Due cose su Peter Higgs

Ieri Peter W. Higgs e François Englert sono stati premiati con il Nobel per la Fisica per la loro teoria sulla particella fondamentale che conferisce massa alle particelle subatomiche, il cosiddetto bosone di Higgs, la cui esistenza empirica è stata recentemente dimostrata dagli esperimenti ATLAS e CMS al laboratorio CERN di Ginevra.

Solitamente i bookmaker internazionali quotano soltanto il Nobel per la Pace e quello per la Letteratura; per la Fisica, Higgs era comunque ritenuto da tempo il principale favorito di quest’anno, e quindi si capisce perché da qualche giorno abbia deciso di staccare il telefono e sparire dalla circolazione per un po’, senza avvisare neppure il professore Alan Walker, suo caro amico e collega all’Università di Edimburgo.

Si dice che Higgs sia uno dei fisici più stimati al mondo anche per la sua umiltà, ben nota tra i suoi colleghi. In un bell’articolo di oggi sul Guardian, è descritto come una persona modesta e riservata, che però non ricade nello stereotipo dello scienziato schivo e sempre rintanato in laboratorio: è solo che non ama le nuove tecnologie, dicono, non ha un indirizzo email né un computer, e per telefono risponde solo alle persone che conosce, e insomma mettersi in contatto con lui non è proprio semplicissimo. Per la correzione delle bozze di un libro che ricostruisce le sue ricerche sul bosone (Massive: The Missing Particle That Sparked the Greatest Hunt in Science) dovettero spedirgli a casa le bozze di stampa di ciascun capitolo, e attendere ogni volta – anche per mesi – che lui le rimandasse indietro integrate e corrette.

Che fosse una persona modesta e di poche parole si era già capito al momento della pubblicazione ufficiale dei risultati degli esperimenti, l’anno scorso, quando spedì all’editore della rivista scientifica un breve appunto scritto a mano in cui esprimeva le sue congratulazioni a tutto il gruppo di ricerca (senza autocitarsi).

Come sempre mi capita in questi casi, a me – profondamente ignorante di tutto il resto – incuriosisce e impressiona il lato umano della vicenda. A luglio dell’anno scorso, Higgs e Walker si trovavano in viaggio di lavoro quando un amico li contattò dal CERN per avvisarli che avrebbero comunicato ufficialmente la scoperta del bosone di Higgs in un seminario, il 4 luglio. Higgs e Walker cambiarono i loro programmi e arrivarono a Ginevra per assistere al seminario. A un certo punto della relazione di Joe Incandela – portavoce dell’esperimento CMS – parte l’applauso, e il professore si commuove.

Il Guardian riporta le parole che in seguito Higgs utilizzò per cercare di “spiegarsi” quella sua reazione imprevista, e poi dà una condivisibile lettura di quell’episodio.

«Stavo per scoppiare in lacrime», disse. «Fui investito dall’onda della reazione dell’uditorio. Fino a quel momento avevo trattenuto ogni emozione, ma quando reagirono in quel modo lì non riuscii più a trattenermi. Non riesco a spiegarmelo diversamente». Era sul punto di piangere non perché il CERN aveva finalmente dimostrato la fondatezza della sua teoria, ma per quello che la scoperta significava per le persone intorno a lui.

 

Suppongo e mi piace pensare che vada sempre così, con la ricerca scientifica e con un mucchio di altre cose belle e importanti: che non esista successo personale che non sia sempre un traguardo collettivo, il conseguimento di un obiettivo comune – e a lungo termine – di persone che a quella cosa probabilmente hanno dedicato tutto il loro tempo per anni, perdendoci il sonno, le serate con gli amici, i weekend al mare, a costo di sacrifici di cui loro non parlano e che forse non conviene neppure chiedergli di raccontarci, per non correre il rischio di far loro un torto, dato l’andazzo generale già tutto lagne e autocommiserazione.

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