ladybug transistor

15 canzoni “indie” poco note dell’ultimo decennio

Un’eccezione alla consueta lista delle mie canzoni preferite dell’anno: quindici canzoni “indie” sfigatissime, che dal 2010 a oggi, da queste parti, abbiamo ascoltato poco e niente, ma che ho trovato sensato raccogliere e mi porterò dietro anche nel prossimo decennio, appresso a quelle ben più note.

Molte risalgono a quel momento in cui avevamo quasi del tutto smesso di comprare CD, circolavano ancora lettori MP3 portatili e iPod, gli artisti sconosciuti provavano a emergere caricando musica su Bandcamp, e Spotify in Italia, nelle attuali proporzioni, non esisteva. Erano più o meno gli ultimi tempi in cui abbiamo usato la parola “indie” con un qualche senso o, se non altro, convinti di capirci. Poi abbiamo smesso. La prima parte dell’ultimo decennio, insomma.

Augustines – “Now You Are Free” (Augustines, 2014)

Gli Augustines sono stati un gruppo indie rock attivo a New York, con nomi diversi e in modo alquanto discontinuo, tra il 2004 e il 2016. La loro fortuna fu quella di trovarsi nel giro giusto, a Brooklyn, quando l’etichetta discografica fondata da Aaron e Bryce Dessner, chitarristi dei National, produsse il loro primo disco, nel 2005. All’epoca si chiamavano Pela, non ancora Augustines, e avevano una formazione un po’ diversa. Ma il frontman, cantante e chitarrista del gruppo – l’anima, come si dice – è sempre stato William “Billy” McCarthy, un californiano cresciuto suonando da girovago lungo la West Coast e poi in Europa.

Ha una storia molto triste, Billy McCarthy: un passato da alcolista, una famiglia affetta da disturbi mentali e un fratello morto suicida, in prigione, poche settimane prima dell’uscita del secondo disco dei Pela. Suona ancora oggi, autofinanziandosi, e ha anche pubblicato un disco da solista dopo lo scioglimento degli Augustines per problemi economici. A New York McCarthy ha sempre avuto un suo ristrettissimo ma fedele seguito di estimatori. Ha un timbro riconoscibilissimo, e canta sempre come se avesse tantissimo da tirar fuori.

The Cave Singers – “Faze Wave” (No Witch, 2011)

Sono tre musicisti di Seattle, attivi dal 2007 ma mai veramente noti. Oggi pubblicano prevalentemente tramite crowdfunding, ma un loro momento lo hanno avuto, all’inizio degli anni Duemilaedieci, quando l’etichetta Jagjaguwar pubblicò il loro terzo disco. Il loro “indie” è sempre rimasto abbastanza legato a certe influenze folk, e lo era tutto quel (bel) disco, No Witch. Soltanto una canzone faceva eccezione: “Faze Wave”, più cupa e tormentata delle altre.

The Ladybug Transistor – “Clutching Stems” (Clutching Stems, 2011)

Altro gruppo indie-pop di Brooklyn, già attivo dagli anni Novanta e guidato dal cantante e leader Gary Olson, nato e cresciuto a New York. Hanno pubblicato dischi fino al 2007, anno in cui persero il loro batterista storico, San Fadyl, morto per un attacco d’asma. Si presero una lunga pausa, rimpiazzarono Fadyl con Eric Farber e pubblicarono nel 2001 il loro settimo e al momento ultimo disco. Hanno un suono estremamente melodico e pulito, ricorda un po’ quello dei Belle and Sebastian, ma è la voce baritonale di Olson il loro tratto distintivo.

Dovendo sceglierne uno soltanto, da questo malinconico e consunto gruppetto di dischi “indie” dimenticati dell’ultimo decennio, Clutching Stems è quello che mi porterei dietro su un’isola deserta, come dicono quelli. Era bello, bellissimo, tutto.

Gardens & Villa – “Star Fire Power” (Gardens & Villa, 2011)

È un gruppo californiano. Dopo questo loro disco d’esordio ne pubblicarono altri due, cercando sempre – senza tanto riuscirci – di trovare un loro sound riconoscibile attraverso o malgrado l’uso massiccio di sintetizzatori. Quel primo disco però funzionava. Era l’anno di “Drive” di Nicolas Winding Refn, e di musica che suonava come la colonna sonora di quel film se ne ascoltava in giro parecchia.

