L’ossessione del “gancio”

Come la sconfitta della nazionale italiana maschile di calcio si è trasformata nella premessa di sregolati articoli, programmi televisivi e ragionamenti su qualsiasi cosa.

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In un gergo giornalistico un po’ retrivo ma in parte ancora diffuso la “chiusa” è generalmente definita come la parte conclusiva di un articolo. È una parte in cui in molti casi italiani anche illustri – se per consuetudine o per esplicita regola redazionale, non lo so – l’autore dell’articolo tende a esercitare una propria vena letteraria, utilizzando espressioni a effetto, citazioni o anche figure retoriche che diano alla scrittura l’aspetto di uno stile ricercato ed elevato, ma che il più delle volte finisce per essere paludato, sciatto e inappropriato. Nel migliore dei casi la chiusa non c’è: il pezzo finisce quando non ci sono altre informazioni da riportare. In altri casi la chiusa c’è ma è una dissonanza stilistica presente solo alla fine del pezzo: sgradevole ma tollerabile.

Nel peggiore dei casi tutto l’articolo è una specie di chiusa, un lungo e fiacco esercizio di stile letterario, e comincia con un “attacco” ugualmente enfatico e superfluo (a volte anche quattro, cinque righe di prologo da romanzo, senza alcun riferimento al fatto da trattare). È però una pratica largamente condivisa – e vale anche per gli articoli ben scritti – quella di inserire nell’attacco un “gancio” di attualità, un riferimento che in un certo senso motivi la pubblicazione di quel pezzo e la trattazione di quell’argomento in quel particolare momento anziché in un altro, laddove non sia un articolo di cronaca in senso stretto ad autolegittimarsi. È un criterio peraltro applicato in molti altri settori (anche nell’editoria in generale: gli instant book, per esempio), magari discutibile ma certamente comprensibile, e in definitiva condiziona e determina ciò che definiamo attualità (e a sua volta ne è condizionato).

Penso alle rubriche di alcuni quotidiani nazionali, molto condivise e seguite, forse persino trainanti per le vendite, in cui la necessità di trattare quotidianamente e in poche righe un argomento di qualsiasi genere a partire da un “gancio” si concretizza spesso in un commento lapidario, un tentativo di dare un significato profondo, mettere in prospettiva storica, un presente in atto e perlopiù sfuggente. Quanto poi siano utili questi commenti alla comprensione del presente è tutta un’altra storia.

Consapevole del fatto che l’Italia sia da molti ritenuta, con validi argomenti, una nazione di allenatori di calcio, dopo la sconfitta della nazionale maschile contro la Svezia e la conseguente esclusione dal prossimo Mondiale ero preparato a leggere numerosi e severi commenti contro l’allenatore, o il presidente della Federazione, o i calciatori, o tutti quanti loro. Quello che non mi aspettavo, forse ingenuamente, è che questo evento sportivo potesse in modo così diffuso, disinvolto e concorde essere usato come “gancio” per trattare argomenti apparentemente molto dissimili e avviare riflessioni su un presunto stato critico di altre pratiche, istituzioni o modelli politici, culturali e sociali.

Escludo ovviamente da questa constatazione le dichiarazioni di alcuni politici che, come altre volte in passato, hanno sfruttato una notizia di simile popolarità e portata come veicolo di propaganda e occasione per raccogliere consenso e approvazione. Ci sta: per quanto deprimente e fuorviante, è una scorciatoia molto praticata, un atteggiamento che tanto più alligna tra i politici in prossimità della campagna elettorale. Non dovrebbe ma è così. Ma ci sta – e me lo chiedo davvero – che una storica esclusione dai Mondiali sia così pacificamente utilizzata dai giornali non sportivi e dai programmi televisivi di approfondimento per proporre chiavi di lettura sensate del presente? Provare a stabilire relazioni in un caso del genere è l’esercizio di una facoltà veramente utile, o è soltanto una semplificazione, l’effetto di una pigra ed evitabile ricerca di un “gancio”?

