Le feste di Natale, per chi soffre di disturbi del comportamento alimentare

Leggendo del complicato caso recente di una donna statunitense di 29 anni, da molto tempo anoressica, che ha chiesto e ottenuto di poter rifiutare la nutrizione artificiale (lo ha stabilito una sentenza della Corte superiore della contea di Morris, in New Jersey), ho ricordato a me stesso quanto alienante e difficile possa essere il periodo delle feste di Natale per chi soffre di disturbi del comportamento alimentare, e per i suoi familiari.

“Alienante” perché per la maggioranza delle persone è un periodo di festa, appunto, e di gioia pervasiva e contagiosa. O almeno quella è l’idea. E “difficile” perché molta parte della festa – moltissima, nel tipo di famiglia del sud Italia da cui provengo – è espressa dal cibo in sé, di ogni tipo, e dai discorsi intorno al cibo, piuttosto che dai regali e da tutto il resto. Per anni padri e nonni ci hanno raccontato anzi che fino a cinquanta, sessanta Natali fa i regali stessi erano sempre e comunque cose che si mangiano. Pietanze da una volta l’anno, in genere.

Presumo sia valido per una moltitudine di disturbi psicopatologici, in un certo senso: ma in particolare di quelli in cui è alterato il rapporto con il cibo io ho capito soltanto due cose, da esperienze indirette il cui ricordo ogni tanto riemerge quando leggo di questo argomento (non che se ne parli moltissimo, a dirla tutta). La prima, controintuitiva e disumana, è che – in assenza di trattamento e terapie specifiche – a buone intenzioni di familiari e amici non corrispondono necessariamente progressi nella guarigione della persona che sta male. Anzi è più spesso valido il contrario: che con le migliori intenzioni, a volte, si finisca per creare danni più estesi di quelli che si sperava di limitare.

È un gran casino sempre, come fai fai, e questo genera delusioni e preoccupazioni e sensi di colpa a ruota, reciproci, che complicano tutto. A Natale il casino è ancora più grande perché ci si mettono di mezzo – oltre al cibo – disagi e paure determinati da circostanze collaterali, come per esempio rivedere amici o parenti che non si vedevano da una vita, e il cui primo saluto spesso è subito seguito da un’osservazione – assolutamente distratta e spontanea, in totale buona fede – che registra eventuali evoluzioni nell’aspetto fisico.

E la seconda cosa che solo oggi, a distanza di tanti anni, mi sembra di aver capito è questa: ciò che abitualmente definiamo volontà individuale (libero arbitrio, direbbero alcuni) è un concetto che serve poco e niente, quando si cerca di ricostruire il percorso tortuoso e incasinatissimo che porta a un disturbo del comportamento alimentare o che, all’inverso, permette di venirne fuori. E mi vergogno e incolpo moltissimo, oggi, se penso a quanto stupidamente io abbia valutato in passato situazioni in cui credevo che consumare un pasto fosse solo questione di volontà, e mi sembrava la cosa più semplice del mondo da fare, o da chiedere a qualcun altro di fare.

Mi chiedo da dove mi provenisse tanta sicurezza, e trovo solo risposte parziali e incerte. Una di queste è che tante delle cose che molti di noi ricordano di aver sentito dire a tavola dai propri genitori, in effetti, presuppongono una volontà di quel tipo, identica a quella necessaria a sollevare un braccio: una volontà che, nel caso del cibo, a un certo punto può anche prescindere completamente dal bisogno fisiologico di sfamarsi. Per esempio, da bambini: finire di mangiare un pasto come condizione necessaria per poter andare a vedere i cartoni animati. E il senso di questo patto riesco a capirlo.

Capisco già meno quello dell’invito, per quanto infrequente, a finire un pasto per rispetto, come atto dovuto nei confronti di chi altrove-ora o d’altri-tempi-qui non ha avuto questa possibilità. “Ai miei tempi non ne avevamo”. “C’è gente che muore di fame”. Sono frasi di cui percepisco chiaramente la buona fede e l’obiettivo, ma che probabilmente in un modo o nell’altro rafforzano negli anni l’idea che mangiare qualcosa sia come sollevare un braccio, appunto.

