“11 mila posti di lavoro”

Domenica 17 aprile, intorno alle 23:00, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha tenuto un discorso riguardo l’esito del referendum sulla “durata delle trivellazioni in mare” entro 12 miglia dalla costa da parte dei già detentori delle concessioni estrattive. Il referendum non ha raggiunto il quorum del 50 per cento più uno degli aventi diritto al voto, e quindi l’abrogazione proposta nel referendum è stata respinta. «Levo simbolicamente i calici con quelle undicimila persone che avrebbero rischiato il posto di lavoro, e per i quali abbiamo lavorato, e per i quali abbiamo proposto l’astensione ai cittadini», ha detto il presidente.

I benefici e i vantaggi che dall’esito di questo referendum potranno eventualmente trarre le imprese il cui lavoro era oggetto del quesito sono forse meno chiari di quanto sia stato raccontato ma comunque facilmente intuibili. Chi da anni lavora su quelle piattaforme e ha sviluppato competenze specifiche non dovrà di punto in bianco cercarsi un altro lavoro. Ed è chiaro che questo rappresenti un vantaggio non soltanto per quelle persone, ma indirettamente anche per il mercato del lavoro, che non dovrà accogliere 11 mila ulteriori domande, e per gli enti pubblici che non dovranno erogare eventuali integrazioni salariali.

Quello che piuttosto non era chiaro prima del referendum, e che l’intervento del presidente non è bastato a chiarire, è se – e in quale misura – i vantaggi delle imprese interessate dalla norma possano tradursi anche direttamente in un vantaggio per la collettività. La soddisfazione con cui il governo ha accolto l’esito del referendum mi lascia ottimisticamente supporre che alla base della scelta di sostenere l’astensione non ci fosse soltanto la tutela degli interessi di 11 mila lavoratori ma anche una approfondita valutazione dei costi e dei benefici che qualsiasi diversa soluzione avrebbe comportato per il paese. Fornire qualche dettaglio di questa valutazione, per quanto complessa possa essere, sarebbe stata una scelta più apprezzabile, più utile, e avrebbe forse finalmente elevato la discussione portandola su un livello più alto rispetto a quelli su cui si è mantenuta per mesi, dall’inizio alla fine, sui media e sui social network.

A questo genere di valutazione, correttamente, il presidente sembra alludere quando dice che «dobbiamo partire dal non sprecare l’energia che già abbiamo» e che «il passaggio alle energie rinnovabili non si può fare da qui a domani mattina». E si tratta di un argomento che potrebbe effettivamente aver motivato la scelta matura e consapevole di una parte dei sostenitori del “no”, più di quanto non lo abbia fatto una loro eventuale solidarietà “cieca” nei confronti di 11 mila persone il cui lavoro era a rischio. Eppure, ipotizzando che anche solo metà degli astenuti – metà di 34 milioni di elettori – non abbiano votato perché sprovvisti di adeguate risposte alle numerose domande sollevate dal quesito referendario, quelle domande non hanno ricevuto risposta neanche dopo. (E non è detto, tra l’altro, che chi invece ha votato credesse di averle tutte, quelle risposte).

Manca ancora una spiegazione chiara e dettagliata del perché un’occasione persa per ridurre, anche solo di pochissimo, la dipendenza energetica dai combustibili fossili sia ritenuta dal governo un vantaggio per tutto il paese sia nel lungo che nel breve termine. Contribuirà forse a ridurre, anche solo di pochissimo, la dipendenza energetica dall’estero? Il governo stima forse di ricavare dalle società energetiche operanti sulle piattaforme una produzione energetica rilevante e/o maggiori entrate derivanti dalle imposte sui redditi di quelle società? E, nel caso, tenere quelle società al lavoro sulle piattaforme rappresenta certamente un vantaggio in termini economici rispetto a eventuali danni collaterali procurati da quel lavoro?

Se anche riguardasse numeri talmente piccoli da renderla quasi irrilevante, una questione su cui è stata ritenuta necessaria o inevitabile una consultazione popolare (che fosse o non fosse il caso di richiederla) meritava un più approfondito livello di analisi, anche a posteriori. Le conclusioni ottimistiche si intuiscono soltanto, e solo a patto di essere in buona fede e di avere fiducia in questo governo (sono, evidentemente, ancora in molti ad averne). Un tentativo di spiegare onestamente i vantaggi collettivi legati alla mancata abrogazione della norma – al di là della soddisfazione compiaciuta per aver “salvato” 11 mila posti di lavoro – avrebbe peraltro contribuito a ridurre una gazzarra già largamente fomentata dalle opposizioni e dalle minoranze.

Pur partendo da premesse ragionevoli e rispettose («gli sconfitti non sono quei cittadini che sono andati a votare», ha detto il presidente), il rischio di sminuire i termini del quesito e concentrarsi piuttosto sugli “sconfitti”, sulle presunte colpe dei promotori del referendum e sulla sua strumentalizzazione, è quello di negare quelle stesse premesse e seguire l’andazzo. Se c’è una cosa che non è mancata neanche stavolta – e che comunque la si pensi mostra del paese tensioni latenti e irrisolte – è una diffusa mancanza di rispetto del pensiero e delle scelte degli altri, che continua a essere un bisogno impellente – oltre che un risultato molto più facile da ottenere – rispetto all’argomentazione paziente e non dogmatica delle proprie posizioni.

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