23 canzoni del 2018

Una lista delle canzoni che ho ascoltato di più tra quelle uscite nel 2018, e qualche informazione per provare a contestualizzarle, dove occorre. È una lista che, più o meno in questa forma, compilo ogni anno ormai da qualche anno (2012, 2014, 2015, 2016, 2017), più per abitudine e tradizione che per altro. E vale l’avviso di ogni anno: i limiti della selezione riflettono quelli dei miei gusti musicali.

Qui c’è la playlist, per chi usa Spotify.

“Mystery of Love” – Sufjan Stevens

Insieme a “Visions of Gideon” è una delle due canzoni scritte dal cantautore statunitense Sufjan Stevens per il film di Luca Guadagnino Chiamami col tuo nome. Gliene aveva chiesto soltanto una, Guadagnino, ma quello gliene ha presentate due, una più bella dell’altra, e ha concesso i diritti per utilizzarne una terza (una vecchia canzone, “Futile Devices”, riarrangiata in una nuova versione). “Mystery of Love” è piaciuta molto, era una delle canzoni candidate agli Oscar 2018 ed è già entrata nel repertorio delle cose migliori di Sufjan Stevens (dal vivo ha cominciato a suonarla spesso con il mandolinista Chris Thile, cantante e leader dei Punch Brothers). “Credo che le canzoni di Sufjan aggiungano un’altra voce al film, come se fossero una narrazione senza narrazione”, ha detto Guadagnino.

“Sober to Death” – Car Seat Headrest

Car Seat Headrest è il gruppo musicale fondato dal giovanissimo cantautore americano Will Toledo, un ragazzo di ventisei anni di Leesburg, in Virginia, che scrive e pubblica dischi Lo-Fi da quando ne aveva diciotto. Il nome lo ha scelto perché all’inizio, per timidezza e quindi per non farsi sentire da nessuno, cantava chiuso in macchina sul sedile posteriore. La critica lo segue da tempo, incuriosita dal larghissimo successo che già riscuoteva in rete da prima dell’accordo con Matador, una delle etichette discografiche indipendenti più famose al mondo. Il suo decimo disco – Teens of Denial, il secondo con Matador – è stato tra i più acclamati nel 2016. Quest’anno è uscita una riedizione del suo sesto disco, Twin Fantasy, risuonato completamente e con arrangiamenti migliori.

“Shake Your Shelter” – LUMP

LUMP è il nome di un progetto musicale formato da Mike Lindsay, componente e autore di spicco dei Tunng, e da Laura Marling, apprezzata cantautrice britannica. “Progetto” è un modo per non dire gruppo, perché fatto il primo disco potrebbe anche finire qui, e perché hanno entrambi più solide carriere autonome da riprendere. Lindsay e Marling si sono conosciuti a Londra nel 2016, in occasione di un concerto di Neil Young in cui lei suonava come gruppo spalla, ma soltanto nel 2018 è uscito il loro disco (che ha lo stesso nome del duo). Come in gran parte dei suoi dischi con i Tunng, anche in LUMP emerge il talento di Lindsay nel tirare fuori suoni da qualsiasi cosa e rielaborarli elettronicamente. E su questa trama di suoni ed effetti Marling sistema tutta una serie di falsetti e vocalizzi costruendo linee melodiche molto articolate. Funziona. È perfetto. Dura una mezz’oretta, e preso per intero è il disco che ho ascoltato più volte nel 2018, con distacco. Per la realizzazione di un paio di videoclip, oltre che per la copertina del disco, hanno incaricato Esteban Diácono, un bravo motion graphics designer argentino che produce animazioni molto affascinanti e un po’ inquietanti (e ha lavorato anche per Apple). La canzone che anche da sola mi pare funzioni meglio delle altre è “Shake Your Shelter”.