Il giornalista Vittorio Macioce ha scritto sul Giornale un pezzo intitolato “Un Paese che ha perso il suo cuore azzurro”, definendo la sconfitta “il sintomo di una Nazione che ha smesso di crederci”. Quello stesso pezzo è stato poi ripreso da una trasmissione pomeridiana di approfondimento su La7, con lo stesso Macioce ospite in studio. A fine giornata, Lilli Gruber ha introdotto e costruito una parte consistente della puntata della sua trasmissione Otto e Mezzo chiedendosi – con Matteo Richetti, Antonio Padellaro e Vittori Zucconi, ospiti in studio – se la sconfitta dell’Italia sia “lo specchio del paese”. Descrivendo le presunte ragioni della sconfitta della nazionale, il giornalista Gianfrancesco Turano ha scritto sull’Espresso che “un allenatore giunto al suo massimo livello di incompetenza ha sistemato in campo un’Italietta sperimentale escludendo in modo sistematico ogni possibile traccia di talento perché è questo che un dirigente italiano fa: perseguita il talento”.

Malgrado l’ostinazione e le convinzioni degli autori, nessuno degli argomenti non sportivi trattati o lambiti da questi articoli e da queste trasmissioni televisive è sembrato a me lettore e spettatore avere relazioni profonde o anche solo superficiali con la sconfitta dell’Italia contro la Svezia. Mi riesce solo di inquadrarli tutti nella macrocategoria universale dei “problemi”, come la siccità e la “post verità”, ma niente mi pare abbiano in comune in quanto problemi e niente in comune intravedo nelle ipotetiche soluzioni. Tenerli insieme ostacola le mie valutazioni, non le facilita.

“Si poteva sperare che il calcio fosse migliore del Paese, secondo la retorica per la quale lo sport è avulso dal resto della società”, ha scritto Gigi Riva (non il calciatore) su Repubblica, in un editoriale di narrativa mitologico-sportiva (“un uomo vero con la barba lunga e le cicatrici sulle gambe, ricordo di molte battaglie”, scrive a un certo punto parlando di un calciatore).

Mi pare sia vero esattamente il contrario: la retorica giornalistica dominante è quella che utilizza qualsiasi evento sportivo e non – purché notorio – come metafora di fenomeni generalmente molto più complessi e articolati, stabilendo relazioni della cui causalità non esiste né può esistere alcuna prova. Saranno forse diversi gli obiettivi – o quantomeno dovrebbero: stimolare riflessioni utili un editoriale, raccogliere approvazioni lo status di un politico in campagna elettorale – ma tra l’uso del “gancio” Italia-specchio-del-paese e le cosiddette strumentalizzazioni di Meloni e Salvini, sul piano logico, non c’è poi grande differenza.

Inchiesteption

La puntata di Report di ieri, domenica 29 maggio, riguardo gli antibiotici e le condizioni igienico-sanitarie di alcuni allevamenti di animali in Italia, ha ottenuto una vasta e meritata attenzione sia per la rilevanza dei temi trattati sia per la popolarità delle aziende coinvolte in una delle inchieste. Della serie lana caprina per addetti e guardare-il-dito-non-la-luna, io però con certi servizi di Report e di altri (anche su Rai 3) mi chiedo spesso questa cosa: la serietà dell’argomento dell’inchiesta in sé – a prescindere da eventuali giudizi di merito sul contenuto (ammesso che ne sia richiesto uno ai non deputati a darne) – non dovrebbe richiedere agli autori una particolare attenzione anche nella cura della forma con cui quel contenuto è “confezionato” e presentato? Una forma non dico più “neutra” – che non significa niente, tra l’altro – ma quantomeno più esteticamente sobria non sarebbe più adatta? Parlo delle musiche. Continua a leggere “Inchiesteption”

Qui un tempo era tutto Woodward e Bernstein

Grazie a un contorto ma abbastanza frequente meccanismo di circolazione di vecchie cose online (stavolta via Reddit, credo) ho da poco recuperato un breve articolo scritto nel 2011 da Gene Weingarten, storico giornalista del Washington Post, due volte vincitore del premio Pulitzer negli ultimi otto anni (è l’autore, tra le altre cose, di quel lungo e apprezzato articolo sui bambini dimenticati in macchina e sui genitori di quei bambini). Curioso – ed emblematico, ma non so bene di cosa – che lo stesso Weingarten non sia consapevole del perché questo suo vecchio articolo del 2011 (una lettera a uno studente di giornalismo) sia improvvisamente riemerso nelle ultime ore.
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Lo scherzo telefonico a Fabrizio Barca

