I dischi del 2014 che regalerei

Li appunto qui altrimenti poi dimentico cosa ho ascoltato l’anno scorso e finisco come quelli che dicono che i dischi belli non li fanno più, e non è vero.
Nota: “che regalerei” è solo un modo alternativo di dire “i miei preferiti” tra quelli che sono usciti nel 2014. Ma è anche relativamente vero, dato che ancora mi capita di regalare dischi (anzi è soltanto per regalarli, che mi capita di comprarli materialmente). Nota 2: è una selezione pesantemente condizionata dai miei gusti limitati e dai soli modi in cui ascolto musica nuova. E chissà quante belle cose italiane mi perdo, lo so.

So anche che a regalare dischi oggi si rischia di mettere in difficoltà il destinatario, che un lettore CD forse manco ce l’ha più – e figurarsi un giradischi. Comunque ci capiamo: dico disco nel senso di cosa con un inizio e una fine. E lo dico anche nel senso di prodotto musicale con una certa omogeneità, una certa “somiglianza di famiglia” tra una canzone e l’altra, direbbe il mio professore di filosofia fissato con Wittgenstein.

Beck, “Morning Phase”
Blue Moon, il primo singolo di questo disco, l’ho ascoltata su Radio 2 un pomeriggio verso la fine di gennaio sul tram della linea 4, all’altezza del Monumentale. Me lo ricordo perché volevo scendere dal tram, fermare le persone per strada, dar loro gli auricolari e chiedere se fosse la cosa più eccezionale che avessero mai ascoltato. Faccio sempre così, poi mi passa. E infatti l’eccitazione infantile mi è passata, ma “Morning Phase” resta il mio disco preferito del 2014. Ancora adesso, appena ascolto Cycle – e poi la ripresa in Phase – mi chiedo se Beck avesse mai fatto un disco del genere, così maestoso, uniforme, equilibrato. Che bello.



Future Islands, “Singles”
Per me se la gioca con Beck come disco dell’anno. Davvero. Non sapevo un accidente di loro prima di vederli al David Letterman a marzo e rimanere stupito dal loro cantante fuori di testa, Samuel Herring, supremo anti-figo e mio preferito cartone animato del 2014. Mito assoluto: mi ha fatto pentire dell’imperdonabile arroganza con cui – dopo aver visto quei fricchettoni scalzi di Edward Sharpe e i Magnetic Zeros – credevo di averle viste tutte, al Dave Letterman. La canzone che hanno cantato – Seasons (Waiting on you) – merita di suo, ma il disco è pure meglio: la mia preferita è Doves, e mi piacciono tanto anche Fall from grace e A song for our grandfathers. A Milano hanno suonato a ottobre la stessa sera che c’era Morrissey: in quel momento non avevo soldi da spendere per nessuno dei due, detta francamente, ma per come mi era presa quest’anno con i Future Islands capace che andavo da loro, risparmiando peraltro un fracco di euro.



Real Estate, “Atlas”
Di questo disco ricordo di aver parlato male con un’amica in redazione, dicendo che loro son bravi ma anche basta, e che dopo un po’ stufano. Forse è vero. Ma nel frattempo l’ho ascoltato decine di volte lo stesso e ci ho ripensato: è che lo ascoltavo fermo in un punto, e invece è un disco da ruote e rotaie. Avevo pensato questa cretinata anche con il loro disco di prima, “Days”, e quindi tanto cretinata magari non è. Peraltro sono un tester attendibile in questo genere di prove di resistenza: mi è capitato di dover viaggiare da Milano a Cosenza in autobus parecchie volte quest’anno – un’esperienza che ti cambia progressivamente (in peggio) – e i Real Estate si sono comportati sempre benissimo e mi hanno reso più piacevole quella cosa molto bella di tenere la fronte contro il finestrino e vedere scorrere le cose.