Della trasversalità e dell’incidenza dei fattori culturali nell’insorgenza dei disturbi del comportamento alimentare – in particolare tra le famiglie di origini ispaniche negli Stati Uniti – aveva scritto tempo fa Carmen Cusido, una giornalista statunitense esperta in materia di immigrazione. Una ragazza statunitense di 24 anni, con una storia passata di anoressia e bulimia, figlia di genitori messicani immigrati, le disse: «A volte i genitori cercano di far sentire in colpa i figli, anche quando sono sazi, dicendo cose come “Ai miei tempi non avevamo questo, devi mangiarlo”. Sono piccoli messaggi ma profondi. È una cosa che devo disimparare – se sono sazia, non devo mangiarlo tutto. E va bene così».

Un’altra testimonianza – in questo caso di una ragazza di origini taiwanesi, con un disturbo da alimentazione incontrollata (binge-eating disorder) e poi anoressia – fa riferimento alla contraddizione contenuta in molti messaggi recepiti da bambini e bambine, ragazzi e ragazze: “da un lato era spronata a mangiare grandi quantità di cibo, e dall’altro a rimanere magra”. Quasi tutti – quale che sia il contesto culturale da cui provengono – citano in ogni caso come circostanza aggravante la mancanza di consapevolezza in famiglia e la tendenza a non riconoscere il problema (a non vederlo neanche, se non in fase avanzata).

Gena Hamshaw, oggi nutrizionista e food blogger, che ha a lungo sofferto di un disturbo del comportamento alimentare, in un recente articolo ha provato a fornire qualche indicazione riguardo i probabili benefici di una maggiore consapevolezza da parte di familiari e amici di una persona che ha un disturbo del comportamento alimentare, a cominciare da quando si sta a tavola insieme. Anche Hamshaw, in un passaggio, ribadisce in un certo senso quanto sia inefficace – e probabilmente dannoso – usare dall’esterno le categorie di volontà e scelta come chiavi di lettura pertinenti di fronte alle manifestazioni del disturbo.

«Quando ero malata, spesso mi veniva chiesto perché non potessi semplicemente passarci sopra e mangiare questo o quello: “È solo un morso”, o “Un piccolo boccone non potrà ucciderti”. Guardando indietro, capisco quanto assurdo dovesse apparire il mio blocco davanti al cibo. Riesco a comprendere il disorientamento degli amici che mi chiedevano di riprendermi e mangiare qualcosa. Ma quello che loro non capivano all’epoca – e quello che a volte la gente non capisce dei disturbi del comportamento alimentare in genere – è che un boccone è percepito veramente come una questione di vita o di morte. È quello, la malattia. È una battaglia per la sopravvivenza, sia reale che immaginaria, e per la maggior parte del tempo è come se un piccolo passo falso o una scelta “sbagliata” fosse la fine del mondo».

Tutti i suggerimenti forniti da Hamshaw – rivolgersi a un team di specialisti (medici, psichiatri, dietologi), pianificare e scegliere i pasti, stabilire delle routine – oltre che utili sembrano completamente sensati e ragionevoli purché ci sia una diffusa consapevolezza della natura di questo genere di disturbi, che invece ancora oggi – in certi contesti – ad alcuni appaiono come capricci o volubilità. E questa specie di apprendimento collettivo credo sia necessario non soltanto all’interno delle famiglie direttamente coinvolte (i cui componenti, a un certo punto delle terapie, imparano a conoscere più o meno bene le dinamiche di questi disturbi). Serve che sia presente a ogni altro livello della comunità: parenti, insegnanti, compagni di scuola, genitori dei compagni di scuola.

Quanto ai pranzi e alle cene di Natale, se è vero che per chi soffre di disturbi del comportamento alimentare rappresentano un motivo di ansie e difficoltà, è anche vero che per tutti gli altri rappresentano un’occasione per modificare il linguaggio usato a tavola e tentare di adeguarlo alle condizioni di tutti. Spiega Hamshaw che una delle maggiori difficoltà per chi sta guarendo, per esempio, è cercare di recuperare un rapporto con il cibo come fonte di nutrimento e di piacere. È un obiettivo molto più difficile da raggiungere, per esempio, se i commensali – per scherzo, anche superficialmente – richiamano di continuo sentimenti di colpevolezza riguardo ciò che mangiano, o propositi di mettersi a dieta dopo le feste.

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