“The Cup Game”

Un paio d’anni fa ascoltai a lungo il primo album di un tipo di Perry, in Georgia (Stati Uniti), che però ha studiato ad Athens, città il cui nome credo di aver letto per la prima volta in vita mia su un qualche booklet dei R.E.M., e questo di solito mi fa scattare un’associazione scema che, vuoi o non vuoi, un po’ bene mi predispone (metti che la musica sia una cosa che si respira tipo l’aria o si trasmette tipo virus, mi dico).

Il ragazzo in questione – che ha la mia età (30) e le idee molto più chiare, e che coi R.E.M. non ci azzecca una beata – si chiama Ernest Greene e la sua solo-band si chiama Washed Out (poi però si fa aiutare da altri tre). Fa quel genere sintetizzatori, campionatori e drum-machine, cioè il genere che se lo faccio ascoltare a mio padre e gli chiedo di riconoscermi almeno uno strumento, lui non me lo sa dire. Gli americani dicono che fa “chillwave”: qualunque cosa sia, è orecchiabile e la fa bene, anche se la drum-machine prima o poi stucca, lo capisco.

All’Università di Athens, Greene prese una specie di laurea in biblioteconomia, il Master of Library and Information Science (MLIS), che è il tipo di laurea che negli Stati Uniti ti serve se vuoi trovare un posto nel mercato dei libri (cose da fate-largo proprio). Solo che un posto da libraio lui non lo trovò, appunto, e quindi tornò a casa dai suoi e si mise a suonare le succitate diavolerie nella sua camera da letto, e tirò fuori prima un EP e poi quell’album lì che dicevo, Within and Without: era molto bello, lo regalai pure, ma si apriva con un pezzo che praticamente era un pezzo di Moby – nel senso che era Porcelain di Moby – e all’inizio pensai che fosse un altro fenomeno di quelli talvolta gasati a bestia da Pitchfork senza motivi apparenti.

Poi invece ci trovai dentro pezzi bellissimi e cambiai idea, e lo ascoltai ininterrottamente per due o tre settimane.

 

Insomma tutta ‘sta storia per dire che? Che hanno fatto un nuovo album, intanto. E poi per dire che l’altra volta mi è capitato di vedere Ernest Greene e i suoi tre compagni di band fare un gioco scemo con dei bicchieroni di plastica, in una rubrica di Pitchfork TV in cui chiedono agli artisti di inventarsi qualcosa da fare o dire in 60 secondi. ’Sta cosa che fanno i Washed Out si chiama “The Cup Game”, che qui non mi è ancora mai capitato di vedere in giro, ma a febbraio un articolo sul Washington Post diceva che nelle scuole americane è una specie di tormentone, e i ragazzi ci stanno diventando scemi a furia di giocarci.
È un passatempo cretino e innocente. Io ho imparato, non è difficile: non ti svolta la serata ma è divertente.

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