Sometimes I wonder who am I

Succede questa cosa qui – a me spessissimo, credo a molti – con i libri, i film e la musica, soprattutto la musica: che uno i “grandi” li conosce tardi, inevitabilmente tardi, quando tutti ne hanno già detto tutto, e passare di lì è un po’ come accendere una candela per la prima volta, sì, ma a Lourdes, in mezzo a migliaia di altre candele che bruciano lì da chissà quanto. Se ti butta male, è un attimo e ti ritrovi in mezzo ai fanatici, e ti passa proprio la voglia. Se invece va come deve andare, piano piano ti sembra che ascoltare quella musica sia come sincronizzarsi col respiro di un gigantesco animale preistorico, che è una cosa bella proprio perché non sei da solo a farla (e tanti prima di te lo hanno già fatto).

Io, di questo grande qui, credevo di sapere già tutto quello che mi importava sapere a tredici, quattordici anni: avevo già scoperto che una delle mie canzoni preferite in quel film sui Doors (Venus in furs) non era una canzone dei Doors; avevo già scoperto di chi era quel pezzo (Perfect Day) che faceva da sottofondo alla scena di Trainspotting in cui Renton sprofonda nel pavimento; avevo già scoperto di chi era l’originale di quella gran cover degli U2 che adoravo (Satellite of love); e soprattutto avevo imparato a suonare Heroin dopo neppure mezz’ora che tenevo una chitarra in mano per la prima volta, e fu un momento bellissimo e incoraggiante, perché mi veniva uguale e non dovevo fare praticamente nulla a parte cantarci sopra a tempo.
Altre cose belle sue (o del suo gruppo-di-prima) – Sunday Morning, Sweet Jane, Pale Blue Eyes, Walk on the Wild Side – circolavano in casa da un pezzo, in compilation passate a me o a mia sorella da chissà chi.

Però una cosa non mi era ancora mai successa, allora: che una sua canzone mi parlasse. Successe molti anni dopo – quando chi ci pensava più, a Lou Reed – e fu con una canzone scoperta tardi pure questa, ascoltata in radio per caso e tratta da uno dei suoi ultimi album, uno di quegli album che tanti grandi continuano a tirar fuori verso la fine, consapevoli che, nella migliore ipotesi, mezzo mondo apprezzerà e l’altra metà – pigramente, a volte senza manco ascoltarli – dirà: «eh, ma vuoi mettere quello-di-una-volta».

Quindi la mia candela è questa qui.
L’ultima sua cosa che mi è rimasta dentro. Una gran cosa.

Ciao. Grazie.

I have to think and stop me now
If reminisces make you frown
One thinks of what one hoped to be
And then faces reality

Sometimes I wonder who am I
Who made the trees, who made the sky
Who made the storms, who made heartbreak
I wonder how much life I can take

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