Un’ora sola ti vorrei

Un progetto recente di una fotografa newyorkese mi ha ricordato di colpo uno dei più bei film che abbia mai visto. È un film italiano di quattordici anni fa, di quel genere che viene solitamente definito film documentario, ma di un tipo particolare: utilizza la tecnica del cosiddetto found footage, che in pratica è quando il regista usa vecchi filmati esistenti, da lui ritrovati da qualche parte, e li rimette insieme tirandone fuori tutto un altro senso. Oddio, poi magari il senso è sempre quello, ma già solo per ritrovare quel materiale e presentarlo in un modo sensato occorre un certo gusto estetico, che in definitiva fa la differenza tra quelli bravi col found footage e quelli che è meglio lasciar stare.

La regista di questo film è una brava, molto brava, e col found footage ha poi ampiamente dimostrato di saperci fare. Però quel film del 2002 era radicalmente diverso per un motivo: in quel caso lei aveva utilizzato filmati e materiali audiovisivi suoi, appartenuti alla sua famiglia. Servendosi di fotografie, lettere, diari, cartelle cliniche, registrazioni audio e vecchi filmini girati da suo nonno, cercava di recuperare e raccontare la storia di sua madre, una persona che non aveva potuto conoscere poi così tanto bene, dato che era morta suicida a 33 anni quando lei, la regista, era una bambina che di anni ne aveva appena sette.

In un certo senso – ma capiamoci subito sul valore artistico: immenso – era una film che la regista si era girata da sola e per sé stessa, e che lei immaginò preceduto da queste parole, una premessa struggente da lei effettivamente pronunciata all’inizio del film:

«Voglio raccontarti la mia storia adesso che è passato così tanto tempo da quando sono morta”».

La regista si chiama Alina Marazzi, è di Milano e ha girato altri film magnifici (tra cui almeno un piccolo capolavoro: Vogliamo anche le rose, nel 2007). Aveva 37 anni quando ha girato questo film del 2002. Sua mamma si chiamava Liseli Hoepli ed era morta trent’anni prima, nel 1972, dopo alcuni ricoveri in cliniche psichiatriche. Era la figlia di Ulrico Hoepli, storico editore milanese di origini svizzere e uomo di grande cultura (peraltro fondatore del Planetario ai giardini di Porta Venezia), nonché nonno di Alina e “regista” di quei filmini familiari in 16mm che poi Alina ha ritrovato e utilizzato per il suo film.

Liseli Hoepli, mamma di Alina Marazzi
Liseli Hoepli, mamma di Alina Marazzi, in una scena del film

Il film dura più o meno un’ora. Si chiama Un’ora sola ti vorrei.

Eh.
Un’ora sola ti vorrei.

Che è una gran bella canzone d’amore, scritta negli anni Trenta dal compositore italiano Umberto Bertini e cantata da Fedora Mingarelli, e poi ricantata da chissà quanti altri che non so, a parte gli Showmen nel 1968 e Giorgia negli anni Novanta.

Ricordo che mi colpì da subito anche questo: che quel film avesse come titolo una canzone d’amore che uno non penserebbe di poter dedicare a una persona che desidera vedere e che proprio non può avere. Se non così: in un film di un’ora.

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