Archivi categoria: giornalismo

Dare nomi alle cose

Ieri l’ex presidente del Consiglio Mario Monti se l’è presa con il Corriere della Sera, con i «commentatori autorevoli formatisi nella prima e nella seconda repubblica» e, in genere, con un certo modo di scrivere di politica in Italia (non è la prima volta che critica le abitudini della stampa, ma finora era stato meno esplicito, che io ricordi). E il direttore De Bortoli gli ha risposto su Twitter «grazie della rassegna», che mi avrebbe anche strappato un sorriso se non fosse che la rassegna me lo toglie subito dalla faccia, se di rassegna si tratta.
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«Una volta sarebbe bastata»

C’è questo giornalista – Daniel Bergner, scrive sul supplemento domenicale del New York Times – che ha pubblicato un libro di cui alcuni grandi siti americani si stanno occupando (tipo marchetta ben fatta), e di cui presumibilmente si occuperanno anche quelli italiani, non so se nelle apposite sezioni urlanti o nel rullo delle cose serie. È sul desiderio sessuale nelle donne, affrontato con le consuete premesse: cose di cui non si parla mai abbastanza (sebbene se ne parli molto, ciclicamente).
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Freelance, blogger e logografi

Premessa

Che diavolo è un logografo? Nell’antica Grecia (IV-III sec. a.C.) il logografo era uno scrittore che componeva orazioni giudiziarie a pagamento. Dal momento che i cittadini ateniesi implicati in un processo – sia l’accusatore sia l’imputato – dovevano difendere i loro interessi da soli davanti alla giuria popolare, molti andavano prima da questa specie di avvocati-ghostwriter, gli spiegavano per bene come stavano le cose e si facevano scrivere il discorso che poi avrebbero pronunciato di persona. Non era male, come mestiere: occorreva non solo una certa abilità di scrittura ma anche un minimo di empatia (ethopoeia), perché l’orazione rientrasse nelle corde del cliente e risultasse poi convincente in pubblico. Al liceo ne traducemmo una che pareva una bestemmia – Per l’olivo sacro – scritta dal logografo Lisia (445-380 a.C.) per un tizio che doveva difendersi dall’accusa di aver sradicato un albero di olivo sacro (erano sacri ad Atena – non tutti tutti, solo alcuni – e in verità il poveraccio aveva soltanto danneggiato il recinto che ne delimitava uno).

Parecchi elementi mi spingono a credere che qualcosa di simile al mestiere del logografo potrebbe trovare, a distanza di 2500 anni, nuove declinazioni nell’ambito della scrittura per il web. Ci arrivo alla fine del post. Prima parto dall’attualità, da ’sta storia dei pennivendoli (chi scriverebbe solo per tornaconto personale, se l’ho capita bene). Scrivo questo lungo post per chi di scrittura per il web e giornalismo online ne sa già, ma anche per chi mi chiede se si campa e come si campa da queste parti.  Continua a leggere

Il rottamometro

Fossi Beppe Grillo non mi preoccuperei né dei giornalisti – molti dei quali ballano la musica che lui sceglie – né di coraggiose letture dell’articolo 67 da parte dei suoi – che la musica la conoscevano prima di entrare in sala. Il rischio maggiore per Grillo lo suggerisce stamattina Michele Brambilla sulla Stampa:

Mantenere il successo, come sanno anche gli sportivi, è più difficile che raggiungerlo. Come l’ex comico genovese intenda gestire il successo in questa prima fase, è fin troppo chiaro. Mantenendo lo stile aggressivo della campagna elettorale. Dando a tutti «gli altri» della faccia da c., fosse anche una faccia nuova come quella di Matteo Renzi.

Lo ricordava ieri Bersani a Che tempo che fa e anche Severgnini stamattina sul Corriere: quando il M5S ha accettato il modello parlamentare, ne ha accettato implicitamente le regole (poi magari l’obiettivo è l’autodistruzione del sistema, Simone Weil redacted, altro che novità). Ma accadrà anche un’altra cosa, non appena il M5S entrerà in parlamento:

partirà un orologio.

Per Grillo è già partito da tempo, ne è lui stesso consapevole, e credo che i media tradizionali – su tutti, la televisione – siano ancora i principali custodi di questo tempo, quelli che azionano le lancette. Senza televisione, quanta opinione pubblica sarebbe oggi così stufa delle “facce” della vecchia classe dirigente? Forse anche per questo Grillo ne resta lontano: non solo perché l’informazione cattiva manipola ma perché qualsiasi informazione espone. Siamo un paese che si stufa presto e facilmente (anche per questo siamo nei guai). In parlamento sfuggire agli elettori potrebbe non essere semplice come sfuggire ai giornalisti. Magari sarà buffo, ma solo all’inizio. E se per caso “gli altri”, una volta incassato l’ennesimo vaffa, riuscissero a mettere su qualcosa con due pezzi di lego? O almeno riuscissero a non produrre nuove macerie di cui lo scontento si alimenta? Magari la televisione non li troverà mai, i parlamentari del M5S, ma comunque non abbandonerà il noto formato “intervista alla gente stufa”. E già ieri, là in mezzo, qualcuno parlava di fiducia a tempo. Quanto tempo e quanta fiducia il M5S chiederà ai suoi elettori? E soprattutto – in un contesto ancora politico, cioè sociale, cioè linguistico – quanto sarà profondo il divario tra fiducia richiesta e fiducia concessa agli altri dal M5S?