18 belle canzoni del 2016

Su questo blog più o meno regolarmente da qualche anno – in prossimità di Capodanno, in genere – raccolgo in un pezzo di riepilogo tutte le canzoni che ho ascoltato più spesso e più volentieri tra quelle pubblicate durante l’anno appena trascorso. Non è una classifica né una lista eterogenea – per niente – delle cose belle uscite nel 2016: per quelle ci sono i siti di musica e gli esperti. È solo un promemoria molto personale, utile a evitare che con il passare degli anni si sviluppi in me la detestabile convinzione che la musica-di-una-volta fosse migliore di quella attuale, qualunque cosa significhi. E ormai è anche un piccolo rituale a cui sono affezionato, banalmente (qui il pezzo del 2012, qui quello del 2014 e qui quello dell’anno scorso).

Qui trovate la playlist Spotify con tutte le canzoni che ho raccolto. Di alcune di quest’anno ho apprezzato moltissimo anche le coreografie, la regia e il soggetto dei rispettivi video musicali: in certi casi vederle e ascoltarle vale la pena più che ascoltarle e basta.

“I Have Been To The Mountain” – Kevin Morby

Kevin Morby è un bravo cantautore statunitense di manco trent’anni, nato in Texas, che vive e lavora a New York (è il tipo con il cappello, qui sotto). Nel 2016 ha pubblicato un bel disco, Singing Saw, il suo terzo da solista ma il primo di cui si sia occupata estesamente la critica mainstream. Canta un po’ come Bob Dylan, secondo alcuni, e un po’ come Leonard Cohen, secondo altri. Nella mia canzone preferita del disco, “I Have Been To The Mountain”, a me invece ricorda tanto Sixto Rodríguez, perché a un certo punto del secondo ritornello spunta uno strumento che fino a quel momento non si era sentito, e che ti aspetteresti in un pezzo di Rodríguez, appunto. È una canzone, a detta dell’autore, esplicitamente dedicata a Eric Garner, un afroamericano morto per soffocamento durante il suo arresto, nel 2014 (una brutta storia, che generò una lunga serie di proteste negli Stati Uniti).
Due sono le cose di “I Have Been To The Mountain” che non mi sono più levato dalla testa: la linea di basso (il modo in cui entra dopo chitarra e voce, e prima delle percussioni); e il videoclip, diretto da Phillip Lopez e interpretato da Nathan Mitchell.

Lopez, fotografo e regista, e Mitchell, ballerino e modello, avevano lavorato insieme usando proprio un’altra gran canzone di Kevin Morby, “Harlem River”, nel 2015. Ne avevano tirato fuori una coreografia e un video girato a Los Angeles, senza alcuna autorizzazione, alle cinque del mattino (con pochissimi mezzi a disposizione, tra cui uno skateboard usato come camera dolly per la ripresa iniziale).

“Saturday Night” – Devendra Banhart

A settembre scorso è uscito un nuovo disco (Ape in Pink Marble) di Devendra Banhart, poliedrico artista statunitense che di dischi ne ha già pubblicati nove e ha 35 anni, gran parte dei quali trascorsi in Venezuela, California, Francia e altri posti diversi dalla città in cui è nato (Houston, Texas). È un gran bel disco, e “Saturday Night” è il secondo singolo (era molto bello anche il primo: “Middle Names”). Lui è stato a Milano a suonare lo scorso luglio, e dovrebbe tornare nella primavera del 2017. Nel video fa un certo effetto ipnotico e spiazzante vederlo cantare versi tipo “You know how to numb the wound, but you don’t know how to heal it” mentre culla neonati belli da sembrare finti e accarezza levrieri afgani sulle panche di un night con le pareti rosse imbottite. Un presepe molto originale.

“What Will Come” – Travis

Fran Healy è sia il protagonista che il regista del video di “What Will Come”, la prima canzone del disco “Everything at Once”, uscito ad aprile (l’ottavo della carriera dei Travis). Insieme agli altri tre membri del gruppo – e un sacco di altre gente – Healy danza felice su una pista da ballo finché non comincia a fare il piacione con una, e non finisce benissimo. Continuo a trovare questa canzone gravemente priva di un ritornello – è come se ne avesse solo la “coda” – ma in compenso ha un bel pre-chorus e un gran bel video, in cui emerge, tra le altre cose, una costante, invidiabile qualità dei Travis: quella di non prendersi troppo sul serio. Nutro ormai da decenni per la loro leggerezza e il loro buon umore un sentimento di devota ammirazione e rispetto, che di fatto mi impedisce di essere obiettivo sulla qualità delle loro cose. Il disco, per dire, a me pare il loro migliore da anni, bello tutto.

