Un collegio a caso, nel Sud Italia

Non saprei dire quale tra le numerose cause ipotizzate da commentatori e analisti in queste ore, sulla base dei risultati elettorali, sia da ritenere la più determinante o plausibile ragione dell’insuccesso del Partito Democratico alle elezioni politiche del 4 marzo. Trattandosi di una perdita molto consistente (almeno due milioni di voti), è probabile che ciascuna di quelle ragioni sia valida: disapprovazione del lavoro svolto dal governo uscente, risentimento alimentato da subentrate o persistenti difficoltà economiche degli elettori, contestazione nei confronti dei dirigenti nazionali.

Nessuna tra queste mi sembra però del tutto appropriata al caso del collegio in cui ho votato, e mi chiedo se e quanti casi come questo si siano verificati nel Sud Italia. Dal mio punto di vista di elettore della provincia di Cosenza posso soltanto annotare quello che è accaduto qui, in un territorio compreso nel collegio plurinominale della Calabria in cui proprio non c’è stata partita (al contrario dell’altro, in cui la coalizione del centrodestra ha preso complessivamente solo qualche migliaio di voti in meno del M5S). Lo scrivo anche come banale promemoria personale: tanto per non scambiare, ripensandoci tra vent’anni, il 2018 con il 2013.

Ho ragione di credere che mai come stavolta abbia prevalso nel collegio uninominale in cui voto un’intenzione in larga parte misurata sull’identità dei candidati (soprattutto quelli da non-votare), più che sui partiti, sulle coalizioni e sui loro leader nazionali. E magari è giusto che sia così sempre. Fatico quindi a stabilire connessioni sensate tra i risultati molto netti emersi in questo collegio e le molte analisi del voto su scala nazionale basate sulla valutazione delle campagne elettorali dei partiti e sulla valutazione delle cose dette o fatte dai vari Grillo, Renzi, Berlusconi o Salvini. Trovo piuttosto molto significativo e in qualche misura allarmante il fatto che le ragioni del successo del M5S – oggetto di approfondite e complesse analisi sul piano nazionale – appaiano invece di sconcertante ovvietà, da anni, ad amici, colleghi e familiari della città in cui voto e con i quali a volte mi capita di parlare di queste cose.

Il candidato uninominale alla Camera espresso dalla coalizione di centrodestra era Paolo Naccarato, sessantenne ex senatore Lega Nord in Lombardia e NCD, ex PdL, PD, già sottosegretario nel secondo governo Prodi e a lungo collaboratore di Francesco Cossiga. Il candidato uninominale della coalizione di centrosinistra era Giacomo Mancini, quarantacinquenne ex ALA, FI, PdL, ex assessore regionale nella giunta di centrodestra, ed ex deputato con Democratici di Sinistra e con La Rosa nel Pugno. Molto noto a Cosenza come nipote di Giacomo Mancini (storico deputato, ministro e segretario nazionale del PSI), la sua candidatura aveva generato un recente interesse sulla stampa nazionale perché – in qualità di primo non eletto nelle liste di Forza Italia alle scorse Regionali del 2014 – Mancini avrebbe ottenuto l’incarico di consigliere regionale in caso di elezione a parlamentare di Fausto Orsomarso, consigliere regionale in carica e intanto candidato alla Camera a queste politiche, capolista con Fratelli d’Italia nel collegio plurinominale di Cosenza.

La candidata al collegio uninominale del M5S era una trentasettenne priva di rilevanti o compromettenti esperienze politiche pregresse. Mi chiedo quali altre informazioni occorressero ai suoi elettori, per indurli a votare per lei. Forse nessuna. Forse nemmeno queste. Quello di Cosenza è stato in assoluto il collegio uninominale della Calabria con il maggior numero di consensi per il candidato del M5S alla Camera, sia in percentuale (51,87%) che in termini assoluti (68.065 voti su 137.104 votanti e 196.734 elettori).

Nel dibattito nazionale ho sentito anche questa: “al Sud, a causa della disoccupazione, il M5S ha stravinto grazie alla promessa del reddito di cittadinanza”, dice. Forse è una lettura superficiale ma può anche essere, e ci mancherebbe. Dico solo che nel caso specifico del collegio in cui votavo io la promessa del reddito di cittadinanza mi sembra un dettaglio marginale rispetto, per esempio, alla straordinaria e condivisa impopolarità dei candidati uninominali della coalizione di centrodestra e soprattuto di quella del centrosinistra. Senza nemmeno contare l’impopolarità crescente di altri rappresentanti inseriti nelle liste proporzionali, candidati per la terza o quarta volta consecutiva.

Scrive Ivan Scalfarotto, deputato del PD eletto in Lombardia nel 2013, elencando le ragioni della sconfitta e i punti da cui ripartire:

Dovremo ripartire dalle cose che funzionano. Nella mia Milano, in città, il PD prende il 27% e la Bonino l’8% e conquistiamo 3 collegi uninominali su 5 alla Camera. A Milano, una città che tutto il mondo ci invidia, c’è una giunta di centrosinistra che funziona. C’è un Partito Democratico che funziona: pieno di giovani; un partito che non si occupa tanto del potere ma di avere delle cose da dire e che proprio per questo vince; un partito plurale ma con una visione riformista assolutamente condivisa, e quindi non spaccato e inutilmente litigioso.

Ho abitato e lavorato a Milano per alcuni anni, compreso il periodo immediatamente successivo alle politiche del 2013. Se abitassi ancora lì oggi, probabilmente le parole di Scalfarotto mi suonerebbero largamente condivisibili: di sicuro posso condividerle limitatamente alla mia esperienza di Milano durante la prima parte della scorsa legislatura. Probabilmente, se votassi a Milano, voterei il Partito Democratico – pur con tutte le perplessità e incertezze descritte da Francesco Costa e da Luca Sofri – non soltanto per condivisione dei principî del partito, in senso generale e astratto, ma anche per tutte le ragioni concrete che oggi, da lontano, mi fanno apparire invidiabile il modello regionale descritto da Scalfarotto. E forse – al netto di eventuali disapprovazioni particolari, rispetto a un candidato o due – riuscirei pur sempre a intravedere una qualche continuità tra le mie inclinazioni politiche e i candidati incaricati di rappresentarle.

Ma – detta senza giri di parole – in nessun modo e in nessuna forma la descrizione del partito data da Scalfarotto si adatta alla classe dirigente locale del PD presente da oltre un decennio nella città in cui voto oggi. Credo sia una parte del problema.

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