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Il rottamometro

Fossi Beppe Grillo non mi preoccuperei né dei giornalisti – molti dei quali ballano la musica che lui sceglie – né di coraggiose letture dell’articolo 67 da parte dei suoi – che la musica la conoscevano prima di entrare in sala. Il rischio maggiore per Grillo lo suggerisce stamattina Michele Brambilla sulla Stampa:

Mantenere il successo, come sanno anche gli sportivi, è più difficile che raggiungerlo. Come l’ex comico genovese intenda gestire il successo in questa prima fase, è fin troppo chiaro. Mantenendo lo stile aggressivo della campagna elettorale. Dando a tutti «gli altri» della faccia da c., fosse anche una faccia nuova come quella di Matteo Renzi.

Lo ricordava ieri Bersani a Che tempo che fa e anche Severgnini stamattina sul Corriere: quando il M5S ha accettato il modello parlamentare, ne ha accettato implicitamente le regole (poi magari l’obiettivo è l’autodistruzione del sistema, Simone Weil redacted, altro che novità). Ma accadrà anche un’altra cosa, non appena il M5S entrerà in parlamento:

partirà un orologio.

Per Grillo è già partito da tempo, ne è lui stesso consapevole, e credo che i media tradizionali – su tutti, la televisione – siano ancora i principali custodi di questo tempo, quelli che azionano le lancette. Senza televisione, quanta opinione pubblica sarebbe oggi così stufa delle “facce” della vecchia classe dirigente? Forse anche per questo Grillo ne resta lontano: non solo perché l’informazione cattiva manipola ma perché qualsiasi informazione espone. Siamo un paese che si stufa presto e facilmente (anche per questo siamo nei guai). In parlamento sfuggire agli elettori potrebbe non essere semplice come sfuggire ai giornalisti. Magari sarà buffo, ma solo all’inizio. E se per caso “gli altri”, una volta incassato l’ennesimo vaffa, riuscissero a mettere su qualcosa con due pezzi di lego? O almeno riuscissero a non produrre nuove macerie di cui lo scontento si alimenta? Magari la televisione non li troverà mai, i parlamentari del M5S, ma comunque non abbandonerà il noto formato “intervista alla gente stufa”. E già ieri, là in mezzo, qualcuno parlava di fiducia a tempo. Quanto tempo e quanta fiducia il M5S chiederà ai suoi elettori? E soprattutto – in un contesto ancora politico, cioè sociale, cioè linguistico – quanto sarà profondo il divario tra fiducia richiesta e fiducia concessa agli altri dal M5S?

Siamo tutti minoranze

La prima cosa che ho pensato martedì scorso, a risultati elettorali ormai noti, non è stato né “abbiamo perso” né “abbiamo vinto” (reazioni che peraltro riesco a trovare ancora comprensibili al termine di una partita a tressette, ma sempre meno opportune all’indomani di ogni nuova tornata elettorale, eletto o elettore che tu sia, e va’ a capire perché). È che stavolta – preso atto che un largo vincitore comunque non c’è stato – credo non esistessero le premesse perché potessi davvero partecipare di un eventuale successo, chiunque avessi scelto di votare. La prima cosa che ho pensato è stata che forse mai come oggi mi sento parte di una minoranza di questo paese. Che fin qui niente di grave: peggio per me. Il punto è che penso la stessa cosa di chiunque. Ho provato a chiedermi perché, da dove mi arrivi questa sensazione, se dai numeri o da altro. Continua a leggere

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Assodato che della sostanza di questa campagna elettorale non è possibile parlare senza avvertire un senso di raggelante desolazione nell’aria e in noi stessi, allora torno un attimo sulla forma, intanto che arriva domenica. Ammettiamo che andarsene a spasso sul web sia come andarsene a spasso per la città. Mi vengono in mente, di getto, almeno un centinaio di differenze che rendono sciocca questa analogia e che mi fanno sentire un cretino già solo per averla proposta. E però c’è un aspetto che me la fa sembrare perfetta, soprattutto di questi tempi: l’assoluta identità tra i banner qui dentro e i manifesti là fuori. Continua a leggere

Il contrario della meritocrazia

Sulla Stampa, per la seconda volta in meno di due mesi, Bill Emmott è tornato a chiedere a Bersani di rispondere ad alcune domande sul ruolo della sinistra in Italia e su come intende governare il paese, qualora il PD vincesse le prossime elezioni. Anzi, se il segretario non risponderà, Emmott minaccia di far partire sul suo sito un “conto alla rovescia” da domani stesso (verso cosa non si sa, dato che – come per ogni epifania inattesa – non sappiamo né il giorno né l’ora delle risposte). Comunque, premesso che non appartengono al genere di domande da replica secca, ha ragione Stefano Cappellini del Messaggero quando segnala che non si tratta di risposte propriamente inevase.