“Wide Awake” – Parquet Courts

È la canzone che dà il titolo al quarto disco della band newyorkese Parquet Courts, un gran disco ballabile, mezzo punk mezzo rock, prodotto da Danger Mouse (Brian Burton) e pubblicato a maggio scorso. Di canzoni belle ce ne sono diverse ma mi ha rassicurato sapere del successo riscosso in particolare da questa, che si è sentita parecchio in giro e che hanno suonato dal vivo anche al programma di Ellen DeGeneres. Ha una struttura del tipo che ascolterei tutto il giorno: un’unica linea di basso ripetuta ininterrottamente mentre un mucchio di gente canta in coro un’unica strofa, o quasi. Sono matto, lo so.

“Do You Remember” – Dave Matthews Band

È la canzone che ho ascoltato più volte del nuovo disco della Dave Matthews Band, Come Tomorrow, uscito a giugno. È un pezzo quasi acustico, facile da ricordare, come molti dei pezzi più famosi della produzione di Dave Matthews da solista. Un’altra bella è la prima, “Samurai Cop”, che invece ha un arrangiamento più articolato e una struttura meno lineare, più tipica della produzione di Dave Matthews con la sua band. Lui, che è anche un grande intrattenitore, ogni tanto ci scherza su, a proposito di questa specie di “schizofrenia” artistica: da una parte la sua attività da solista e dall’altra quella come frontman di una delle più apprezzate rock band americane degli ultimi trent’anni.

“Dark Heart” – Tunng

Nei Tunng, gruppo folk britannico, sono tutti abilissimi a suonare strumenti acustici e oggetti di qualsiasi tipo (mazzi di chiavi, per dire) incastrando quei suoni in loop di musica elettronica e campionamenti vari. Sono attivi da oltre tredici anni ma il loro sesto disco, Songs You Make At Night, uscito ad agosto, è il primo da quando uno dei fondatori, Sam Genders, cantante, chitarrista e autore, è tornato nel gruppo. Lo aveva lasciato nel 2007, dopo il terzo disco, per dedicarsi ad altri progetti da solista. Del ritorno di Sam Genders il disco ha beneficiato sotto tutti gli aspetti, dai testi alle musiche. “Dark Heart” è la più bella tra le canzoni più movimentate, diciamo, e in cui la parte elettronica prevale su quella folk. Un’altra bella – una tipica bella canzone dei Tunng – è “Flatland”, esplicitamente ispirata a Flatlandia di Edwin Abbott Abbott, un meraviglioso racconto di fantascienza del 1884 sulla storia di un abitante di un universo bidimensionale che viene inaspettatamente visitato da una sfera.

“Warm Milk” – VILDE

VILDE è lo pseudonimo di Thomas Savage, un giovane musicista australiano abbastanza sconosciuto che vive tra Melbourne e Stoccolma, ma per un po’ ha abitato anche a Dusseldorf. Fa musica elettronica cantandoci sopra in falsetto, con uno stile molto simile a quello di Joe Newman degli Alt-J. È bravo, fa tutto da solo – testi e musiche – e ha buone idee. Ha pubblicato un disco l’anno scorso (Study / Dance) e un altro quest’anno (Thud).

“Softly” – Rhye

I Rhye sono saltati fuori dal nulla e abbastanza misteriosamente (a lungo non se ne è saputo niente) tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013, con due canzoni sbalorditive – “Open” e “The Fall” – che hanno fissato l’asticella della loro produzione a punto altissimo. Si parla di loro al plurale ma l’identità del gruppo è chiaramente la voce androgina e ipnotica del suo cantante, il canadese Mike Milosh. Dopo il successo del primo disco (Woman) ha cominciato a farsi vedere pubblicamente con meno ritrosia, e il 2018 è stato l’anno del secondo disco, Blood, e di una tournée internazionale. “Softly” è una delle canzoni di Blood.