“On Hold” – The xx

Per ascoltare il nuovo disco (I See You) ci vorrà gennaio del 2017, ma intanto a novembre è spuntata una nuova canzone degli xx, il gruppo di Jamie xx, uno tra i più conosciuti e influenti giovani dj e produttori britannici. In Colour, il suo recente disco da solista, è stato tra i più apprezzati del 2015, e quel genere di elettronica è presente anche in “On Hold”: c’è, per esempio, in quell’azzeccato e incessante campionamento vocale che comincia al minuto 00:50. E il resto lo fa la strofa principale: “now you’ve found a new star to orbit / it could be love / I think you’re too soon to call us old / when and where did we go cold / I thought i had you on hold“.

“Simple” – The Moth & The Flame

I The Moth & The Flame sono un gruppo non molto noto di Los Angeles, che fa un genere piuttosto mieloso per essere definito alternative rock e cavarsela solo con quello. Il batterista, Andrew Tolman, è l’ex batterista degli Imagine Dragons. La cosa che più mi piace è la voce del cantante e chitarrista Brandon Robbins, una specie di via di mezzo tra Tom Chaplin dei Keane (d’oh!) e un Pete Yorn (woo-hoo!) dalla voce meno rauca ma tremula uguale. Alla fine di quest’anno è uscita una versione registrata in studio di una canzone non nuova ma molto bella che si chiama “Simple”. Robbins la cantò durante una live session a Provo, Utah, nell’ottobre del 2013, e c’era sia la sua famiglia che la sua fidanzata. Di quella serata circola un video: a un certo punto Robbins scende dal palco, finisce di cantare davanti alla sua ragazza, posa la chitarra e le chiede di sposarlo in quel modo da film. Il testo della canzone fa: “There is nothing that I’d rather do than spend my whole life loving you“.

“Daydreaming” – Radiohead

In molti, tra gli addetti ai lavori, hanno dato al video e al testo di “Daydreaming” – la seconda canzone tratta da A Moon Shaped Pool, il nono disco dei Radiohead – una serie di significati legati alla fine della lunga relazione (23 anni) tra il cantante Thom Yorke e la sua ex compagna Rachel Owen. Funziona così con un sacco di cose, forse tutte, e forse non c’è niente di peggio: una cosa non fa in tempo a nascere che è già tutt’altro da sé. È il suo autore, prima di tutto. Mettici in questo caso anche il regista del video, Paul Thomas Anderson, e la musica quasi diventa un fatto marginale. Vorrei poter ascoltare questa canzone in un modo spregiudicato e privato, inerte come una pianta, al riparo dallo tsunami di critiche positive e negative, in decine di lingue di tutto il mondo, che accompagna a ruota qualsiasi pubblicazione dei Radiohead. Magari scoprirei che mi piace anche più di così. Una cosa bella del video, all’inizio: che Thom Yorke sia solo uno tra tanti, in quella specie di gruppetto di revenants che si vedono alle sue spalle, fuori fuoco. Decine di migliaia di combinazioni di labirinti.

“Pirate Dial” – M. Ward

Matt Ward, più noto come M. Ward, o come il peraltro componente meno noto nel duo She & Him, è un cantautore folk molto apprezzato e conosciuto soprattutto negli Stati Uniti. Su questo blog ci finisce spesso: qualche anno fa dicevo che chiunque dovrebbe ascoltare “Chinese Translation” almeno una volta nella vita, e – incredibile! – lo penso ancora. A marzo ha pubblicato un nuovo disco, More Rain, forse meno bello di A Wasteland Companion, il suo disco precedente. Per chi apprezza il genere, comunque, qualche bella canzone c’è.

