30 canzoni del 2015

Sistemate a casaccio, non in ordine di gradimento. Il criterio con cui le ho selezionate (me ne scuso, come al solito) è rilevante solo per me: le moltissime volte che le ho ascoltate e apprezzate. Niente dischi, stavolta, ché di belli da cima a fondo non mi è capitato di ascoltarne tanti. 30 canzoni bastano a cavarne un paio d’ore di musica: ne ho fatto una playlist, in caso, da ascoltare con Spotify (è in fondo alla pagina).

“Feel You” – Julia Holter
Una cosa veramente nuova, quantomeno per me: Julia Holter, trentunenne cantautrice di Los Angeles, suona come nessun’altra che so io, per quel che so. Apprezzo la leggerezza e l’equilibrio con cui combina voce, suoni orchestrali e parti di elettronica senza far sentire di troppo nessuno. “Feel You” è tra i pezzi più belli del suo disco del 2015, Have You in My Wilderness, che molta parte della critica ha trovato eccellente: “in un mondo più interessante lo manderebbero su tutte le radio”, scrive il Guardian. Nel 2015 Julia Holter ha pure collaborato con il suo ex fidanzato – Matt Mondanile, chitarrista dei Real Estate – nella registrazione di un bel disco (St. Catherine) dei Ducktails, di cui lui è cantante e leader.

“Smooth Sailin'” – Leon Bridges
Sarà per il genere non proprio dilagante – soul? non so – ma Leon Bridges è uno di quelli che ascolti e fai fatica a credere sia un tuo “contemporaneo”, e tantomeno che sia uno di 26 anni. Prima del 2015 lavorava come cameriere in un locale a Fort Worth, in Texas, ed è stupefacente e incoraggiante che le sue canzoni – contenute nel disco di esordio Coming Home – siano diventate in così poco tempo materiale da spot Apple. Di belle ce ne stanno, hai voglia, ma la mia preferita del disco è “Smooth Sailin'”.

“Holy Shit” – Father John Misty
Father John Misty è il nome d’arte di Joshua Michael Tillman, ex batterista dei Fleet Foxes e oggi cantautore americano di riconosciuto e apprezzato talento. Io di lui ricordo che era un tipo altissimo, e che al Teatro Smeraldo nel novembre 2011 seduto alla batteria dei Fleet Foxes con un microfono sospeso davanti alle labbra ci stava strettissimo. Fu un concerto memorabile (preceduto da un altro gran concerto di Alela Diane), e gran parte del tempo Tillman manco suonava: aveva i battenti stretti in mano e gli occhi chiusi mentre cantava chissà quale delle numerose linee melodiche delle canzoni dei Fleet Foxes. Forse alla batteria ci stava stretto anche metaforicamente, visto che pochi mesi più tardi lasciò i Fleet Foxes, con cui suonava dal 2008, per mettersi a scrivere e suonare da solo.
Dopo il primo disco da solista – Fear Fun (2012) – e altre pubblicazioni generalmente apprezzate da critica e pubblico, nel 2015 ha pubblicato I Love You, Honeybear, un grandissimo disco d’amore. Che detta così suona ridicolo, lo capisco, ma questo è: lui con una chitarra che canta a piena voce versi tipo “People are boring but you’re something else completely” (e anche un sacco di parolacce).
A proposito dei ripetuti arrangiamenti di “Chateau Lobby #4”, un’altra bella canzone del disco, la moglie – a cui la canzone è esplicitamente dedicata – ha detto che era quasi come se Tillman cercasse di aumentare il fragore degli accordi per nascondersi, temendo di essere percepito come un sentimentale. Ecco, la canzone che mi piace di più in tutto il disco è “Holy Shit”, quella in cui questa soglia di pudore si abbassa al livello zero, e Tillman è accompagnato soltanto da chitarra e pianoforte. Cose da sollevare l’accendino al cielo.

Extra: non è una canzone sua ma nel 2015, di Father John Misty, ho ascoltato tantissime volte pure questa cover di una canzone degli Arcade Fire che amo molto.