The Gloaming, “The Gloaming”
Musicisti irlandesi che fanno musica celtica, o una specie, una specie triste. Ma in fondo io cosa ne so di musica celtica? Niente ne so. È un disco largamente suonato in tonalità minori, quello sicuro, diciamo. Un amico che ne sa più di me scrive che ti può pigliare molto a male, se non sei nel mood giusto. Capisco cosa intenda, ma io sono costantemente nel mood giusto per questo genere. Lo metto tra le cose più belle del 2014 perché ascoltarlo mi ha svegliato. Io dico così per intendere quei casi in cui cominci a fare, vedere, ascoltare una qualsiasi cosa pigramente – come si cominciano tante delle cose che facciamo ogni giorno – e però a un certo punto arriva un passaggio che dici “ah no, aspetta”. E ti svegli, appunto.
Io con “The Gloaming” mi sono svegliato al minuto 3:55 della prima canzone, Song 44, e sono rimasto sveglio fino alla fine del disco.



TV on the Radio, “Seeds”
No vabbè. L’attacco di questo disco è da far tornare a casa l’equipaggio della Stazione Spaziale Internazionale e abbracciarci tutti. Loop elettronico per 20 secondi e poi BAAAM, giro di basso With-or-Without-You-ma-meglio e prima strofa: “How much do I loooooove you? How hard must we try… to set into motion… a love divine? … Should’ve known by the way things started”. E stai ancora respirando con l’affanno quando comincia la seconda canzone: Careful You.
Oh. Mio. Dio.
Poi cala di brutto (ma per forza, oh). Disco d’amore del 2014. Viva i TV on the Radio.



Sharon Van Etten, “Are We There”
Per me questa è brava e ha buone frequentazioni (i gemelli Dessner dei The National, per esempio). Ne avevo già detto a proposito del disco di prima. Ok, non riempie gli stadi e anzi rischia di fare da spalla a vita, e forse ne è anche vagamente consapevole. “People say I’m a one-hit wonder but what happens when I have two?”, canta nell’ultima canzone del disco, Every Time The Sun Comes Up, molto molto bella, che pare improvvisata su un loop di batteria alla Just Like Honey dei The Jesus And Mary Chain.
Non lo so se Sharon Van Etten svolterà mai, se ha già svoltato e non l’ho saputo, o se è solo una mediocre cantante sulla quale mi sono fissato io. Chi se ne frega.


Mac DeMarco, “Salad Days”
In diversi momenti del 2014 mi sono rallegrato di un’impressione che mi ha procurato grandi speranze e un profondo sollievo: che sia in atto una traslazione storica e radicale del concetto di figaggine (vedi Samuel Herring dei Future Islands) in favore di una rinnovata ricerca di sostanza. A me quella parte del discorso della montagna in cui dice beati gli sfigati perché saranno chiamati fighi è sempre piaciuta molto. Magari quel giorno è arrivato, mentre facevo una lavatrice. Mac DeMarco è un cantautore canadese di 24 anni che somiglia al tuo amico con la chitarra ai falò e che fino a tre o quattro anni fa non riusciva con la musica a pagarsi neppure l’affitto, e tra le cose che faceva per mantenersi c’erano l’asfaltista (questo mestiere qui) e il volontario per sperimentazioni mediche retribuite (sul serio). Questo è il suo secondo disco: già il primo era piaciuto molto a Pitchfork, e diciamo che da quando cominci a piacere a Pitchfork, da come l’ho capita, se non altro puoi smetterla con la sperimentazione umana. Altro dettaglio della sua antifigaggine, peraltro esposto con grande sicurezza: il suo marcato diastema, cioè quello spazio tra gli incisivi senza il quale Madonna sarebbe meno Madonna ma starebbe meglio.

Tornando al disco: è da quando ho ascoltato Salad Days, prima canzone del disco, che sogno di fare un film che cominci con Salad Days.



