Inchiesteption

La puntata di Report di ieri, domenica 29 maggio, riguardo gli antibiotici e le condizioni igienico-sanitarie di alcuni allevamenti di animali in Italia, ha ottenuto una vasta e meritata attenzione sia per la rilevanza dei temi trattati sia per la popolarità delle aziende coinvolte in una delle inchieste. Della serie lana caprina per addetti e guardare-il-dito-non-la-luna, io però con certi servizi di Report e di altri (anche su Rai 3) mi chiedo spesso questa cosa: la serietà dell’argomento dell’inchiesta in sé – a prescindere da eventuali giudizi di merito sul contenuto (ammesso che ne sia richiesto uno ai non deputati a darne) – non dovrebbe richiedere agli autori una particolare attenzione anche nella cura della forma con cui quel contenuto è “confezionato” e presentato? Una forma non dico più “neutra” – che non significa niente, tra l’altro – ma quantomeno più esteticamente sobria non sarebbe più adatta? Parlo delle musiche. Continua a leggere “Inchiesteption”

Qui un tempo era tutto Woodward e Bernstein

Grazie a un contorto ma abbastanza frequente meccanismo di circolazione di vecchie cose online (stavolta via Reddit, credo) ho da poco recuperato un breve articolo scritto nel 2011 da Gene Weingarten, storico giornalista del Washington Post, due volte vincitore del premio Pulitzer negli ultimi otto anni (è l’autore, tra le altre cose, di quel lungo e apprezzato articolo sui bambini dimenticati in macchina e sui genitori di quei bambini). Curioso – ed emblematico, ma non so bene di cosa – che lo stesso Weingarten non sia consapevole del perché questo suo vecchio articolo del 2011 (una lettera a uno studente di giornalismo) sia improvvisamente riemerso nelle ultime ore.
Continua a leggere “Qui un tempo era tutto Woodward e Bernstein”

Lo scherzo telefonico a Fabrizio Barca

A Giuseppe Cruciani, ospite di Piazza Pulita lunedì sera, è stato chiesto un parere dal punto di vista deontologico riguardo lo scherzo telefonico fatto a Fabrizio Barca – ex ministro per la Coesione territoriale nel governo Monti – durante la trasmissione radiofonica La Zanzara, di cui Cruciani è conduttore e co-autore. Se anche non avessi ascoltato la telefonata – e mi era passato per la testa di non farlo – avrei avuto ugualmente ragione di credere che in questa telefonata Barca avesse detto delle cose giornalisticamente rilevanti, perché la conversazione è stata riportata anche da giornali che solitamente non si occupano di contenuti ricavati secondo queste modalità a meno che, appunto, non si tratti di informazione (una notizia, insomma).
Continua a leggere “Lo scherzo telefonico a Fabrizio Barca”

Dare nomi alle cose

Ieri l’ex presidente del Consiglio Mario Monti se l’è presa con il Corriere della Sera, con i «commentatori autorevoli formatisi nella prima e nella seconda repubblica» e, in genere, con un certo modo di scrivere di politica in Italia (non è la prima volta che critica le abitudini della stampa, ma finora era stato meno esplicito, che io ricordi). E il direttore De Bortoli gli ha risposto su Twitter «grazie della rassegna», che mi avrebbe anche strappato un sorriso se non fosse che la rassegna me lo toglie subito dalla faccia, se di rassegna si tratta.
Continua a leggere “Dare nomi alle cose”

«Una volta sarebbe bastata»

C’è questo giornalista – Daniel Bergner, scrive sul supplemento domenicale del New York Times – che ha pubblicato un libro di cui alcuni grandi siti americani si stanno occupando (tipo marchetta ben fatta), e di cui presumibilmente si occuperanno anche quelli italiani, non so se nelle apposite sezioni urlanti o nel rullo delle cose serie. È sul desiderio sessuale nelle donne, affrontato con le consuete premesse: cose di cui non si parla mai abbastanza (sebbene se ne parli molto, ciclicamente).
Continua a leggere “«Una volta sarebbe bastata»”