“Johnny Delusional” – FFS
Sono un progetto, più che un gruppo, formato dai Franz Ferdinand e dagli Sparks: la loro collaborazione ha prodotto nel 2015 un disco, FFS, pieno di belle canzoni. Nessuna però mi è piaciuta più del singolo che ha anticipato l’uscita del disco: “Johnny Delusional”, una canzone breve e orecchiabile, con un testo formidabile. Il mio momento preferito è verso la fine, quando si arresta tutto e rimangono solo un pianoforte (come in apertura) e un controcanto meraviglioso che fa: «Wouldn’t it be terrible if there’s no music there?».

“The Traveller” + “Space Song” – Beach House
Per via di certi conflitti musicali domestici, violenti ma talvolta produttivi, nel 2015 ho avuto modo di ascoltare spesso Mina, tra le altre cose, e di ascoltare spesso “Mi sei scoppiato dentro al cuore”: mi sono convinto che quella canzone a Victoria Legrand, cantante solista dei Beach House, magari piacerebbe molto. Magari la conosce. Magari ne va matta.
Nel 2015 i Beach House hanno pubblicato due dischi, non uno: Depression Cherry prima e Thank Your Lucky Stars dopo. Uno meglio dell’altro. Ho intuito – con un piacere fraterno e ingenuo, come si trattasse di gente che conosco – che la loro popolarità è in costante aumento dal fatto che il loro nome, di anno in anno, compare con caratteri sempre più grandi sulle locandine dei festival di musica internazionali. Un paio di anni fa ad ascoltarli ai Magazzini Generali a Milano ci stavamo abbastanza stretti, e si capiva che il giro di loro estimatori in Italia era già piuttosto ampio. Continuo a trovare Teen Dream il loro disco più bello e completo, ma forse solo perché è il primo che ho ascoltato. Di belle in questi due dischi ce ne stanno parecchie, ma le due che ho ascoltato di più sono “The Traveller” e “Space Song” (strofa memorabile inclusa: “What makes this fragile world go ‘round? Were you ever lost, was she ever found?”).

“August Holland” – Beirut
lanz-resnickNe ho scelta una soltanto tra questa, “No No No”, “At Once” e la strumentale “As Needed”, cioè quelle del quinto disco dei Beirut (No No No) che ho ascoltato più volte. Personalmente ho capito che ogni cosa in cui ci siano ai fiati questi due – Benjamin Lanz (a sinistra) e Kyle Resnick (a destra), stabilmente in gruppo con Beirut, The National e Sufjan Stevens – generalmente è bello.

“Necessary Evil” – Unknown Mortal Orchestra
È la mia preferita del disco Multi-love, che nel complesso però non mi ha preso moltissimo, cioè non quanto mi aspettavo dopo aver ascoltato i due bei singoli “Multi-love” e “Can’t Keep Checking My Phone”.

“Hom-A-Gum” – Eaves
È un cantautore britannico di ventitré anni, uno molto bravo, cresciuto a Leeds: ha studiato pianoforte da piccolo ma poi si è messo a suonare folk con la chitarra, e il suo primo disco, What Green Feels Like, molto bello, in effetti ha dentro tanto pianoforte e tanta chitarra. Alcuni hanno paragonato il suo stile a quello di Jeff Buckley (si sente tanto nella bella canzone “Dove In Your Mouth”). Lui dice di ispirarsi molto anche a Bob Dylan (e questo si sente di più in “Alone In My Mind”, bella pure quella). Boh. Io in alcune ci sento i Radiohead di The Bends, pensa tu. Forse per i nuovi è così che funziona, come il volto della madonna sul profilo delle montagne: che ognuno ci vede quello che vuole vederci. È bello tutto il disco, tanto, ma ho ascoltato più volte “Hom-A-Gum”, una canzone che pare Jeff Buckley che canta su una traccia suonata da David Gray. Buttalo via.

