Archivi categoria: parole

Due cose su Peter Higgs

Ieri Peter W. Higgs e François Englert sono stati premiati con il Nobel per la Fisica per la loro teoria sulla particella fondamentale che conferisce massa alle particelle subatomiche, il cosiddetto bosone di Higgs, la cui esistenza empirica è stata recentemente dimostrata dagli esperimenti ATLAS e CMS al laboratorio CERN di Ginevra.

Solitamente i bookmaker internazionali quotano soltanto il Nobel per la Pace e quello per la Letteratura; per la Fisica, Higgs era comunque ritenuto da tempo il principale favorito di quest’anno, e quindi si capisce perché da qualche giorno abbia deciso di staccare il telefono e sparire dalla circolazione per un po’, senza avvisare neppure il professore Alan Walker, suo caro amico e collega all’Università di Edimburgo.
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E se ci avessero preso i magistrati?

C’era Paolo Gentiloni stamattina su La7, ad Omnibus, che a quanto pare prosegue anche d’estate (io speravo in una colazione col western, hai visto mai che ad agosto). Si parlava della condanna di Berlusconi, e Gentiloni ha detto una cosa che lì per lì mi è sembrata una constatazione corretta. Che poi sarebbe un vecchissimo argomento, ma magari nessuno lo aveva ancora tirato fuori negli ultimi giorni.
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“Questi bronzi mi fanno girare la testa”

C’è soltanto una tradizione più lunga e tediosa di quella degli spot turistici della regione Calabria: quella delle polemiche per gli spot turistici della regione Calabria. È una guerra che va avanti da decenni senza innovazioni sostanziali e senza particolari successi, né da una parte né dall’altra.

Senza dilungarmi, segnalo l’ultimo videoprodotto della inarrestabile macchina turistica regionale, e la sensazione che ne ricava un vecchio militante della resistenza anti-promozionale come me: cioè che tutto questo – qualunque cosa sia: “coste frastagliate”, “suggestivo entroterra”, cultura, sapere, salumi, salami – non cambierà mai. Sopravviverà alla rotazione terrestre e ai tablet.
Fatevi sotto.

Avrei un piano. È noto a questo punto che gli spot della regione Calabria non si possono né fermare né cambiare. E quindi – ai nuovi militanti della resistenza, sezione creatività – per la prossima volta consiglierei di giocare d’anticipo: ributtare a mare quelle due benedette statue e mettere su una caccia al tesoro, facendo affidamento sui messaggi promozionali degli ultimi trent’anni e dei prossimi:
«scopri i bronzi di Riace».

Ma forse quegli altri, una volta orfani dei bronzi, non lo direbbero più. Perché manco un briciolo di umorismo ci hanno. Continua a leggere

Da quanti crediti è?

Una lettera scritta oggi al nuovo ministro dei beni culturali Massimo Bray dallo scrittore e saggista Antonio Scurati – autore, tra le altre tante cose, di un libretto quintessenziale sui rapporti perduti tra letteratura ed esperienza – mi ha ricordato il mio primo anno di università, l’incomunicabile disagio che provai nel dover prendere familiarità con un universo semantico molto distante dalla mia idea ingenua di letteratura, scienza e arti. Forse il problema era mio, perché c’erano anche altri che quelle parole lì le pronunciavano con grande serietà e disinvoltura, e per me invece era la scatola da gioco del piccolo banchiere: “debito/credito”, “offerta formativa”, “erogazione del corso” e cose così. Ogni tanto dovevo usarle per forza e mi sentivo un cretino. Ma il mio caso non conta. Conta che in cima alle domande più frequenti nelle aule e nei corridoi, in un modo o nell’altro, alla fine ci fosse: «da quanti crediti è?».

Insomma perché tutto questo mi sia venuto in mente leggendo la lettera di Scurati non lo so, ma il passaggio è questo qui, quello sulla scatola da gioco del piccolo petroliere (si riferisce ad alcune parole – «petrolio d’Italia» – evidentemente pronunciate da Enrico Letta, ma confesso di essermele perse: vale comunque per chi le abbia mai usate prima o pensi di usarle in futuro).

Innanzitutto va detto che la retorica del patrimonio culturale come «petrolio d’Italia» ha prodotto più danni che vantaggi. È una metafora bituminosa, che evoca mani sozze e attitudini fossili. Apre da un lato ai furiosi appetiti dello sfruttamento commerciale e dall’altro all’indolenza di chi pensa la cultura come «cosa del passato», giacimento minerario, pila sedimentaria, insetto preistorico eternato nella goccia d’ambra. Proprio questa colonizzazione dei territori della cultura (e della vita) da parte di una logica mercantile ed «estrattiva» è all’origine della loro desertificazione. Tra l’affermare che «con la cultura non si mangia» e l’affermare che «con la cultura si mangia» non corre molta differenza: sono entrambe figlie della stessa visione e degli stessi errori strategici che portano i drammatici tagli dei finanziamenti pubblici perché non immediatamente redditizi.