William Fitzsimmons – “Psychasthenia” (Gold in the Shadow, 2011)

Di questo gruppo di artisti dimenticati e dispersi, lui è uno che ce l’ha fatta. Nel senso che ha un suo seguito e pubblica dischi con regolarità e generando un certo interesse tra gli amanti del genere acustico un po’ melenso. Certe sue cose sono anche finite dentro qualche episodio di qualche serie TV. William Fitzsimmons è un cantautore di Nashville, nato e cresciuto in Pennsylvania da genitori non vedenti. Ha imparato a suonare diversi strumenti fin da bambino, dalla tromba all’ukulele, e ha una laurea in psicologia. Usa prevalentemente strumenti a corda ma li combina con suoni elettronici: ce n’erano tantissimi nel suo quarto disco, Gold in the Shadow, il primo per cui si fece notare parecchio anche in Europa.

Sean Rowe – “Jonathan” (Magic, 2011)

È un cantautore newyorkese di 44 anni, con una gran voce, nato a Troy, sulla riva orientale dell’Hudson. Anche lui ce l’ha fatta, nel senso che campa di musica, ma ne ha fatti di giri e di serate nei locali prima di arrivare. Ha raggiunto una certa notorietà all’inizio del decennio appena finito, a 35 anni, quando riunì le canzoni scritte negli anni precedenti – compresa “Jonathan” – per il suo disco Magic, pubblicato nel 2011. Il suo disco più recente, del 2017, lo ha pubblicato dopo aver raccolto 40 mila dollari su Kickstarter, affidando poi la distribuzione alla casa discografica che aveva pubblicato i suoi dischi precedenti.

Lotus Plaza – “Strangers” (Spooky Action at a Distance, 2012)

Nel 2012 Lockett Pundt, chitarrista dei Deerhunter, pubblicò il suo secondo disco da solista con lo pseudonimo Lotus Plaza, una cosa un po’ indie-rock, un po’ shoegaze. Spooky Action at a Distance ottenne recensioni favorevoli e conteneva canzoni orecchiabili, in cui la voce distorta di Lockett Pundt – che registrò da solo tutti gli strumenti – si sovrapponeva ad alcune linee di chitarra abbastanza semplici. Una delle migliori era “Strangers”, che termina come se fosse di colpo un’altra canzone e come se provenisse da un mangianastri che si sta scaricando.

Oddnesse – “Somewhere Somehow” (Somewhere Somehow, 2016)

Oddnesse è un gruppo sconosciuto le cui poche canzoni hanno finora avuto qualche buon riscontro su Spotify. Il nome lo ha scelto questa cantante del New Jersey, Rebeca Arango, leader del gruppo, che dice di essere cresciuta ascoltando gli ABBA e Neil Diamond, e che i suoi primi gruppi imitavano i Broken Social Scene. È una di quelle che probabilmente avrebbe caricato tutto su Bandcamp, se fosse ancora il 2009 e Spotify non esistesse. Non hanno pubblicato dischi ma, dovessero mettersi bene le cose, possibile che decidano di raccogliere tutti i singoli finora diffusi soltanto in streaming.

Burning Peacocks – “Eden” (Love Réaction, 2016)

È il duo indie-pop della modella e attrice francese Alma Jodorowsky, una donna di una bellezza paralizzante, peraltro nipote del regista cileno Alejandro Jodorowsky. In Francia, dove è testimonial per Chanel, Lancôme e altri marchi famosi, è un volto da copertina e da cartellone pubblicitario, ma ha anche recitato in diversi film (era in La vita di Adele, per esempio). Nel 2016 ha pubblicato un disco pop con questo suo amico, David Baudart: insieme si chiamano Burning Peacocks, e in questo loro unico disco, Love Réaction, lei canta un po’ in francese e un po’ in inglese. Era molto ma molto meglio di un sacco di cose che si sentono in giro, ma non se lo è filato nessuno.