“Hom-A-Gum” via Spotify

“Should Have Known Better” – Sufjan Stevens
Io, che ho sempre preso in giro mio padre al cinema, sono un sentimentale molto peggio di lui: lui piange con i film, io con le canzoni. Il mio disco preferito del 2015 è quello che mi ha fatto piangere di più. Letteralmente. L’ho ascoltato a volume basso e con l’orecchio vicino, tipo carillon, e intanto mi chiedevo se l’autore stesse parlando sinceramente, sul serio. E la risposta era sì. Forse è un’impressione derivata dal fatto che dischi ne fa relativamente pochi, ma a me pare sempre che Sufjan Stevens sia uno di quei rari artisti che fanno musica non per ineluttabilità della sorte, ma soltanto quando hanno qualcosa da dire (in questo caso a sé stessi). Carrie & Lowell è il suo settimo disco: parla di sua madre Carrie, morta nel 2012 per un tumore allo stomaco, e del rapporto che lui (non) ha avuto con lei. Non ne parla in quel modo mediato e ambiguo di molti cantautori quando parlano delle loro esperienze: ne parla esplicitamente, racconta cose, fa domande. Parla pure con lei.

Sulla copertina del disco c’è una fotografia del genere che i filtri di Instagram hanno reso attuale e popolare, e che prima in genere vedevi solo negli album di famiglia: ci sono la madre di Sufjan Stevens, Carrie, e Lowell Brams, secondo marito di Carrie (sono stati sposati dal 1980 al 1985) e oggi amico di Sufjan e direttore della casa di produzione discografica Asthmatic Kitty (quella di Sufjan Stevens). La storia è complicata, vera e abbastanza triste: Sufjan è nato nel 1975 dalla relazione tra Carrie e Rasjid Stevens, e insieme ai suoi fratelli è cresciuto in Michigan con suo padre Rasjid e la nuova compagna del padre. Mamma Carrie lasciò la famiglia quando Sufjan aveva un anno, e da allora i contatti tra lei e i suoi figli – come scrive Pitchfork in una bella intervista – furono piuttosto occasionali, condizionati dai problemi di salute di lei (soffrì di depressione, schizofrenia e alcolismo).

Tre villeggiature estive in Oregon, trascorse all’inizio degli anni Ottanta con Carrie e Lowell, è il ricordo principale e il più bello che Sufjan dice di conservare di sua madre, alla quale era vicino nel momento in cui è morta. Il disco esprime le sensazioni conflittuali provate da Sufjan nei confronti di sua madre, sui quali prevale in definitiva uno dei più noti e devastanti pesi massimi dei sentimenti umani: il rimpianto. “Should Have Known Better” è la mia canzone preferita, e c’è poco da spiegare: «When I was three, three maybe four, she left us at that video store. Oh, be my rest, be my fantasy».

“I Don’t Want To Let You Down” – Sharon Van Etten
È una presenza ormai costante nelle mie playlist di qualsiasi momento dell’anno. Nel 2015 ha pubblicato una nuova canzone subito, a metà gennaio, quando ancora tenevo in loop Are We There, il suo gran disco del 2014. “I Don’t Want To Let You Down” preannunciava l’uscita di un omonimo EP, pubblicato poi a giugno: contiene quattro canzoni, di cui “I Don’t Want To Let You Down” rimane probabilmente la più bella. L’avrò ascoltata duecento volte, non sto scherzando. La prima volta il riff principale mi diceva “Simple Man” dei Lynyrd Skynyrd; poi è diventata una canzone a parte. Come tutti quelli trattati nel disco precedente, anche qui l’argomento è molto autobiografico: la dolorosa e inevitabile fine di una relazione determinata dalla scelta di Sharon Van Etten di fare la musicista di professione, “a tempo pieno”, come ha spiegato lei in un’intervista con NPR.

