa “What Do Women Want?”. È un titolo che in qualsiasi forma – su uno scaffale in libreria o su una homepage – produce guadagni sicuri perché soddisfa una domanda sicura (e anche questo avrà un suo significato antropologico rilevante, certo). Il punto è sempre lo stesso: ma qui la domanda chi la fa?

Sempre sul genere valanga-di-clic-senza-sputtanarsi-perché-è-una-ricerca-seria mi è tornato in mente un altro articolo di un paio di mesi fa, del Wall Street Journal, che si chiedeva quante volte dovrebbero fare sesso le coppie sposate, visto che molte non lo fanno o lo fanno poco. E c’era questa coppia con lui disperato, che ormai stava lì tipo a contarle e segnarle sul bloc-notes, e poi “guariscono” perché scoprono – ma tu pensa – un libro fondamentale. E pure in quel pezzo lì giù pesante con statistiche, studi e pareri degli esperti, per fare una cosa seria.

Che poi, a volerne proprio parlare, tutta questa grandissima serietà: ma perché? Mi consola molto sapere che su questi temi altri autori – con altre intenzioni e altri tipi di approccio alla materia (dio li benedica) – mi fecero tanto tanto ridere, che fa bene anche quello.

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