“Se non sei una donna non puoi capirlo”

Metto insieme due fatti recenti totalmente slegati tra loro, solo perché mi è capitato di ritrovare esposta in entrambi i casi una differente versione di un argomento comune, e piuttosto frequente, che mi pare produca sempre lo svantaggioso effetto di mandare in vacca qualsiasi discussione. Anche quelle importanti, quelle che invece varrebbe la pena sostenere.

Da alcuni giorni circola molto un video che mostra una ragazza subire molestie verbali e non verbali mentre cammina per le strade di New York nell’arco di una giornata. In pratica, nel video sono mostrati di seguito tutti i momenti in cui la ragazza ha ricevuto apprezzamenti indesiderati e tentativi di approccio da parte di un numero considerevole di sconosciuti.

sessismo

Alla diffusione del video sono seguite molte polemiche, prevalentemente da parte di chi si è messo lì a valutare quanto molesti siano – se molto, o poco, o niente – gli atteggiamenti di quegli uomini. Per essere chiari: lo sono eccome, nella misura in cui chi li subisce li ritiene tali. Ché una molestia quello è: una cosa che tu fai a me e che a me risulta spiacevole e dannosa, a prescindere dalla tue intenzioni. Però possiamo parlarne. Anzi dobbiamo. Perché se uno ti risponde “vabbè, ma quello è un complimento, mica una molestia”, tu glielo devi spiegare, che invece quella è una molestia, e che tra sconosciuti non ci si comporta in quel modo.

Quello che invece non è il caso di rispondergli è: “Se non sei una donna non puoi capirlo” (è il primo commento a un articolo molto utile e molto chiaro di Giulia Siviero, che riassume le polemiche e le storie riguardo il video). È un argomento che mi è capitato di sentire altre volte in questo genere di discussione, spesso usato per comunicare un’opinione più profonda e radicata, più “soggettiva” e più autorevole, ma che – a intenderlo letteralmente – sostiene che ci siano, non so, 3,8 miliardi di persone naturalmente predisposte all’incomprensione di questo fenomeno in quanto non donne. Credo non sia neppure un argomento: forse è una petitio principii, una fallacia logica notoriamente sconsigliata da qualsiasi manuale per una sana conversazione.

Poi può anche essere vero. Proprio così, brutalmente: se non sei una donna non puoi capirlo. Bene. Ma a quel punto dovremmo definire scemo chiunque tenti di spiegarlo a chi donna non è.

Secondo caso recente. Qui il tema è un altro, ma l’argomento utilizzato è molto simile, anche se citato marginalmente e implicitamente.

Tim Cook, capo dell’azienda Apple, in un articolo molto bello e molto istruttivo ha scritto che è gay. Ha detto di averlo rivelato rinunciando alla sua privacy perché crede che questa sua rinuncia possa favorire il consolidamento di una realtà sociale che non discrimini le persone a causa del loro orientamento sessuale (e ha fatto molto bene a farlo, aggiungo io). Poi, a un certo punto, Cook scrive:

Essere gay mi ha dato una più profonda comprensione di cosa significhi appartenere a una minoranza e mi ha fornito una finestra da cui vedere le sfide con cui le persone in altre minoranze hanno a che fare ogni giorno. Mi ha reso più empatico, e questo mi ha dato una vita più ricca.

“E come fai a saperlo, Tim?”, mi sono detto spontaneamente appena letto quel primo passaggio. Chi ti dice che avresti una comprensione meno profonda di cosa significhi appartenere a una minoranza, se non ne facessi parte? Quando si sostiene una tesi, in genere, è più utile o più dannosa l’idea secondo cui “bisogna essere x per capire – più o meno profondamente – cosa si provi a essere x”?

Capisco che si tratta di questioni talmente importanti, e riguardo le quali c’è ancora così tanta arretratezza, che sarebbe il caso di lasciar perdere le considerazioni riguardo gli strumenti teorici e retorici con cui ne parliamo. Il punto è che quell’arretratezza mi pare, in parte, anche un effetto del modo in cui ne parliamo. Se queste discussioni sembrano spesso così stantie – eppure siamo qui a parlarne da anni – credo certo che sia dovuto in primo luogo a comportamenti culturali persistenti, prepotenti e sbagliati, ma in parte anche all’utilizzo di espressioni ripetitive e inutili, perlopiù dannose. “Tu non puoi capirlo perché non lo sei”, o “io che lo sono lo capisco più di te che non lo sei”, mi sembrano espressioni di questo tipo.

Non occorre essere una donna per sentirsi personalmente offesi dalle molestie che alcuni uomini causano ad alcune di loro. Non occorre essere gay per sentirsi personalmente offesi dagli atteggiamenti discriminatori di alcune persone nei confronti dei gay. Basta essere umani.

Ogni giorno, in una molteplicità di altri casi, assumiamo sempre che non occorra appartenere a un gruppo – sia esso una minoranza o una maggioranza – per avere una percezione semplicemente umana dei fenomeni relativi a quel gruppo. Non occorre essere un profugo curdo in Turchia, costretto a lasciare il suo villaggio in Siria a causa degli scontri, per avere una vaga idea di cosa significhi per un essere umano lasciare forzatamente la propria casa. Esserlo ci renderà più empatici verso quel gruppo, forse, ma non necessariamente più portati a comprendere le cose o più autorizzati a parlarne.

Fare continuamente ricorso alla soggettività dell’esperienza, qualsiasi esperienza, finisce per fare più danni che altro: rende quell’esperienza privata e cioè incomunicabile. Il rischio di stimolare e rendere ipertrofica una tendenza del genere, per assurdo, sarebbe quello di generare col tempo innumerevoli realtà incomunicabili, e gruppi umani sempre più piccoli e differenti. Fino al punto in cui a ciascuno di noi non resterebbe altro che constatare l’appartenenza al proprio gruppo individuale, e chiedersi che cosa si provi a essere quell’altro, senza risposta, al modo in cui ci chiediamo che cosa si provi a essere un pipistrello, tipo.

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