“The Other Side” – Public Service Broadcasting
I Public Service Broadcasting, in giro da qualche anno, sono un duo di Londra che meriterebbe un grande abbraccio e un sentimento di profonda gratitudine già soltanto per il genere di musica che fa: in sostanza, musicano materiali audio d’archivio (cinegiornali, vecchie comunicazioni radiofoniche, cortometraggi educativi) usando elettronica a palla. Ok, magari non “arrivano” a un pubblico molto ampio, ma per quelli che apprezzano il genere l’effetto è come andare matti per, chessò, i crauti con la nutella, e scoprire che esiste un’azienda che produce esattamente crauti con nutella. Loro oggi dicono di voler “ricontestualizzare il passato”, “insegnare vecchie lezioni attraverso la musica del presente”, ma è partito tutto dal fatto che avevano tanta voglia di suonare ma poca voglia di cantare. Data la missione stramba e ammirevole in cui si sono cacciati, si capisce perché hanno un ottimo rapporto di collaborazione con il British Film Institute, uno dei più grandi archivi cinematografici al mondo.

Un esempio magnifico dal loro primo disco (Inform-Educate-Entertain, del 2013), per capirci sul genere: la canzone “Everest” – un gran pezzo – utilizza le parole del documentario del 1953 “La conquista dell’Everest”, sulla spedizione dei due alpinisti Edmund Hillary e Tenzing Norgay (i primi a raggiungere la vetta dell’Everest, il 29 maggio 1953). Del loro secondo disco – The Race for Space, uscito a febbraio 2015 – ho apprezzato tantissimo “The Other Side”, che tratta eventi relativi alla missione dell’Apollo 8, la prima a raggiungere la Luna, nel 1968. A un certo punto della canzone/trasmissione c’è una memorabile tensione causata da una lunga assenza di comunicazioni tra “Houston” e l’equipaggio. (SPOILER: finisce bene. «We’ve got it, we’ve got it…» ).

 

“Minimal Affection” – The Vaccines
Non seguo le cose dei Vaccines, perché a parte un paio di belle canzoni non li ho mai ascoltati tanto. Quindi non mi erano chiari i rapporti tra questi Vaccines e quelli dei primi due dischi quando ho ascoltato English Graffiti, il terzo, e mi è sembrato così diverso da chiedermi se avessero cambiato produttore, cantante o strumenti (solo il primo, pare). È un disco molto uniforme, e si lascia ascoltare volentieri, ma non avessi saputo che erano i Vaccines non ci avrei mai preso. Tra tutte mi tengo “Minimal Affection”: mi piace tanto l’attacco in crescendo della terza strofa, in cui voce e chitarra doppiano la stessa linea melodica (anyone, anyone, anyone, anyone, anyone? Is there anyone there?”).

“What Went Down” – Foals
Ammetto che ascoltare il cantante dei Foals (Yannis Philippakis) urlare “I buried my heart in a hole in the ground“, seguito dal basso e dal suono fragoroso dei piatti e della grancassa, è un gran bel modo di cominciare un disco. Poi si mettono a correre, e funziona, ma molto si perde nel ritornello (assai monotono). Però ho apprezzato tantissimo il coraggio e la violenza di quell’attacco. È il primo verso della canzone What Went Down, prima canzone del quarto disco dei Foals, What Went Down, di cui mi piace molto anche “London Thunder”.

“Ice Cream Man” – Blur
I Blur hanno scritto alcune delle canzoni più belle che io conosca. Consapevole quindi della scarsissima obiettività dei miei giudizi nei confronti delle loro cose, qualsiasi cosa, ho accolto l’uscita di un loro nuovo disco dopo dodici anni – Dodici. Lunghi. Anni. – con scetticismo preventivo, un approccio che servisse a evitarmi entusiasmi puerili e fuorvianti. È stato un totale fallimento: “Go Out” mi ha preso subito. Preannunciava l’uscita di The Magic Whip, un disco con alcune splendide canzoni e un certo grado di complessità: il genere che non ti piace così tanto al primo ascolto, ma se lo molli per due mesi e poi torni, ti accorgi che ti è rimasto tutto. Mi è rimasta “My Terracotta Heart”, mi è rimasta “There Are Too Many Of Us”, mi è rimasta “Ong Ong”; ma quella che ho ascoltato più volte tutto l’anno è “Ice Cream Man”. Mi piace il ritornello, e il modo in cui i suoni da videogame all’inizio del pezzo diventano parte della melodia.

