Dare nomi alle cose

Ieri l’ex presidente del Consiglio Mario Monti se l’è presa con il Corriere della Sera, con i «commentatori autorevoli formatisi nella prima e nella seconda repubblica» e, in genere, con un certo modo di scrivere di politica in Italia (non è la prima volta che critica le abitudini della stampa, ma finora era stato meno esplicito, che io ricordi). E il direttore De Bortoli gli ha risposto su Twitter «grazie della rassegna», che mi avrebbe anche strappato un sorriso se non fosse che la rassegna me lo toglie subito dalla faccia, se di rassegna si tratta.

Mi è stata utile perché da un po’ di tempo – direi dall’inizio del governo Letta – salto completamente i commenti di politica sui giornali, e non leggo un “retroscena” che saranno mesi. Ho smesso di leggerli perché dopo le elezioni politiche ho avuto l’impressione che quei commenti (1) non mi aiutassero a capirci qualcosa di più, e (2) fossero molto simili – nella forma e nella sostanza – ai commenti del giorno prima. Sono solide e condivisibili le critiche di Monti alla sostanza (nel senso di non-sostanza) di certi commenti politici, ma trovo l’aspetto formale di quei commenti ancora più desolante, per quanto storicamente interessante.

Mi spiego facile riportando a casaccio alcune espressioni tratte dalla rassegna (di cui ringrazio Monti, che peraltro – a mio avviso – ha dato e continua a dare il meglio soprattutto sul piano della super-riforma del registro linguistico della politica italiana, che probabilmente significa riforma della lingua tout court, dato che di politica si parla e si scrive moltissimo e ovunque):

“doccia fredda”,
“tiro al bersaglio”,
“passare l’esame”,
“cabina di regia”,
“resa dei conti”,
“tenere le redini”.

Poi magari si tratta di tendenze interconnesse, ma – più che la tendenza a ripristinare schemi della prima e della seconda repubblica – la tendenza che più mi affascina e più mi spaventa sui giornali è quella a evitare il senso proprio delle parole, come se fosse noioso, poco attraente. Vuoi mettere l’efficacia di una bella metafora? Certo le metafore hanno questo, di buono per i giornali: sintetizzano. Ma il bello delle metafore era un altro: creano relazioni nuove, impreviste, in discorsi apparentemente eterogenei, e lasciano questa gradevolissima sensazione di spiazzante ma giusto, non proprio ma appropriato, opportuno e – in un certo senso – irripetibile.

Invece l’uso reiterato di una stessa metafora ha una terribile controindicazione: mortifica la metafora, come una specie di super-antibiotico che va per rivitalizzare il linguaggio e invece l’ammazza (e allora tanto valeva tenerci i nomi propri). È così che una metafora viva diventa metafora morta. Vada per “collo della bottiglia” o “gamba del tavolo” – ché non abbiamo altri modi di nominare il collo della bottiglia o la gamba del tavolo – ma è proprio necessario fondare una sotto-lingua e affidarsi a un gergo così stantio, omologato e sciatto per una cosa così importante e concreta come la politica?

«“Concreta” la politica?!», esclama scandalizzato l’omino stufo che mi porto dentro. Direi di sì, che tutte le volte che la politica ci appare poco concreta non è per insufficienza di “fatti” (altra distinzione malefica e capziosa) ma per inadeguatezza delle parole e insufficienza di credito concesso a quelle parole, sia da parte di chi le pronuncia sia da parte di chi le ascolta. Come se ne esce? Non lo so. Più che le-cose-come-stanno ripartirei da quelle che ci stanno e che hanno un nome.

All’università il nostro professore di filosofia del linguaggio usava spesso un passo della Genesi (2, 19-20) ripreso in molte teorie del linguaggio, per introdurre le sue lezioni. «Voi credete che sia un’operazione da poco, dare nomi alle cose, ma ci avete mai pensato sul serio?», pareva chiederci ogni volta.

[19] Allora Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il nome. [20] Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche […]

Poi arrivavamo al punto, a fine lezione, e il punto è che non esistono cose prima dei nomi, quindi – parafrasando – «se non c’è un nome (proprio) probabilmente non c’è niente».

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