“Dark Necessities” – Red Hot Chili Peppers

Se l’attacco di un pezzo fosse il pezzo stesso, “Dark Necessities” sarebbe la canzone che ho ascoltato di più nel 2016. Poi però comincia, e diventa una canzone dei Red Hot Chili Peppers, con Flea che fa il posseduto e via dicendo e tutto il repertorio dei RHCP. Contavo di trovare su YouTube un qualche loop di quell’attacco, e invece niente. Ma non è male, la canzone, e sta benissimo con i corpi grattugiati, tatuati e lividi degli skater nel video, diretto dall’attrice Olivia Wilde.

https://vimeo.com/170896833

“Come Down” – Anderson .Paak

Una gran canzone, e forse una mezza citazione, nel piano sequenza in apertura (“Apartment Story“, per quelli che vedono e sentono cose dei The National dappertutto). Malibu – il secondo disco del rapper e produttore statunitense Anderson Paak (altre cose le aveva pubblicate anche con lo pseudonimo Breezy Lovejoy) – è uscito all’inizio dell’anno ed è diventato in breve tempo una cosa gigantesca, uno dei dischi R&B più apprezzati dalla critica e dal pubblico. Ha la qualità di farsi ascoltare con piacere anche da chi non ascolta abitualmente questo genere, che forse è una qualità di tutte le cose belle: sconfinare. Una delle migliori in tutto il disco (ma ce ne sono tante: “Parking Lot”, “The Bird”, “Am I Wrong”) è “Come Down”, ed è finita anche in un recente spot dei diffusori Sonos.

“How He Entered” – Tindersticks

Più che una canzone, una declamazione di Stuart Staples su una magnifica base d’archi. Il nuovo disco, The Waiting Room, è uscito all’inizio dell’anno ed è molto piaciuto, soprattutto a chi apprezza il genere cupo e cavernoso dei Tindersticks. Sia nella copertina del disco sia nel video di “How He Entered” – girato dai registi Amaury Voslion e Richard Dumas – c’è questa maschera da asino che Staples dice di aver comprato in un mercatino di vecchi costumi teatrali a Strasburgo, qualche anno fa. «Ogni tanto lo indosso in giro per casa, è diventato una specie di alter-ego», ha detto. Sarà la musica, sarà il bianco e nero, sarà la testa d’asino, ma il video mi fa venire in mente cose tipo The Elephant Man, o Il Minotauro esce a fumarsi una sigaretta: lascia addosso la stessa tristezza.

“The Village (Label Pop Session)” – Tunng

A essere precisi non è una canzone nuova: “The Village” è una canzone tratta da Turbines, il più recente disco dei Tunng, pubblicato nel 2013. A ottobre di quest’anno però è uscito un EP (Label Pop Session) con sei canzoni suonate dal vivo, ed è forse una delle migliori cose pubblicate dai Tunng da quando Sam Genders non fa più parte del gruppo. Non è insolito, che una canzone dei Tunng suoni meglio nella versione in acustico che in quella del disco: This is Tunng… Live from the BBC, del 2011, era un piccolo capolavoro e contiene numerosi esempi di questa inclinazione dei Tunng. Tra le sei canzoni contenute nella Label Pop Session, “The Village” – ma un po’ anche “So Far From Here” – mi sembra quella che ne esce più “asciutta” e più ci guadagna, rispetto a come suonava sul disco. Pare un’altra.

“Time Of The Blue” – The Tallest Man On Earth

La sensazione non molto positiva che provo da qualche anno ascoltando le nuove cose di The Tallest Man On Earth, cantautore svedese che di nome fa Kristian Matsson, è che non si tratti di nuove cose di The Tallest Man On Earth. E quindi non è tanto per l’arpeggio né per la linea melodica, che ho ascoltato tantissime volte “Time Of The Blue”, una sua canzone uscita quest’anno: è per quel meraviglioso verso, rassegnato e laconico, che precede il ritornello: “Are we clowns just running?“.

“Never Left a Finger” – Adam Green

Adam Green – giovane cantante newyorchese più famoso come solista che come ex membro dei The Moldy Peaches – aveva pubblicato nel 2013, insieme alla cantante californiana Binki Shapiro, un disco piacevolissimo (Adam Green & Binki Shapiro) pieno di duetti che sembravano usciti negli anni Sessanta, mica nel 2013. Quest’anno ha pubblicato un altro disco e un film, Aladdin, autofinanziato tramite Kickstarter e girato in collaborazione con Binki Shapiro, di nuovo, e con un gruppo un po’ balengo di artisti e attori amici di Green (tra i quali Devendra Banhart, Rodrigo Amarante e Macaulay Culkin). Il film – che nella migliore e più inverosimile delle ipotesi avrebbe potuto ricordare qualcosa di Michel Gondry – è una cosa stramba e un tantino estrema, pare, ma il disco contiene alcune canzoni che confermano, se non altro, che Green ha una gran bella voce.