“Always Be” – Josh Garrels
Josh Garrels è un trentacinquenne cantautore folk, originario dell’Indiana, che vive a Portland con moglie e tre figli. Ha il debole per i temi mistici, e gran parte della sua musica è legata ad argomenti religiosi e, in particolare, cristiani. La fortuna ha voluto che io non sapessi niente di tutto questo quando ho ascoltato il suo disco del 2015, Home: tutte no, ma alcune canzoni le ho trovate belle, belle davvero – “Born again“, “Leviathan” – a patto di ascoltarle senza badare troppo alla storia del misticismo lì. Il trucco è non prenderlo troppo sul serio, insomma, e godersi la musica. Alla fine – per via di quella mia fissazione per i testi brevi e insistenti – quella che ho ascoltato e apprezzato di più è “Always Be”: la cosa meravigliosa è quell’ultimo minuto strumentale, che parte quando la preghiera – amen – è finita.

“Test Pilot” – Chilly Gonzales (TV on the Radio)
L’originale è una canzone che già spaccava da sé, nel meraviglioso disco dei TV On The Radio del 2014. Nel 2015 è saltata fuori questa cover bellissima suonata da un pianista canadese bravissimo in questo genere di cose, Chilly Gonzales, conosciuto anche per le sue collaborazioni artistiche (Daft Punk, tra gli altri) e per avere un fratello maggiore compositore di numerose colonne sonore cinematografiche.

“Shatter You Through” – Daughn Gibson
Daughn Gibson è un trentacinquenne ex batterista di un gruppo stoner rock della Pennsylvania, che a un certo punto ha pensato di mettersi da solo e pubblicare due dischi più noti e apprezzati di quanto non lo siano stati i lavori con la sua precedente band. Il secondo lo ha pubblicato nel 2015, Carnation, ma non è piaciuto quanto il primo, Me Moan, del 2013. Io ci ho comunque trovato una canzone che apprezzo molto per due cose profondamente anni Ottanta, decade che continua a esercitare in me un fascino latente e ambiguo (gusto dell’orrido, lo definirebbe un mio caro amico): queste due cose sono la batteria stile “Take On Me” e il canto baritonale stile Dave Gahan.

“Without You” – Tobias Jesso Jr.
Tobias Jesso Jr. è un musicista trentunenne nato in Canada che ha suonato per anni senza successo il basso e la chitarra in alcuni gruppi poco noti, a Los Angeles, prima di tornare in Canada e mettersi a suonare con più dedizione il pianoforte, a 27 anni. Nel 2015 ha pubblicato il suo primo disco, Goon, uno dei più apprezzati in assoluto tra addetti e non, tanto da finire tra i migliori “nuovi” successi del 2015 secondo Rolling Stones.

“The Chase” – Future Islands
Ad aprile scorso sono tornati a suonare al Dave Letterman Show, dopo la prima applauditissima esibizione dell’anno precedente: hanno suonato una nuova canzone – più cupa rispetto alla media di Singles, il bel disco del 2014 – e Samuel Herring ha riproposto i suoi apprezzati passi da… Samuel Herring. Alla fine della performance, per rendere l’idea, la band ha pubblicato sul proprio account Twitter una fotografia di come Herring ha lasciato il pavimento dello studio del Letterman Show. Al di là dei riconosciuti meriti artistici di tutto il gruppo, la verità sacrosanta su Herring l’ha sintetizzata Pitchfork: “il tipo ha qualcosa che sul palco possiedono in pochi: la presenza”.