“Jupiter 4” – Sharon Van Etten

Questa canzone sta in questa lista perché l’ho già ascoltata un centinaio di volte ma in teoria dovrebbe stare nella prossima. È il secondo singolo tratto dal disco Remind Me Tomorrow, in uscita a gennaio. Il più recente era del 2014. Intanto lei è diventata mamma e ha recitato nella serie televisiva prodotta da Netflix The OA (è una delle persone rapite dallo scienziato psicopatico). Sharon Van Etten è una delle migliori giovani cantautrici statunitensi venute fuori da quel giro indie, in gran parte di base newyorkese, che comprende artisti come The National, Antlers e Walkmen, Beirut, Wye Oak e compagnia cantante.

“Pulsar” – Ride

Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta i Ride sono stati nel Regno Unito una delle espressioni più popolari del cosiddetto shoegaze, una specie di alternative rock molto riconoscibile (tutto quello che suona come roba dei My Bloody Valentine, tendenzialmente). La storiella del perché la critica musicale si inventò il nome “shoegaze” – fissare le scarpe, più o meno – qualcuno magari non la sa: perché molti dei chitarristi di quei gruppi, sul palco durante i concerti, stavano tutto il tempo a testa bassa un po’ per imbarazzo e un po’ per tenere d’occhio le pedaliere che attivavano e modulavano le numerose distorsioni di cui il genere shoegaze fa ampio uso. Dopo lo scioglimento dei Ride, nel 1996, il chitarrista e fondatore del gruppo, Andy Bell, finì a fare il bassista negli Oasis (ha scritto lui un paio di canzoni di Don’t Believe the Truth, tra cui “Turn Up the Sun”, che è un pezzo bellissimo). Poi è tornato a suonare la chitarra, nei Beady Eye, il gruppo messo in piedi da Liam Gallagher dopo lo scioglimento degli Oasis. E alla fine del 2014 i Ride si sono rimessi insieme. “Pulsar” è un canzone tratta da Tomorrow’s Shore, un loro EP uscito nel 2018, ed è la cosa più shoegaze che abbiano fatto da quando sono tornati insieme.

“The Unsinkable Ship” – Public Service Broadcasting

È un trio londinese che suona musica strumentale molto semplice, a metà tra l’indie rock e l’elettronica, ma interpolata con materiali audio di repertorio (cinegiornali, vecchie comunicazioni radiofoniche, cortometraggi educativi). E funziona. Una volta hanno usato le parole del documentario del 1953 “La conquista dell’Everest”, sulla spedizione dei due alpinisti Edmund Hillary e Tenzing Norgay, i primi a raggiungere la vetta, il 29 maggio 1953. Un’altra volta hanno usato comunicazioni originali della missione dell’Apollo 8, la prima a raggiungere la Luna, nel 1968. Quest’anno invece hanno pubblicato il concept album White Star Liner, un breve EP con quattro tracce, sulla costruzione e l’affondamento del Titanic nel 1912, e sul ritrovamento del relitto nel 1985. Il materiale di repertorio di “The Unsinkable Ship” è gente dell’epoca che parla della maestosità del transatlantico. Nella terza traccia – “CQD”, la più angosciante – le percussioni seguono il ritmo del codice CQD, appunto, il segnale Morse usato dal Titanic e in tutte le chiamate di soccorso marittimo prima dell’introduzione del segnale SOS.

“Lemon Glow” – Beach House

È forse la più bella canzone del settimo disco dei Beach House, 7, uscito a maggio. Alla critica è piaciuto, anche se è meno semplice e meno immediato rispetto alle loro cose precedenti. I Beach House sono un duo di Baltimora che nel corso degli ultimi dieci anni è riuscito a costruirsi una solidissima reputazione tra i fan del genere dream-pop, popolarissimo tra i frequentatori dei festival di musica indie come il Coachella. Avranno perso la scintilla dei primi dischi, forse, ma fanno ancora dei gran pezzi.

