Una cosa che so (e mi basta) del fascismo

Una volta Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri durante il regime fascista e genero di Benito Mussolini, scrisse – in un appunto del 22 settembre 1939 – di aver visto a Roma, in via Vittorio Veneto, un gruppo di squadristi guidati da Achille Starace, segretario del partito fascista e poi capo delle camicie nere (la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale), prendere a bastonate un signore anziano (“una persona assolutamente innocua”, di origine straniera, scrive Ciano) colpevole di aver usato il pronome di cortesia “lei” anziché il “voi”. E durante il Fascismo si doveva usare il “voi”, non il “lei”: si riteneva – erroneamente – che l’uso del “lei” fosse di origine spagnola, e pertanto presunta manifestazione di un residuo servilismo italiano verso gli invasori stranieri. (“Ora che la Rivoluzione ha ricostruito l’orgoglio nazionale si ristabilisca il tu espressione dell’universale cristiano e romano, e il voi segno di rispetto e gerarchia”, scrisse il periodico Critica fascista).

Alcune circolari diffuse all’interno del Partito Nazionale Fascista e della Gioventù italiana del littorio avevano stabilito che “fra camerati iscritti al PNF è abolito il ‘lei’ e adottato il ‘tu’” e che “tra gerarchi e gregari, nei casi in cui sussistano rapporti di subordinazione, è adottato il ‘voi’”. Altre indicazioni date ai giornali ordinavano la pubblicazione di “articoli sull’adozione del tu romano” e di “non usare il lei nelle didascalie delle vignette, nelle novelle e ovunque si riportino scritti in forma dialogica”. A tutti gli organi di stampa veniva richiesto “di controllare attentamente affinché il tu ed il voi sostituissero sempre il lei, straniero e servile”. Si racconta persino che una rivista di attualità chiamata Lei, tanto per stare sicuri, cambiò il nome della testata.

È dagli anni della scuola, cioè da quando conosco questa storia delle bastonate degli squadristi a quell’anziano signore in via Veneto, che mi capita di associare il fascismo primariamente a questa sua declinazione linguistica. Ed è forse anche a causa della memoria persistente di questo episodio che quasi mai mi è capitato di trovare adeguato, o anche solo sensato, paragonare il fascismo a qualsiasi altra cosa, a qualsiasi realtà sociale attuale o situazione da me vissuta. Provo anzi un certo imbarazzo per alcuni politici e giornalisti – ma anche per semplici amici e conoscenti – che per anni hanno invece mostrato e tuttora mostrano una certa familiarità con la parola “fascismo” e definiscono “fascista” una cospicua varietà di comportamenti altrui, solitamente tra quelli a loro sgraditi.

Per me fascismo è quella cosa lì: uno che ti ammazza di botte, letteralmente, perché non parli come lui vorrebbe che tu parlassi.

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