“Sprained Ankle” – Julien Baker
Julien Baker è una ventenne cantautrice di Memphis con una bella voce e un sacco di argomenti per le sue canzoni: separazioni, alcol, droga, degenze in ospedale, religione, depressione, ancora droga. Tutte cose di cui in genere si parla senza paura solo a vent’anni, prima di scoprire – ogni giorno di più – che l’universo delle cose a noi ignote è in continua espansione. Lei comunque la butta giù chiaramente fin da subito – “Wish I could write songs about anything other than death” – in “Sprained Ankle”, titolo del suo primo disco e anche della canzone, brevissima, che ho ascoltato più volte e che mi piace di più. Non per il testo deprimente, per carità di dio, ma perché da grande fan degli armonici naturali apprezzo tanto le due note sulla cui ripetizione incessante è interamente costruita la linea melodica di questa canzone.

 

“No Time To Crank The Sun” – EL VY
Gli EL VY sono un duo di recente formazione composto da Matt Berninger – quello famoso tra i due: è il cantante dei The National – e Brent Knopf, un musicista bravo e versatile con un piede in diversi progetti musicali indie a Portland. Si conoscono da oltre un decennio, dai tempi in cui le loro rispettive band suonavano in vari locali lungo la West Coast senza troppo successo. Durante questi anni ogni tanto Knopf inviava qualche traccia audio a Berninger, che provava a inventarsi qualche linea melodica da cantarci sopra, e alla fine hanno deciso di ritrovarsi insieme in uno studio di registrazione per fare una cosa più seria e articolata.

Il disco – piuttosto disomogeneo – ha ricevuto critiche molto positive (Drowned in Sound, A.V. Club) e altre molto negative (Pitchfork, Consequence of Sound, Slant): forse la verità sta nel mezzo, nel senso che contiene qualche canzone bella ma anche alcune brutte forte. A parte il primo singolo, “Return To The Moon”, promettente e originale, ho ascoltato molte volte “No Time To Crank The Sun”. Le altre canzoni servono a ricordare, qualora servisse, che Matt Berninger è una (gran) parte dei The National: non tutto.

“My Oh My” – Punch Brothers
Dei Punch Brothers dicevo tre anni fa che “fanno bluegrass ma un tipo di bluegrass che lascia scontento chi ama il bluegrass e scontento chi detesta il bluegrass”. Probabile. Se però ti collochi in mezzo apprezzi. A me piacciono tanto, e mi piace il modo in cui suonano insieme: sembrano divertirsi un sacco, soprattutto Chris Thile, leader e mandolinista del gruppo. Di The Phosphorescent Blues, il disco uscito all’inizio del 2015, mi è rimasto in testa il ritornello di “My Oh My”, che praticamente è un’altra canzone rispetto alle strofe: al primo giro lo sussurrano appena, ma alla fine della canzone lo cantano a piena voce e ti chiedi perché non abbiano cominciato prima. Ma loro fanno spesso così: non li segui tantissimo, e poi tirano fuori linee meravigliose appena ti distrai un attimo.

“No One Wants It to Happen to You” – Small Black
È un trio molto giovane di New York con un suo giro di fan a cui non appartengo, quelli molto presenti ai Primavera Sound Festival, per capirci (oh, io ci andrei pure ma forse dovrei prima bere qualcosa). Comunque fanno un genere di musica (pieno di suoni prodotti al sintetizzatore) che presenta qualche legame di parentela con i Washed Out, di cui invece sì, sono un timido fan. Nel 2015 gli Small Black hanno pubblicato un disco così così, “Best Blues”, in cui però ho trovato una canzone con una linea di basso notevole, molto Joy Division, ascoltata a ripetizione per settimane.

“Life Like This” – Kurt Vile
La parte strumentale conclusiva della canzone “On Tour”, meravigliosamente incasinata e rumorosa, è stato il momento in cui negli ultimi mesi del 2011 Kurt Vile ha compiuto in me il passaggio da bravo cantautore a cantautore da seguire senza perdertene una. Era una delle canzoni di Smoke Ring for My Halo, un disco che migliora a ogni ascolto anche ora che di anni ne sono passati cinque. Se immagino Kurt Vile, co-fondatore ed ex membro dei The War on Drugs, percorrere metaforicamente una linea retta insieme al suo ex gruppo per poi divergere, direi che alla fine a quel “bivio” ho seguito più lui che i The War on Drugs. Del disco che ha pubblicato nel 2015 (b’lieve i’m goin down…) ho ascoltato a ripetizione “Life Like This”, una canzone costruita tutta intorno a un giro di pianoforte.