Freelance, blogger e logografi

Premessa

Che diavolo è un logografo? Nell’antica Grecia (IV-III sec. a.C.) il logografo era uno scrittore che componeva orazioni giudiziarie a pagamento. Dal momento che i cittadini ateniesi implicati in un processo – sia l’accusatore sia l’imputato – dovevano difendere i loro interessi da soli davanti alla giuria popolare, molti andavano prima da questa specie di avvocati-ghostwriter, gli spiegavano per bene come stavano le cose e si facevano scrivere il discorso che poi avrebbero pronunciato di persona. Non era male, come mestiere: occorreva non solo una certa abilità di scrittura ma anche un minimo di empatia (ethopoeia), perché l’orazione rientrasse nelle corde del cliente e risultasse poi convincente in pubblico. Al liceo ne traducemmo una che pareva una bestemmia – Per l’olivo sacro – scritta dal logografo Lisia (445-380 a.C.) per un tizio che doveva difendersi dall’accusa di aver sradicato un albero di olivo sacro (erano sacri ad Atena – non tutti tutti, solo alcuni – e in verità il poveraccio aveva soltanto danneggiato il recinto che ne delimitava uno).

Parecchi elementi mi spingono a credere che qualcosa di simile al mestiere del logografo potrebbe trovare, a distanza di 2500 anni, nuove declinazioni nell’ambito della scrittura per il web. Ci arrivo alla fine del post. Prima parto dall’attualità, da ’sta storia dei pennivendoli (chi scriverebbe solo per tornaconto personale, se l’ho capita bene). Scrivo questo lungo post per chi di scrittura per il web e giornalismo online ne sa già, ma anche per chi mi chiede se si campa e come si campa da queste parti.  Continua a leggere “Freelance, blogger e logografi”

Il rottamometro

Fossi Beppe Grillo non mi preoccuperei né dei giornalisti – molti dei quali ballano la musica che lui sceglie – né di coraggiose letture dell’articolo 67 da parte dei suoi – che la musica la conoscevano prima di entrare in sala. Il rischio maggiore per Grillo lo suggerisce stamattina Michele Brambilla sulla Stampa:

Mantenere il successo, come sanno anche gli sportivi, è più difficile che raggiungerlo. Come l’ex comico genovese intenda gestire il successo in questa prima fase, è fin troppo chiaro. Mantenendo lo stile aggressivo della campagna elettorale. Dando a tutti «gli altri» della faccia da c., fosse anche una faccia nuova come quella di Matteo Renzi.

Lo ricordava ieri Bersani a Che tempo che fa e anche Severgnini stamattina sul Corriere: quando il M5S ha accettato il modello parlamentare, ne ha accettato implicitamente le regole (poi magari l’obiettivo è l’autodistruzione del sistema, Simone Weil redacted, altro che novità). Ma accadrà anche un’altra cosa, non appena il M5S entrerà in parlamento:

partirà un orologio.

Per Grillo è già partito da tempo, ne è lui stesso consapevole, e credo che i media tradizionali – su tutti, la televisione – siano ancora i principali custodi di questo tempo, quelli che azionano le lancette. Senza televisione, quanta opinione pubblica sarebbe oggi così stufa delle “facce” della vecchia classe dirigente? Forse anche per questo Grillo ne resta lontano: non solo perché l’informazione cattiva manipola ma perché qualsiasi informazione espone. Siamo un paese che si stufa presto e facilmente (anche per questo siamo nei guai). In parlamento sfuggire agli elettori potrebbe non essere semplice come sfuggire ai giornalisti. Magari sarà buffo, ma solo all’inizio. E se per caso “gli altri”, una volta incassato l’ennesimo vaffa, riuscissero a mettere su qualcosa con due pezzi di lego? O almeno riuscissero a non produrre nuove macerie di cui lo scontento si alimenta? Magari la televisione non li troverà mai, i parlamentari del M5S, ma comunque non abbandonerà il noto formato “intervista alla gente stufa”. E già ieri, là in mezzo, qualcuno parlava di fiducia a tempo. Quanto tempo e quanta fiducia il M5S chiederà ai suoi elettori? E soprattutto – in un contesto ancora politico, cioè sociale, cioè linguistico – quanto sarà profondo il divario tra fiducia richiesta e fiducia concessa agli altri dal M5S?