A Giuseppe Cruciani, ospite di Piazza Pulita lunedì sera, è stato chiesto un parere dal punto di vista deontologico riguardo lo scherzo telefonico fatto a Fabrizio Barca – ex ministro per la Coesione territoriale nel governo Monti – durante la trasmissione radiofonica La Zanzara, di cui Cruciani è conduttore e co-autore. Se anche non avessi ascoltato la telefonata – e mi era passato per la testa di non farlo – avrei avuto ugualmente ragione di credere che in questa telefonata Barca avesse detto delle cose giornalisticamente rilevanti, perché la conversazione è stata riportata anche da giornali che solitamente non si occupano di contenuti ricavati secondo queste modalità a meno che, appunto, non si tratti di informazione (una notizia, insomma).
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Dare nomi alle cose

Ieri l’ex presidente del Consiglio Mario Monti se l’è presa con il Corriere della Sera, con i «commentatori autorevoli formatisi nella prima e nella seconda repubblica» e, in genere, con un certo modo di scrivere di politica in Italia (non è la prima volta che critica le abitudini della stampa, ma finora era stato meno esplicito, che io ricordi). E il direttore De Bortoli gli ha risposto su Twitter «grazie della rassegna», che mi avrebbe anche strappato un sorriso se non fosse che la rassegna me lo toglie subito dalla faccia, se di rassegna si tratta.
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«Una volta sarebbe bastata»

C’è questo giornalista – Daniel Bergner, scrive sul supplemento domenicale del New York Times – che ha pubblicato un libro di cui alcuni grandi siti americani si stanno occupando (tipo marchetta ben fatta), e di cui presumibilmente si occuperanno anche quelli italiani, non so se nelle apposite sezioni urlanti o nel rullo delle cose serie. È sul desiderio sessuale nelle donne, affrontato con le consuete premesse: cose di cui non si parla mai abbastanza (sebbene se ne parli molto, ciclicamente).
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Freelance, blogger e logografi

Premessa

Che diavolo è un logografo? Nell’antica Grecia (IV-III sec. a.C.) il logografo era uno scrittore che componeva orazioni giudiziarie a pagamento. Dal momento che i cittadini ateniesi implicati in un processo – sia l’accusatore sia l’imputato – dovevano difendere i loro interessi da soli davanti alla giuria popolare, molti andavano prima da questa specie di avvocati-ghostwriter, gli spiegavano per bene come stavano le cose e si facevano scrivere il discorso che poi avrebbero pronunciato di persona. Non era male, come mestiere: occorreva non solo una certa abilità di scrittura ma anche un minimo di empatia (ethopoeia), perché l’orazione rientrasse nelle corde del cliente e risultasse poi convincente in pubblico. Al liceo ne traducemmo una che pareva una bestemmia – Per l’olivo sacro – scritta dal logografo Lisia (445-380 a.C.) per un tizio che doveva difendersi dall’accusa di aver sradicato un albero di olivo sacro (erano sacri ad Atena – non tutti tutti, solo alcuni – e in verità il poveraccio aveva soltanto danneggiato il recinto che ne delimitava uno).

Parecchi elementi mi spingono a credere che qualcosa di simile al mestiere del logografo potrebbe trovare, a distanza di 2500 anni, nuove declinazioni nell’ambito della scrittura per il web. Ci arrivo alla fine del post. Prima parto dall’attualità, da ’sta storia dei pennivendoli (chi scriverebbe solo per tornaconto personale, se l’ho capita bene). Scrivo questo lungo post per chi di scrittura per il web e giornalismo online ne sa già, ma anche per chi mi chiede se si campa e come si campa da queste parti.  Continua a leggere “Freelance, blogger e logografi”