Cosa non c’è in American Sniper

American Sniper è un film diretto da Clint Eastwood che racconta la storia di Chris Kyle, un soldato statunitense – un Navy SEAL, per la precisione – divenuto noto come “il cecchino più letale della storia degli Stati Uniti”, autore di un’autobiografia molto venduta negli Stati Uniti su cui è basata una parte della sceneggiatura stessa del film. In Italia il film è andato e sta andando benissimo: finora, in tre settimane, sono stati venduti biglietti per 15,4 milioni di euro. In Italia, per adesso, è il film più visto al cinema nel 2015.

Quando scrivo “Cosa non c’è in American Sniper” non intendo dire che è un brutto film. Questa non è una recensione (dio ci salvi dalle recensioni), tanto meno di quel genere detestabile di recensioni che per parlar male di un film o di un libro parlano di tutto quello che in quel libro o in quel film non c’è: sono affari di chi ha prodotto questo film, la scelta di cosa metterci dentro e cosa no. Il mio rammarico nasce dal fatto che ho avuto la fortuna di conoscere e approfondire questa storia diverso tempo fa, grazie a un bellissimo articolo di Nicholas Schmidle pubblicato sul New Yorker a giugno 2013 (e poi ripreso dal Post). Sono passate due settimane da quando ho visto il film e ancora non posso fare a meno di pensare che American Sniper abbia sostanzialmente tralasciato la parte di questa storia che la rende, almeno ai miei occhi, un commovente e complesso pezzo di storia del nostro mondo. Quando l’ho letta, era già un film. Ma era un altro film, non quello di Eastwood.

Achtung: spoiler —

C’è un momento nel racconto di Schmidle in cui Eddie Routh, un ex soldato di 25 anni, telefona a sua sorella dalla macchina mentre sta andando a casa di lei. Dice cose senza senso. È il 2 febbraio 2013. Routh arriva a casa della sorella, Laura, entra e parla con lei. Dice di essersi “venduto l’anima” per un nuovo pick-up. Sembra delirare: le dice di aver ucciso “Kyle e il suo amico”. Laura sa che suo fratello non sta bene, che dice cose non reali, che entra ed esce da centri di cura per soldati affetti da disturbo post-traumatico da stress (PTSD), e sa che la guerra ha preso suo fratello e lo ha trasformato in quell’irriconoscibile ragazzo seduto in cucina. Prova a tranquillizzarlo, lo accompagna alla porta e gli chiede di raccontarle tutto con calma e senza mentire. Sulla porta di casa lei alza lo sguardo e capisce che suo fratello non sta mentendo. E si sente morire dentro.

“A questo punto siamo quasi davanti alla porta di ingresso, e usciamo di casa insieme, e mentre camminiamo fuori io sto quasi per vomitare. Perché questo pick-up è là fuori e io so che lui non avrebbe mai potuto permetterselo. Neppure una ruota. È la prima cosa che vedo: queste enormi ruote del pick-up”.

Laura capisce che non si capisce niente di quei deliri, ma Eddie evidentemente non sta raccontando balle, anche se lei vorrebbe tanto che lo fossero. Il pick-up nel giardino di Laura Routh è quello con cui Chris Kyle e il suo amico Chad Littlefield erano passati a prendere Eddie per trascorrere un pomeriggio insieme a un poligono di tiro vicino a Dallas. Ai poliziotti Eddie poi dirà, confessando l’omicidio, di “aver preso l’anima” di Kyle prima che lui potesse prendere la sua. Oggi Eddie Routh ha 27 anni e in questo momento si trova in un carcere della Contea di Erath, in Texas, in attesa del processo, con l’accusa di aver ucciso Kyle e Littlefield il 2 febbraio 2013, in un pomeriggio in cui dovevano solo trascorrere un po’ di tempo insieme.

Kyle si era ripreso dai suoi casini con il PTSD frequentando altri soldati ed ex soldati affetti dal suo stesso disturbo: questo lo faceva sentire meglio e faceva sentire meglio gli altri ex soldati. Jodi Routh, madre di Eddie, era venuto a saperlo e da sola aveva incontrato Kyle per chiedergli di aiutare suo figlio. Eddie era un ragazzo incasinato peggio di Kyle: i suoi frequenti ricoveri nelle malmesse strutture del Dipartimento degli Affari dei Veterani a Dallas avevano aggravato la situazione anziché migliorarla. I suoi traumi non erano soltanto legati a ricordi di guerra ma anche a uno degli incarichi umanitari che si era trovato a svolgere nel 2010, insieme ad altri marine: il soccorso ai terremotati di Haiti e il recupero dei corpi dei morti, tra cui migliaia di bambini da raccogliere dalla spiaggia e caricare sugli autocarri.

Il 2 febbraio 2013 era la prima volta che Kyle e Routh si incontravano di persona. Alla fine della giornata, Kyle non era a casa e Routh era dalla sorella con un pick-up non suo.

Quando ho saputo che Clint Eastwood avrebbe girato un film su questa storia mi ero inconsapevolmente autoconvinto che, più che girare un altro film di guerra, Eastwood avrebbe dedicato la maggior parte della pellicola al racconto del disturbo post-traumatico da stress (PTSD), al profondo malessere psicofisico che un soldato deve evidentemente provare quando da una zona di guerra in cui ha visto morire dei compagni – o da una spiaggia in cui ha raccolto cadaveri gonfi di bambini – si ritrova, repentinamente, nel giardino di casa per una grigliata con vicini e parenti. Di questo parla quell’articolo di Schmidle, e questa mi è sempre sembrata la storia che valeva la pena raccontare. Insieme alla volta in cui Kyle ha rischiato di fare del male a sua moglie, stringendole il braccio nel sonno fino a rischiare di romperglielo. La volta in cui Routh ha tentato il suicidio rubando in casa la pistola del padre. O quella in cui ha preso a pugni suo padre a una festa e ha minacciato di uccidere tutti, e lo avrebbe fatto se la madre non avesse precedentemente fatto sparire tutte le armi da casa.

Qui c’è l’articolo di Schmidle. C’è tutto. È un film. Tutto un altro film. Parla di cosa lascia la guerra nelle persone che la combattono a migliaia di chilometri da casa loro, e che poi a casa ci tornano ma non la trovano più anche se ci stanno dentro. E parla del dramma dei familiari di quelle persone. E parla dei fallimenti degli istituti statunitensi che provano a risolvere tutto questo cercando di non lasciare le famiglie a sbrigarsela da sole.

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