“Restless” – New Order
Music Complete è il primo disco registrato dai New Order senza Peter Hook, il bassista storico del gruppo: è piaciuto sia al pubblico che alla critica, generalmente, ed è stato anticipato dall’uscita di un singolo che funziona molto. A me strapiace un particolare tecnico che può fare la differenza solo per fissati come me: le due note prese in controtempo dalla seconda chitarra elettrica nel sottofondo del ritornello a partire da metà canzone (minuto 02:20, più o meno), e poi anche nella coda solo strumentale del pezzo (minuto 03:44).

“Letters to Ghosts” – Lucie Silvas
È la cantautrice britannica che una decina di anni fa se ne uscì con una cover pomposissima di “Nothing Else Matters”, generando apprezzamento tra i suoi fan e una valanga di prevedibile disprezzo da parte dei fan dei Metallica (e anche dei non-fan che semplicemente conoscono e preferiscono l’originale). Ha avuto finora una carriera di alti poco alti e bassi molto profondi: un paio di grandi case discografiche avevano puntato molto su di lei per poi ripensarci. Nel 2015 ha pubblicato un disco con una casa di produzione tutta sua, la Furthestpoint, legata al gruppo Caroline Records (a sua volta legato a Universal-EMI). “Letters to Ghosts” – la canzone che ha anticipato l’uscita del disco – è un pezzo pop, il più pop del mazzo che ho ascoltato nel 2015: ha un ritornello molto orecchiabile e gradevole. Diventerebbe detestabile in brevissimo tempo, certo, se una compagnia telefonica se ne appropriasse per la propria pubblicità battente e per le infinite attese telefoniche del servizio clienti. Ma è un test sleale, che pochissime canzoni al mondo supererebbero.

“Breaker” – Deerhunter
Bradford Cox, cantante, chitarrista e leader dei Deerhunter, ha pubblicato nel 2011 – con lo pseudonimo Atlas Sound – un disco, il suo terzo da solista, che ho amato e ascoltato più di ogni altra cosa pubblicata prima e dopo dai Deerhunter. Ancora oggi fatico a trovare una sola canzone che non mi piacesse di Parallax. Ed è principalmente per Bradford Cox e per quel disco lì – e anche per un altro membro del gruppo, il chitarrista Lockett Pundt, autore a sua volta di un memorabile disco da solista nel 2012, Spooky Action at a Distance, con lo pseudonimo Lotus Plaza – che ascolto con piacere ogni cosa nuova dei Deerhunter. Monomania mi aveva lasciato un po’ perplesso, e non mi piace del tutto nemmeno quello uscito nel 2015, Fading Frontier, il cui singolo di lancio però è un piccolo capolavoro, secondo me. Mi piace la semplicità del riff di chitarra, il modo in cui entra soltanto al secondo giro; e mi piace la svolta spiazzante del ritornello, il modo in cui mi ricorda di colpo i Byrds.

“Places You Will Go” – Patrick Watson
Senza averlo mai considerato tra i miei dischi preferiti del 2015 – nonostante partisse col vantaggio del mio titolo preferito: Love Songs For Robots – mi sono reso conto di aver ascoltato distrattamente ma tantissime volte il quinto disco di Patrick Watson, trentasettenne cantautore canadese molto abile con il falsetto. È un disco fatto di melodie lente, semplicissime, ma con arrangiamenti molto elaborati: a volte funziona, a volte troppo. “Places You Will Go” funziona, e su YouTube ne circola anche una splendida versione suonata dal vivo, senza fronzoli.

 

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