L’ultimo criterio di voto che mi resta

Non so ancora se andrò a votare, alle elezioni politiche del prossimo 4 marzo. Mai come stavolta avverto sia i rischi nell’adempimento di questo mio dovere civico sia quelli di un’eventuale astensione. Quello che in passato sentivo come una responsabilità da onorare e difendere – il diritto di voto – lo percepisco ora come un imbarazzo e una paura. Principalmente: l’imbarazzo di non essere all’altezza. La paura che una mia ristrettezza di vedute possa, su larga scala, penalizzare persone meno fortunate di me. Né mi sento in grado di giudicare con certezza se miei voti dati in passato abbiano contribuito a rendere un po’ migliori, un po’ peggiori o uguali a prima la provincia (Cosenza) e la regione in cui abito, prima ancora che questo paese. E in che rapporti stiano questi enti territoriali, se alle politiche ci sia ancora una pur vaga interrelazione o manco quella, mi è sempre meno chiaro.

Ma anche stavolta ho una certezza, e ringrazio di averne almeno una, ancora. La certezza di sentire profondamente distante da me – dal mio modo di vedere e sentire le cose del mondo – un’inclinazione che mai come stavolta ho trovato largamente diffusa e variamente esposta tra i rappresentanti di molti partiti e schieramenti politici. Per quanto estesa e proficua possa rivelarsi sul breve termine, qualsiasi raccolta di consenso che passi attraverso l’utilizzo sistematico della sopraffazione e della violenza verbale a spese dell’avversario politico non è non sarà mai un segno di quella civiltà umana di cui lo svolgimento di elezioni libere e democratiche dovrebbe essere una delle principali manifestazioni.

Dall’ultima volta in cui mi sono trovato in un seggio elettorale – e lo scrivo con una delusione che speravo di non dover provare – non mi pare sia stato fatto abbastanza per isolare le espressioni più incivili e verbalmente violente dell’attuale offerta politica, o per rendere più profondo e significativo il divario tra quelle e tutte le altre. Per timore di perdere consensi, mi sembra anzi che in tanti si siano iscritti allo stesso campionato di chi vede nella neutralizzazione dell’antagonista politico un fine ultimo, quando in un paese civile non dovrebbe manco essere un mezzo (semmai un effetto del successo autonomo di un proprio modello politico). E quando anche non si trattasse di aggressioni verbali, ho trovato comunque sgradevoli e arroganti alcuni atteggiamenti di derisione dell’avversario da parte di chi si ritenga “diverso” dall’avversario, più serio, “superiore”, come se la serietà fosse un timbro portato in fronte e non una qualità da dover dimostrare ogni giorno, pazientemente, con qualsiasi interlocutore.

Non so ancora se voterò, dicevo. Vorrei poterlo fare rispettando la condizione di votare soltanto – e mica facile, con questa legge elettorale – candidati che non si siano limitati a chiamare scemo o ladro qualcun altro, o a ridere delle cose che altri sostenevano con convinzione. Vorrei poter dare il mio voto a chi non urla. Darlo a persone che trattano i propri interlocutori, politici e non, sempre con rispetto ed educazione. E vorrei poter dare il voto a persone che non si sentono migliori degli altri, che ancora alzano la mano per chiedere la parola anche se non lo fa più nessuno. Non so se c’è mai stato un tempo in cui queste condizioni rappresentavano un prerequisito largamente condiviso. Di sicuro speravo che non definissero oggi un sottoinsieme così drasticamente ridotto dall’ultima volta.

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