Perdere il contatto

Da qualche giorno un gruppo di cantanti e complessi musicali piuttosto eterogeneo – ma potrebbero stare tranquillamente dentro la lineup di un festival musicale americano – sta partecipando a una campagna chiamata “30 Days, 30 Songs”, promossa dallo scrittore statunitense Dave Eggers (principalmente noto per il libro L’opera struggente di un formidabile genio). Si tratta di una iniziativa contro Donald Trump, ritenuto un candidato inadatto alla presidenza degli Stati Uniti dagli autori della campagna e da tutti i musicisti aderenti, o almeno quella è l’idea. Ogni giorno per trenta giorni – dal 10 ottobre scorso al prossimo 8 novembre, giorno in cui si terranno le elezioni presidenziali – sulle più comuni e usate piattaforme di streaming musicale sarà pubblicata una canzone il cui testo fa riferimento, implicito o esplicito, a Donald Trump (alcune canzoni sono nuove di sana pianta, altre – come quella dei R.E.M. – sono riadattate per l’uso, diciamo).

I primi a diffondere un loro pezzo sono stati i Death Cab for Cutie, gruppo indie americano piuttosto popolare e ormai in circolazione da una ventina d’anni. La canzone si chiama “Million Dollar Loan”, e fa parte del gruppo *nuove di sana pianta e del gruppo *riferimento esplicito. Parla di un fatto interessante non soltanto per quello che dice di Trump, ma per la situazione umana – frequentissima e familiare – che prova a circoscrivere e definire, e che in italiano si potrebbe racchiudere metaforicamente nell’espressione “perdere il contatto”.

Benjamin Gibbard, quarantenne cantante e frontman del gruppo, ha detto di aver avuto l’idea per il testo di questa canzone ripensando alla volta in cui Trump, durante un dibattito pubblico in New Hampshire, l’anno scorso, disse di aver costruito il proprio patrimonio partendo da un prestito di un milione di dollari ricevuto dal padre nel 1968. (Disse Trump quella volta: «Tutta la mia vita è stata un “no”, ho dovuto lottare, e non è stato semplice per me. Cominciai a Brooklyn, mio padre mi diede un piccolo prestito di un milione di dollari, che non è molto se lo paragonate a quello che ho costruito»).

L’aspetto paradossale e notevole di quell’aneddoto, per Gibbard, è che Trump probabilmente ne parlò convinto di riuscire in quel modo ad avvicinarsi emotivamente alla working class americana e all’elettorato eventualmente suggestionato dal mito del self-made man. «Trovai scandaloso che potesse definire “piccola” una somma di denaro che la maggior parte delle persone non vedrà mai in tutta la vita, e che potesse usare quella storia per autocelebrarsi come una sorta di modello di milionario che si è fatto da sé», dice Gibbard.

L’aspetto che di questa storia io trovo interessante pure, più astratto e magnificamente esemplare è che, forse, questa cosa di vivere per moltissimo tempo in una condizione sempre uguale – che sia sociale, economica, fisica o psicologica – alla lunga comporta quasi inevitabilmente delle distorsioni abnormi, il cui tratto distintivo più terrificante è che sono compiute in buona fede. Magari funziona così: che uno vive per due, cinque o dieci anni che gli sembrano cento in questa specie di universo prevedibile che lui chiama casa e gli altri bolla, e a furia di trascorrere il tempo soltanto lì dentro finisce per credere che in quell’universo ci abitino tutti.

La ascolto, la trovo bellissima; e penso che “Million Dollar Loan”, tra i tantissimi, forse innumerevoli, tipi di distorsione involontaria della realtà, parli della distorsione che compie chi non ha mai avuto problemi di soldi.

 

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