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Siamo tutti minoranze

La prima cosa che ho pensato martedì scorso, a risultati elettorali ormai noti, non è stato né “abbiamo perso” né “abbiamo vinto” (reazioni che peraltro riesco a trovare ancora comprensibili al termine di una partita a tressette, ma sempre meno opportune all’indomani di ogni nuova tornata elettorale, eletto o elettore che tu sia, e va’ a capire perché). È che stavolta – preso atto che un largo vincitore comunque non c’è stato – credo non esistessero le premesse perché potessi davvero partecipare di un eventuale successo, chiunque avessi scelto di votare. La prima cosa che ho pensato è stata che forse mai come oggi mi sento parte di una minoranza di questo paese. Che fin qui niente di grave: peggio per me. Il punto è che penso la stessa cosa di chiunque. Ho provato a chiedermi perché, da dove mi arrivi questa sensazione, se dai numeri o da altro. Continua a leggere

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Assodato che della sostanza di questa campagna elettorale non è possibile parlare senza avvertire un senso di raggelante desolazione nell’aria e in noi stessi, allora torno un attimo sulla forma, intanto che arriva domenica. Ammettiamo che andarsene a spasso sul web sia come andarsene a spasso per la città. Mi vengono in mente, di getto, almeno un centinaio di differenze che rendono sciocca questa analogia e che mi fanno sentire un cretino già solo per averla proposta. E però c’è un aspetto che me la fa sembrare perfetta, soprattutto di questi tempi: l’assoluta identità tra i banner qui dentro e i manifesti là fuori. Continua a leggere

Al lupo! Al lupo!

Oggi è accaduto un fatto

clamoroso che fa clamore,
incredibile che è difficile a credersi,
straordinario non ordinario,
eccezionale non regolare,
epocale che segnerà un’epoca,
storico che si studierà a scuola,
inaudito che non s’era mai udito prima (o quasi).

Solo che a sentirci parlare, o a leggere i giornali di questi tempi, si direbbe che di cose così ne accadono ogni giorno. Tant’è che oggi ci tocca aggiungere rafforzativi del tipo “davvero” o “sul serio”. Ma pure quelli li avevamo già usati ieri e l’altro ieri. E quindi a un alieno che fosse atterrato soltanto da qualche anno, e che stia faticosamente cercando di capirci qualcosa, oggi verrebbe molto difficile cogliere la differenza tra questo fatto e tutti quegli altri. A noi invece sembra di indossare finalmente l’abito da sera di sera, tipo il vestito delle feste a una festa, non per lavare i piatti o imbiancare le pareti.

Suppongo che valga anche per le “reazioni”.

Cioè io a ‘sto giro sarei pure disposto a credere a tutti. Però forse abbiamo un problema, e sarebbe il caso di approfittare di questa rara occasione per fare un raffronto al volo tra le tante cose epocali di ieri e la cosa epocale di oggi, vedere lì in mezzo quali sono epocali e quali no, e poi smettere di chiamare “epocali” quelle non epocali. Magari da domani. Se teniamo duro e non molliamo dopo una settimana, e se i miei calcoli sono esatti, alla fine dovremmo ritrovarci con un linguaggio utile e appropriato. Non dico un linguaggio perfetto, ma uno strumento affidabile almeno quanto quello del cercopiteco – che lancia agli altri un segnale di allarme quando vede un predatore (e non lo fa quando il predatore non c’è, bravo cercopiteco) – e magari preciso quanto quello dell’ape – che rientra all’alveare e comunica alle altre da che parte andare e quanto percorrere esattamente per raggiungere il luogo dove sta la pappa.

Un linguaggio normale, insomma.

Sul potere delle parole /2

Fu un caso completamente diverso – per fondatezza dei timori, ragioni dell’allerta e mezzi di diffusione dell’avviso – ma il fatto di Castelnuovo di Garfagnana di giovedì scorso mi ha fatto tornare in mente un episodio tragicomico risalente a circa dodici anni fa (forse di più, comunque parecchio prima di Twitter e Facebook) in cui la stupefacente circolazione di una stratosferica panzana ebbe effetti incontrollabili sulla popolazione del comune di Cosenza. Io c’ero. Non ci furono danni (nel senso di infarti o cose così) ma tanta gente scese in strada senza alcuna ragione, tra cui molti anziani, seppur per poco tempo. E io non lo feci non perché ero un sapientone, ma solo perché la voce più autorevole e attendibile di tutto il mazzo mi fermò quando ormai ero praticamente sulla porta di casa.

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