A un certo punto, come l’altra volta, Emmott ripesca un concetto tanto presente nel dibattito pubblico – dai talk show alle riunioni di condominio – quanto sottovalutato nella sua portata teorica. La domanda è bizzarra, sia nella forma che nel contenuto:

capisce la responsabilità della sinistra per la distruzione della meritocrazia?

È lecito supporre che al termine delle campagne elettorali, come sempre, la parola “meritocrazia” sarà tra le più pronunciate (e applaudite) da tutti, indifferentemente. E quindi perché parlarne, se si fatica a trovarne anche uno solo disposto a dichiararsi apertamente contrario alla meritocrazia? Penso che questa parola abbia perso una parte rilevante di senso a favore di un’accezione larga, poco pregnante, che intercetta e appaga un sentimento tipico dell’antipolitica montante, ovvero la convinzione che oggi gli immeritevoli siano tutti nei posti di responsabilità e che i meritevoli siano tutti a spasso.

Ora, siamo tutti a favore della meritocrazia quando pensiamo a fenomeni come il nepotismo, il clientelismo, le baronie o in genere tutti quei fenomeni perversi che impediscono alle persone più capaci e più preparate – su questo intendiamoci: inequivocabilmente e inappellabilmente migliori, almeno per certi aspetti – di raggiungere cariche pubbliche di grande responsabilità (e adeguata retribuzione). Perfetto. Ma intendere la meritocrazia soltanto come il contrario di quella roba lì significa richiamare una qualche idea generica di legalità e giustizia sociale, e perdersi completamente di vista il modello che invece la meritocrazia prefigura: una società fondata sul merito e non sull’egualitarismo, al netto delle degenerazioni dell’uno o dell’altro modello. Poi si può anche fondere elementi dell’uno e dell’altro – e probabilmente si deve – ma intanto non stanno dalla stessa parte. Comunque la si metta, la meritocrazia traccia un confine provvisorio ma netto tra chi merita e chi no. Ammesso che le categorie di destra e sinistra ci parlino ancora del presente storico (come ad esempio sostiene Anthony Giddens oggi su Repubblica), dirsi favorevoli alla meritocrazia allora significa dirsi un po’ meno di sinistra. Magari un po’ più di centro, magari un po’ più di destra, ma certamente un po’ meno di sinistra. Da questo punto di vista la domanda di Emmott suona strana. La meritocrazia non sta a sinistra.

C’è dell’altro, impressioni personali e meno rilevanti ma che registro con una certa frequenza. Quando ascolto certe persone parlarmi di meritocrazia con particolare veemenza, ho sempre l’impressione che queste persone ritengano di averci tutto da guadagnare da una situazione di quel tipo. Però nel senso che si sentono in credito con la società, come se fossero intimamente convinti di essere loro i meritevoli cui in passato sono stati negati i ruoli che meritavano. È una posizione rancorosa, che pensa ancora ai falsi meritevoli brutti-e-cattivi di ieri che non ai veri meritevoli di domani. E la trovo una cattiva premessa. Immagino che un modello perfettamente meritocratico possa funzionare solo a patto che i più siano naturalmente disposti – e predisposti, fosse anche per valutazione statistica – a includere se stessi nella maggioranza dei non meritevoli che non nella minoranza dei meritevoli. Il punto sta nel capire che probabilmente, salvo degenerazioni del modello (per esempio, alterazione del sistema di valutazione del merito), queste persone avrebbero tutto da guadagnarci lo stesso, perché ad occupare un posto di responsabilità pubblica – quindi anche, anzi innanzitutto responsabilità per loro – ci sarebbe una persona migliore di loro. Non una uguale a loro o peggiore.