E se ci avessero preso i magistrati?

C’era Paolo Gentiloni stamattina su La7, ad Omnibus, che a quanto pare prosegue anche d’estate (io speravo in una colazione col western, hai visto mai che ad agosto). Si parlava della condanna di Berlusconi, e Gentiloni ha detto una cosa che lì per lì mi è sembrata una constatazione corretta. Che poi sarebbe un vecchissimo argomento, ma magari nessuno lo aveva ancora tirato fuori negli ultimi giorni.

Se ci ritroviamo con tutta questa gazzarra – parafraso Gentiloni – è anche perché nel Pdl non c’è mai stata una “successione” o una “sana dialettica” interna, che ora permetterebbe al partito di incassare il colpo e continuare ad assumersi la responsabilità di tutto quel consenso che da anni riesce a raccogliere nel nostro paese. E invece no: il Pdl è Berlusconi, i voti del Pdl sono la cifra esatta del consenso verso la sua persona, e la condanna di Berlusconi – qui sta il passaggio che non mi torna mai – viene considerata come un “attacco” a quella parte del paese che lo ha votato (ma anche a quella che non lo ha votato, dicono al Pdl, perché è un attacco alla libertà, alla democrazia, eccetera eccetera, come ribadiva puntuale Manuela Repetti, lì di fianco).

Non l’ha detto, ma Gentiloni sembrava indirettamente voler dire: metti che una cosa del genere capitasse a Letta – o boh, Epifani – la condanna rimarrebbe un fatto personale, non una questione nazionale. Anzi, da questo punto di vista, aggiungerei (io, non Gentiloni) che il PD dispone di un efficiente meccanismo di espulsione della devianza, una specie di bottone di salvataggio che assicura la sopravvivenza del partito qualunque cosa succeda ai suoi membri (cosa che ciascuno di noi, a seconda delle idee, può leggere come rassicurazione o come minaccia). Quello che invece Gentiloni certamente non ha detto è che un Berlusconi il PD non l’ha mai avuto, e non nel senso formale dell’“uomo solo al comando”, ma nel senso di un uomo che abbia mai creato livelli paragonabili di consenso, nazionale e interno al partito. Direi quindi che la ricetta perfetta, se esiste, non ce l’hanno neppure nel PD.

La constatazione di Gentiloni sull’assenza di un’alternativa a Berlusconi nel Pdl, per quanto corretta, non serve a niente perché non indebolisce le certezze degli elettori del Pdl, alcuni dei quali anzi vedono il (resto del) partito non come qualcosa di Berlusconi ma probabilmente come qualcosa tra Berlusconi e loro: ne farebbero volentieri a meno. Insomma questa storia dell’uomo solo al comando – che a sinistra continuano a usare come un argomento contro Berlusconi e contro le strutture di quel tipo lì – quegli altri lo prendono come un assist perfetto per ribadire l’importanza del consenso raccolto proprio da quell’uomo solo al comando.

A me piuttosto – tanto per rimanere sul punto che non mi torna – pare che i sostenitori di Berlusconi, anche i più misurati, spesso trasformino una loro idea in un postulato, e il postulato sarebbe questo: un uomo capace di attirare personalmente il consenso di una parte così grande del paese dovrebbe necessariamente spingere a fare delle considerazioni particolari, quando si parla e si tratta di lui, perché è come se si parlasse e trattasse di quella parte del paese lì.
Falso.

Berlusconi non è il paese che lo ha votato, come io non sono le persone che ho votato. Se dò il voto a Charlie, e poi salta fuori che Charlie non ha rispettato certe regole: 1) nessuno può prendersela con me per aver dato il voto a Charlie, e 2) la persona Charlie non richiede alcuna “considerazione particolare” solo perché altri 10 milioni come me lo hanno votato e/o lo rivoterebbero, e non la richiederebbe neppure se Charlie godesse di un consenso unanime (per questo motivo ci stanno le leggi, a come l’ho capita io, altrimenti ci sarebbe solo Charlie direttamente).

L’altro argomento del fan di Berlusconi è più diffuso ma è comunque connesso con il primo, e sarebbe il presunto pregiudizio della magistratura, anche noto come “accanimento giudiziario”. Non mi piace molto come argomento, perché parte dalla considerazione preliminare di una perversione del sistema a monte, e incasina le carte operando una divisione tra chi conosce questo sistema perverso (gli sgamati) e chi no (i tonti, come me). E infatti chi dice che la magistratura gioca sporco e che ce l’ha con Berlusconi, di solito lo dice con l’aria di quello che sa come lavorano i magistrati, sa come vanno queste cose veramente, sa quali enormi interessi ci stanno dietro. Mentre tu, Cenerentola, non sai niente, e credi che siano tutti delle brave persone: magistrati, politici, giornalisti, medici, fornai, tecnici dell’ascensore.

Ora, data la situazione, io proverei ad ammettere che forse – dico forse – nessuno di noi ci abbia capito moltissimo veramente, altrimenti ci troveremmo messi un poco meglio. E così, tanto per provarle tutte, proporrei un esperimento collettivo: vivere per un po’ di tempo da tonti, ovvero assumendo che in questo paese tutti facciano bene il loro lavoro, e che facciano bene il loro lavoro anche quelli incaricati di controllare se i primi fanno bene il loro lavoro. Ecco, mi concederei questo esperimento, anche solo per pochi giorni. E poi di nuovo come prima, tutti a saperla lunga («lèvati, Cenerentola, ché qui son tutti invidiosi ed egoisti, incapaci e debosciati»).

A questo punto, quello dirà: «e ti pareva, che la settimana del tonto dovevamo farla giusto nella settimana in cui condannano Berlusconi». E boh, forse ci ha ragione pure lui. Ma mi pare che questo sia lo sforzo più grande che l’elettore di Berlusconi possa fare per sé stesso e per il nostro paese: non dico credere, ma provare ad ammettere per un attimo – quanto meno come ipotesi – che con Berlusconi la magistratura ci abbia preso. Così, tanto per avere un piano alternativo, nel caso fossimo veramente un paese in cui tutti lavorano bene.

«Perché non provi tu ad ammettere che non ci abbiano preso?», ribatte quello giustamente. La verità? Perché è più facile e più logico – sempre – partire dall’ipotesi che le cose funzionino. E per ragioni di ottimismo e di statistica personale: credo che la maggior parte dei professionisti di questo paese siano persone oneste che lavorano bene nell’interesse della comunità. E lo credo ogni giorno, sul serio: spesso si prendono delle gran tranvate, vero, ma secondo me si vive meglio. Che sarebbe, in definitiva, la differenza tra gli ottimisti e i pessimisti.

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