“End of the rainbow” – Jacob Bellens

Jacob Bellens è un cantautore danese che dopo aver suonato per una decina di anni in alcuni piccoli gruppi sconosciuti si è fatto conoscere nel resto d’Europa con il suo terzo disco da solista, Polyester Skin, e in particolare con il singolo “Untouchable”, che è andato molto anche in Italia. Nel 2018 è uscito il quarto disco, Trail of Intuition, che non si sposta dal suo genere (una specie di elettro-pop molto orecchiabile).

“Rare Vibration” – Richard Ashcroft

A parte qualche breve parentesi sperimentale (e nemmeno tanto) successiva al secondo scioglimento dei Verve, da solista Richard Ashcroft suona da sempre come se gli anni Novanta non fossero mai finiti. Che, a seconda della prospettiva e dell’ascoltatore, può essere una condizione apprezzabile o svenevole. Nel 2018 è uscito il suo quinto lavoro da solista, “Natural Rebel”, un disco che non aggiunge niente di fondamentale alla sua produzione. Anzi la cosa migliore forse è quella che nel disco nemmeno c’è: una traccia bonus pubblicata a metà dicembre in un cd allegato ad alcune edizioni limitate del disco.

“Super Blue Moon” – Ralegh Long

Ralegh Long è un giovane cantautore folk britannico che negli ultimi anni ha ottenuto un relativo successo con i servizi di streaming. È uno di quelli che senza Spotify non avrei mai scoperto, e come me chissà quanti. Qualche anno fa, dopo il suo disco di esordio del 2015, il Guardian lo segnalò tra i nuovi artisti promettenti, definendolo il Tobias Jesso Jr inglese, anche se suona più volentieri la chitarra che il pianoforte. Nel 2018 si è sentita parecchio “Super Blue Moon”, un suo pezzo in cui ricorda moltissimo Nick Drake. “Super Blue Moon” usa un arpeggio famosissimo e usatissimo, da “Sunday Bloody Sunday” in poi (lo stesso The Edge lo sfruttò anche per “Rowena’s Theme”, una bellissima canzone strumentale di una colonna sonora da lui composta per un film francese del 1986, Captive, sul rapimento di Patricia Hearst).

“I Wish I Gave You More Time Because I Love You” – Hater

È un gruppo indie-pop di Malmö, sconosciuto o quasi: hanno qualche migliaio di follower, diciamo, anche se parlare in questi termini pure di musica è un po’ avvilente. Hanno suoni molto puliti e una cantante con una voce e uno stile da musica underground. Hanno pubblicato un disco l’anno scorso (You Tried), con qualche canzone niente male (“Had It All”), e un altro disco quest’anno (Siesta), di cui ho apprezzato la canzone dal titolo più lungo e più brutto. Mi piace la parte finale, quando cambia completamente giro di accordi.

“Wait” – Turin Brakes

Nel 2018 è uscito l’ottavo disco dei Turin Brakes (Invisible Storm), duo inglese che nei primi anni Duemila è riuscito con il suo folk acustico ad assicurarsi l’attenzione di un ristretto seguito di appassionati, consolidato nel corso degli anni successivi senza mai uscire troppo dal seminato. “Wait” è una canzone molto semplice e con un ritornello azzeccato, piacevole da ascoltare a patto di ascoltarla un numero di volte sufficiente invece che chiudere tutto dopo cinque secondi perché la ritmica somiglia troppo a quella di “Hey Ya!” degli OutKast.

