Archivi categoria: rassegna stampa

Due cose su Peter Higgs

Ieri Peter W. Higgs e François Englert sono stati premiati con il Nobel per la Fisica per la loro teoria sulla particella fondamentale che conferisce massa alle particelle subatomiche, il cosiddetto bosone di Higgs, la cui esistenza empirica è stata recentemente dimostrata dagli esperimenti ATLAS e CMS al laboratorio CERN di Ginevra.

Solitamente i bookmaker internazionali quotano soltanto il Nobel per la Pace e quello per la Letteratura; per la Fisica, Higgs era comunque ritenuto da tempo il principale favorito di quest’anno, e quindi si capisce perché da qualche giorno abbia deciso di staccare il telefono e sparire dalla circolazione per un po’, senza avvisare neppure il professore Alan Walker, suo caro amico e collega all’Università di Edimburgo.
Continua a leggere

Dare nomi alle cose

Ieri l’ex presidente del Consiglio Mario Monti se l’è presa con il Corriere della Sera, con i «commentatori autorevoli formatisi nella prima e nella seconda repubblica» e, in genere, con un certo modo di scrivere di politica in Italia (non è la prima volta che critica le abitudini della stampa, ma finora era stato meno esplicito, che io ricordi). E il direttore De Bortoli gli ha risposto su Twitter «grazie della rassegna», che mi avrebbe anche strappato un sorriso se non fosse che la rassegna me lo toglie subito dalla faccia, se di rassegna si tratta.
Continua a leggere

«Una volta sarebbe bastata»

C’è questo giornalista – Daniel Bergner, scrive sul supplemento domenicale del New York Times – che ha pubblicato un libro di cui alcuni grandi siti americani si stanno occupando (tipo marchetta ben fatta), e di cui presumibilmente si occuperanno anche quelli italiani, non so se nelle apposite sezioni urlanti o nel rullo delle cose serie. È sul desiderio sessuale nelle donne, affrontato con le consuete premesse: cose di cui non si parla mai abbastanza (sebbene se ne parli molto, ciclicamente).
Continua a leggere

Da quanti crediti è?

Una lettera scritta oggi al nuovo ministro dei beni culturali Massimo Bray dallo scrittore e saggista Antonio Scurati – autore, tra le altre tante cose, di un libretto quintessenziale sui rapporti perduti tra letteratura ed esperienza – mi ha ricordato il mio primo anno di università, l’incomunicabile disagio che provai nel dover prendere familiarità con un universo semantico molto distante dalla mia idea ingenua di letteratura, scienza e arti. Forse il problema era mio, perché c’erano anche altri che quelle parole lì le pronunciavano con grande serietà e disinvoltura, e per me invece era la scatola da gioco del piccolo banchiere: “debito/credito”, “offerta formativa”, “erogazione del corso” e cose così. Ogni tanto dovevo usarle per forza e mi sentivo un cretino. Ma il mio caso non conta. Conta che in cima alle domande più frequenti nelle aule e nei corridoi, in un modo o nell’altro, alla fine ci fosse: «da quanti crediti è?».

Insomma perché tutto questo mi sia venuto in mente leggendo la lettera di Scurati non lo so, ma il passaggio è questo qui, quello sulla scatola da gioco del piccolo petroliere (si riferisce ad alcune parole – «petrolio d’Italia» – evidentemente pronunciate da Enrico Letta, ma confesso di essermele perse: vale comunque per chi le abbia mai usate prima o pensi di usarle in futuro).

Innanzitutto va detto che la retorica del patrimonio culturale come «petrolio d’Italia» ha prodotto più danni che vantaggi. È una metafora bituminosa, che evoca mani sozze e attitudini fossili. Apre da un lato ai furiosi appetiti dello sfruttamento commerciale e dall’altro all’indolenza di chi pensa la cultura come «cosa del passato», giacimento minerario, pila sedimentaria, insetto preistorico eternato nella goccia d’ambra. Proprio questa colonizzazione dei territori della cultura (e della vita) da parte di una logica mercantile ed «estrattiva» è all’origine della loro desertificazione. Tra l’affermare che «con la cultura non si mangia» e l’affermare che «con la cultura si mangia» non corre molta differenza: sono entrambe figlie della stessa visione e degli stessi errori strategici che portano i drammatici tagli dei finanziamenti pubblici perché non immediatamente redditizi.

Il rottamometro

Fossi Beppe Grillo non mi preoccuperei né dei giornalisti – molti dei quali ballano la musica che lui sceglie – né di coraggiose letture dell’articolo 67 da parte dei suoi – che la musica la conoscevano prima di entrare in sala. Il rischio maggiore per Grillo lo suggerisce stamattina Michele Brambilla sulla Stampa:

Mantenere il successo, come sanno anche gli sportivi, è più difficile che raggiungerlo. Come l’ex comico genovese intenda gestire il successo in questa prima fase, è fin troppo chiaro. Mantenendo lo stile aggressivo della campagna elettorale. Dando a tutti «gli altri» della faccia da c., fosse anche una faccia nuova come quella di Matteo Renzi.

Lo ricordava ieri Bersani a Che tempo che fa e anche Severgnini stamattina sul Corriere: quando il M5S ha accettato il modello parlamentare, ne ha accettato implicitamente le regole (poi magari l’obiettivo è l’autodistruzione del sistema, Simone Weil redacted, altro che novità). Ma accadrà anche un’altra cosa, non appena il M5S entrerà in parlamento:

partirà un orologio.

Per Grillo è già partito da tempo, ne è lui stesso consapevole, e credo che i media tradizionali – su tutti, la televisione – siano ancora i principali custodi di questo tempo, quelli che azionano le lancette. Senza televisione, quanta opinione pubblica sarebbe oggi così stufa delle “facce” della vecchia classe dirigente? Forse anche per questo Grillo ne resta lontano: non solo perché l’informazione cattiva manipola ma perché qualsiasi informazione espone. Siamo un paese che si stufa presto e facilmente (anche per questo siamo nei guai). In parlamento sfuggire agli elettori potrebbe non essere semplice come sfuggire ai giornalisti. Magari sarà buffo, ma solo all’inizio. E se per caso “gli altri”, una volta incassato l’ennesimo vaffa, riuscissero a mettere su qualcosa con due pezzi di lego? O almeno riuscissero a non produrre nuove macerie di cui lo scontento si alimenta? Magari la televisione non li troverà mai, i parlamentari del M5S, ma comunque non abbandonerà il noto formato “intervista alla gente stufa”. E già ieri, là in mezzo, qualcuno parlava di fiducia a tempo. Quanto tempo e quanta fiducia il M5S chiederà ai suoi elettori? E soprattutto – in un contesto ancora politico, cioè sociale, cioè linguistico – quanto sarà profondo il divario tra fiducia richiesta e fiducia concessa agli altri dal M5S?

Rassegna della domenica

Riassunto delle puntate precedenti: questa rubrica domenicale priva di qualsivoglia originalità offre un servizio discontinuo, parziale e tardivo. E si concentra soltanto sui due principali inserti culturali della domenica, anzi no, sui due che leggo io la domenica: quello del Sole 24 Ore e quello del Corriere della Sera. I link sui titoli, quando possibile, rimandano alle versioni online degli articoli; altre volte gli articoli sono solo sul cartaceo e quindi nix. Ma se anche ci fosse tutto tutto uguale uguale sul web, io forse la domenica – solo la domenica – continuerei a frequentare le edicole. Forse. Continua a leggere