Goldheart Assembly – “Harvest in The Snow ” (Long Distance Song Effects, 2013)

I Goldheart Assembly sono stati un gruppo folk londinese, attivo tra la fine degli anni Duemila e il 2014. Erano una specie di cloni scarsi dei Fleet Foxes. Uno di loro, prima di iniziare seriamente a suonare, lavorava come guardiano in uno zoo. Nel 2010 pubblicarono il loro primo disco, Wolves and Thieves, con la stessa casa discografica che produsse i primi dischi dei Coldplay. Ottenne qualche recensione positiva sui siti specializzati, ma loro scomparirono rapidamente, non prima di aver pubblicato un altro disco, la cui miglior canzone era “Harvest in The Snow”.

Alela Diane – “Nothing I Can Do” (About Farewell, 2013)

Alela Diane sta in un altro campionato: un suo successo, per quanto relativo e limitato, lo ha avuto e lo ha tuttora. È una cantautrice folk californiana, cresciuta suonando anche in Europa, con alle spalle una carriera ventennale e sette dischi. Ha una voce straordinariamente melodiosa, riconoscibile, che cambia registro di continuo, tra falsetti e voce di testa. Ma bisogna apprezzare il genere, altrimenti è una tortura. Un paio di sue canzoni – non questa – sono finite in una serie TV di successo (“The Walking Dead”).

Fufanu – “Just Me” (Sports, 2017)

È un trio islandese che fa musica techno ed elettronica. Si sono fatti notare per il loro secondo disco, Sports, anche se il loro cantante – che si chiama Kaktus Einarsson – a Reykjavik era già noto da un po’, tra gli estimatori del genere, con il nome Captain Fufanu. È il figlio di Einar Örn Benediktsson dei Sugarcubes, il gruppo di Björk. Di recente ha anche collaborato con Damon Albarn.

Bradford Cox – “Angel Is Broken” (Parallax, 2011)

Con lo pseudonimo Atlas Sound il cantante e chitarrista dei Deerhunter, Bradford Cox, originario di Athens, peraltro città dei R.E.M., pubblicò nel 2011 un disco riuscito e apprezzato, chiamato Parallax. Cox, che nel 2013 ebbe una parte nel film Dallas Buyers Club (era l’amante di Rayon), ha la sindrome di Marfan, una patologia genetica che colpisce le cellule del tessuto connettivo e determina, tra i vari effetti, particolari caratteristiche fisiche (corpi longilinei e flessibili). Riferimenti a questa sua condizione e alla solitudine provata da ragazzo – ha vissuto a lungo in casa da solo, dopo la separazione dei genitori – sono spesso presenti nei suoi testi.

Yamon Yamon – “The Darker Place” (This Wilderlessness, 2010)

È un gruppo svedese che nel 2010 pubblicò un bellissimo disco d’esordio, This Wilderlessness, recensito su diversi siti di musica, anche in Italia, e interamente caricato su Bandcamp. Il cantante, Jon Lennblad, e il batterista, Christoffer Oberg, suonavano insieme già dal 2002, dopo aver studiato musica fin da bambini. Il secondo disco uscì nel 2013 ma non era granché, e degli Yamon Yamon non si è più saputo niente.

Erlend Øye & La Comitiva – “For The Time Being” (For The Time Being, 2019)

Questa è l’unica freschissima, sta nell’ultimo decennio per questione di pochi giorni. “For The Time Being” è una vecchia canzone di Erlend Øye, il più eclettico e istrionico componente dei Kings of Convenience, duo acustico norvegese di discreto successo negli anni Duemila. La cantava nel 2004, in un pezzo del DJ tedesco Michael Vater (Phonique), in una delle sue allora frequenti incursioni nella musica dance ed elettronica. Gli interessi musicali di Erlend Øye, come noto a chi segue le sue cose, spaziano da Bruno Martino ai Röyksopp.

Da qualche anno Erlend Øye lavora e vive più o meno stabilmente in Sicilia. Ha da poco ripubblicato “For The Time Being” con un arrangiamento acustico, insieme al gruppo siracusano La Comitiva (Stefano Ortisi, Luigi Orofino e Marco Castello), con cui suona in giro per l’Europa da ormai quasi due anni.

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