“Sun Gun” – Throws

I Diagrams sono uno dei gruppi formati da Sam Genders dopo la separazione dai Tunng. Throws è invece il nome del duo che Genders ha formato con Mike Lindsay dei Tunng, col quale continua a collaborare in varie forme e progetti (Throws è anche il nome del loro primo disco, uscito nel 2016). Dei due, Lindsay è il più smanettone con gli accrocchi elettronici mentre Genders è quello che cura di più la parte acustica tradizionale, le armonie e i falsetti, diceva tempo fa. Il disco è passato un po’ inosservato ma contiene alcune canzoni molto belle, come per esempio “Sun Gun”, una cosa un po’ Pink Floyd e un po’ Sigur Ros (c’è anche un po’ di Phil Collins, in altri pezzi, come nel singolo “The Harbour”). Alla registrazione del disco – avvenuta a Reykjavik, dove Lindsay ha casa e trascorre gran parte dell’anno – hanno peraltro partecipato, specialmente nel gruppo d’archi, numerosi musicisti islandesi già turnisti con Sigur Ros e Múm.

“It’s Only Light” – Diagrams

Con i Diagrams, invece, Genders ha già pubblicato un paio di dischi: Black Light nel 2012 e Chromatics nel 2015. Qualche settimana fa è stata diffusa una canzone nuova, “It’s Only Light”, che anticipa un disco (Dorothy) in uscita nella primavera del 2017. Le canzoni sono state scritte da una novantenne poetessa statunitense, Dorothy Trogdon, che Genders ha contattato via email dopo aver letto un suo libro: le ha chiesto di scrivere alcune poesie da usare come testi per le canzoni di un disco, e Trogdon ha accettato. Genders ha avviato una campagna di crowdfunding su Indiegogo per poter pubblicare il disco senza un’etichetta discografica (in questo modo, dice, spera di ricavarci abbastanza da rendere economicamente sostenibile il suo lavoro).

“The Pilgrim’s Song” – The Gloaming

Con i The Gloaming – avvisavo due anni fa – “uno che ne sa più di me scrive che ti può pigliare molto a male, se non sei nel mood giusto”. Ma su questo blog è un avvertimento superfluo, dato che un sacco di cose che ascolto fanno questo effetto qui. Di questo gruppo, che nel 2016 ha pubblicato il suo secondo disco (2), una cosa appare abbastanza evidente, fin dal primo ascolto: sono musicisti che suonano benissimo certi strumenti di musica classica, soprattutto violini, per fare musica di tradizione celtica. Suppongo che tenere insieme queste due cose – competenze tecniche molto individuali e specifiche, da una parte, e un’inclinazione condivisa a fare musica bella anche per i non addetti, dall’altra – sia una cosa molto difficile. Di quel difficile che, per funzionare, deve sembrare facile e naturale.

“I Need You” – Nick Cave

A settembre scorso Nick Cave e il suo gruppo hanno pubblicato un nuovo disco, Skeleton Tree, e un documentario, One More Time with Feeling, che racconta l’ultima fase della produzione del disco e le settimane seguenti la morte del quindicenne figlio di Nick Cave, Arthur, caduto da una scogliera vicino a Brigthon, nell’East Sussex, a sud di Londra, a luglio scorso. Il disco compare nelle classifiche dei migliori dell’anno secondo quasi tutti i principali siti di musica, e – tenendo da parte le considerazioni biografiche legate alla morte di Arthur Cave – si fa fatica a essere in disaccordo. Ha il pregio di durare poco, innanzitutto, e – io che per Nick Cave non vado matto – trovo che su otto canzoni ce ne siano almeno cinque che vale davvero la pena ascoltare: “Rings Of Saturn”, “Girl In Amber”, “Distant Sky”, “Skeleton Tree” e “I Need You”. Tenere da parte le suddette considerazioni biografiche, per “I Need You”, è un compito difficilissimo e probabilmente anche un po’ ingenuo, visto che c’è poco da interpretare (“nothing really matters when the one you love is gone“).

“Million Dollar Loan” – Death Cab For Cutie

Non ha portato gran fortuna, ma “Million Dollar Loan” resta una bella canzone che i Death Cab For Cutie avevano pubblicato qualche mese fa all’interno di un progetto con altri artisti e altri gruppi musicali, tutti accomunati dal desiderio che Donald Trump non diventasse il prossimo presidente degli Stati Uniti. (Della storia a cui si riferisce la canzone avevo scritto qui).

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