Sylvan Esso, “Sylvan Esso”
Sono un duo di Durham che fa elettronica, o meglio: lui fa elettronica e lei ci canta sopra. È un bel disco, molto gradevole, e lei ha una bella voce di cui sembra molto fiera e consapevole, quando si muove in quel modo insopportabile nelle performance dal vivo. Uncatena è la mia preferita (questa qua sotto). Quella che invece si è sentita di più è Coffee, mi pare.



Metronomy, “Love Letters”
Loooooooove leeeeeeeeee… tters!” [x17]. Ho odiato il motivetto di questa canzone prima di innamorarmene. Lo trovo insopportabile ancora adesso. E ce ne stanno, di belle canzoni, in questo disco dei Metronomy (Reservoir, The Upsetter, Month of Sundays, la truzzissima Boy Racers). Eppure Love Letters è la più semplice e coraggiosa. La versione del disco è più breve rispetto a quella passata in radio: manca la lenta introduzione strumentale, di un minuto e 15 secondi, suonata con strumenti a fiato e basta, prima del primo “Looooooove…”. Ho una predisposizione positiva, sostanzialmente immotivata, verso tutti gli artisti e gruppi che si caccino in testa di fare una canzone con un solo giro di accordi e una sola strofa. Una sola parola meglio ancora.



Vacationer, “Relief”
I Vacationer sono un semisconosciuto gruppo musicale statunitense specializzato in playlist estive. No, seriamente: non so se lo facciano apposta ma ascoltarli a natale è tipo mangiare caldarroste a ferragosto. Si può fare ma insomma. Qualche anno fa li ho ascoltati a lungo per via di una canzone bella contenuta nel loro disco precedente, “Gone”. Come per il disco precedente, anzi stavolta di più, la prevalenza di accordi maggiori e aggeggi elettronici dopo un po’ diventa di una piattezza sospetta, e capisci che forse stai ascoltando una tropical-ciofeca ma sempre ciofeca. Finché non arriva quel momento, ascoltarlo è gradevole e ti senti un po’ così. Il pezzo mai-più-estati-senza a questo giro è Shining.



Fanfarlo, “Let’s Go Extinct”
I Fanfarlo sono bravi e quieti. Come Fonzie. Non ho mai capito perché dopo il primo disco alcuni li avessero paragonati agli Arcade Fire, che non ci azzeccano niente e, soprattutto, sono un riferimento totalmente fuori portata. Quando ho visto suonare i Fanfarlo a Milano, tre o quattro anni fa, per dire, alla fine del concerto vendevano dischi per strada, loro direttamente, senza fattura, come degli sfigati, come me e te se domani facciamo un disco. E quindi gli ho voluto ancora più bene. A me è sempre piaciuta molto lei, Cathy Lucas, che suona violino, tastiere e mandolino, e soprattutto fa costantemente il controcanto a Balthazar. Finora hanno fatto tre dischi: il migliore resta il primo ma c’è qualcosa di buono anche negli altri due.



Erlend Øye, “Legao”
Per lui e il suo compare con i Kings of Convenience ho un riconosciuto debole, noto a chi mi frequenta e a chi sopporta le paralizzanti lagne che suono alla chitarra (ok, ora meno) quando qualcuno mi ricorda che so suonare cose loro. Questo disco non è bello ma l’ho ascoltato talmente tante volte che me lo sono fatto piacere lo stesso: basta non chiedergli niente, e ascoltarlo a basso volume. È stato a Milano pure lui, qualche mese fa, ma l’ho saputo tardi e avevo un’altra cosa da fare. L’avevo sentito l’anno scorso o due anni fa a parco Sempione, quando era fissato con l’Italia e Tony Renis (lo è ancora, probabilmente). Di questo disco mi piace il giro delle strofe in Fence Me In. Questa invece è Rainman, una canzone per cui due anni fa a momenti uscivo matto a capire quale fosse: la suonava in acustico all’inizio di un video in cui poi suonava una cover dei Pet Shop Boys. E certo che uscivo matto: non l’aveva ancora pubblicata, ’tacci sua.

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