“Bad Dreams” – Pete Yorn e Scarlett Johansson

Nel 2018 Pete Yorn e Scarlett Johansson hanno pubblicato Apart, un EP con quattro canzoni nuove. Si conoscono da tempo e avevano già duettato qualche anno fa, per un disco vero e proprio (Break Up, nemmeno tanto male). La canzone migliore e più orecchiabile in questo nuovo EP si chiama “Bad Dreams”, ne hanno anche fatto un video, ed è una cover. Ma c’è tutta una storia dietro. Il pezzo originale si chiama “Worried” ed è una canzone degli Echo Friendly, sconosciuto duo newyorkese (marito e moglie) contattato un anno fa dai legali di Pete Yorn per una proposta di riadattamento di quel pezzo, che gli Echo Friendly hanno accettato molto volentieri. Pete Yorn avrebbe tenuto il 25 per cento dei ricavi, ha spiegato su Facebook Jake Rabinbach, il cantante degli Echo Friendly, che poi però a maggio scorso ha reso pubblica tutta questa storia perché lui e sua moglie, che intanto hanno anche avuto un bambino, c’erano rimasti male del fatto che del loro pezzo originale si fosse fatta pochissima pubblicità. Peraltro avevano firmato un accordo per un “riadattamento”, non una cover. E invece è praticamente la stessa canzone. Alla fine hanno chiarito tutto con una bella telefonata all’antica, ha detto Rabinbach, senza interferenze di avvocati e senza social network. Va’ a sapere che si sono detti.

“Take It All” – Iceage

È un gruppo punk-rock danese composto da ragazzi nati tutti tra il 1991 e il 1992. Hanno pubblicato già quattro dischi, tre dei quali con Matador anche loro, e si sono attirati l’attenzione di diversi addetti. Del loro quarto disco, Beyondless, uscito a maggio, ho apprezzato moltissimo il crescendo di “Take It All”.

“Sleeping Volcanoes” – Cass McCombs

Cass McCombs è un cantautore folk originario di Concord, in California, che ha girato per anni in lungo e in largo la costa ovest degli Stati Uniti, suonando in numerosi piccoli gruppi prima di finire a New York. Poi ha smesso di girare ed è tornato dalle sue parti, a San Francisco, e ha cominciato a pubblicare dischi e a farsi un nome. Ha suonato con o per gruppi e artisti famosi come gli Arcade Fire, Andrew Bird, The Decemberists, Ariel Pink e i The War On Drugs. A febbraio 2019 uscirà il suo nono disco, Tip of the Sphere. Intanto già da qualche settimana si può ascoltare in streaming la canzone “Sleeping Volcanoes”, che promette bene.

“Silvery Sometimes (Ghosts)” – Smashing Pumpkins

A novembre è uscito il decimo disco degli Smashing Pumpkins, il primo dai tempi di Machina II con di nuovo Jimmy Chamberlin e James Iha, batterista e chitarrista della formazione originale (ma dopo lo scioglimento Chamberlin aveva lavorato ancora con Billy Corgan, per poco, negli Zwan). Il disco si chiama Shiny and Oh So Bright, Vol. 1, è il primo di una serie, pare, e per ora è andato così così. Tolto il primo singolo – “Solara”, forse non proprio azzeccato – ci sono alcuni bei pezzi lenti (“Knights of Mania”, “Travels”). “Silvery Sometimes (Ghosts)” è probabilmente la più orecchiabile. Una cosa semplicissima che mi piace di questa canzone: la linea vocale di Billy Corgan “doppiata” dalla linea melodica della chitarra solista per tutta la durata del ritornello.

“The Sapling” – David Gray

Anche questa sta nella lista “sbagliata”, nel senso che è una canzone di un disco che uscirà nel 2019, a marzo, ma è già tra quelle che ho ascoltato di più in queste ultime settimane dell’anno. Il disco si intitolerà Gold in a Brass Age. Su David Gray la sanno già lunga in molti: è uno che sa cantare e sa scrivere canzoni, e lo fa da anni azzeccando quasi tutto quasi sempre.

“Agony” – Beach Fossils

I Beach Fossils, giovane gruppo indie statunitense attivo ormai da una decina di anni, non hanno fatto dischi nuovi nel 2018. Ma il loro cantante e frontman Dustin Payseur, per il suo compleanno, ha pubblicato per scherzo una cover di “Agony”, apprezzata canzone del rapper svedese Yung Lean. È piaciuta molto, sia ai fan degli uni che dell’altro.

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