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Dare nomi alle cose

Ieri l’ex presidente del Consiglio Mario Monti se l’è presa con il Corriere della Sera, con i «commentatori autorevoli formatisi nella prima e nella seconda repubblica» e, in genere, con un certo modo di scrivere di politica in Italia (non è la prima volta che critica le abitudini della stampa, ma finora era stato meno esplicito, che io ricordi). E il direttore De Bortoli gli ha risposto su Twitter «grazie della rassegna», che mi avrebbe anche strappato un sorriso se non fosse che la rassegna me lo toglie subito dalla faccia, se di rassegna si tratta.
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Rassegna della domenica

Riassunto delle puntate precedenti: questa rubrica domenicale priva di qualsivoglia originalità offre un servizio discontinuo, parziale e tardivo. E si concentra soltanto sui due principali inserti culturali della domenica, anzi no, sui due che leggo io la domenica: quello del Sole 24 Ore e quello del Corriere della Sera. I link sui titoli, quando possibile, rimandano alle versioni online degli articoli; altre volte gli articoli sono solo sul cartaceo e quindi nix. Ma se anche ci fosse tutto tutto uguale uguale sul web, io forse la domenica – solo la domenica – continuerei a frequentare le edicole. Forse. Continua a leggere

Rassegna della domenica

  • L’abuso del ciao funebre [Luca Bottura, La Lettura – Corriere]
    Tra il nostalgico e lo stizzito. Forse anche questa usanza di scrivere “ciao” in occasione dei funerali di un personaggio illustre è l’indizio di una diffusa pigrizia mentale e di un generale processo di impoverimento linguistico in atto da anni. Che pesantone, controbatte il titolista: e se invece fosse soltanto voglia di familiarità col defunto? Ok, è un problema anche quello.

    C’è stato un periodo remoto in cui il «pugno duro» non compariva, nei titoli. Si parlava correttamente di «pugno di ferro». È esistito un mondo in cui il freddo in inverno non era la «morsa del gelo», era gennaio. E la situazione caotica di una qualunque città non si definiva obbligatoriamente «l’inferno» (del Cairo, di Tripoli, di Mogadiscio, di Solbiate Olona immersa nel traffico). In quel mondo candido e perduto i cicloni si chiamavano correttamente cicloni e non Lucy, Madeleine, Santanchè. E «l’Unità» salutava Enrico Berlinguer con un sobrio «Addio», rosso, a caratteri di scatola, e un’immagine in barca a vela che lo ritraeva mentre scrutava l’orizzonte. Oggi no. Oggi, spesso, qualcuno parla e scrive di «estremo addio», come se esistessero addii negoziabili, relativi, momentanei. Oppure, appunto, «ciao». Ma ciao a chi? Ma chi ti conosce? Ma come ti permetti? L’hai mai frequentata, tu, Mariangela Melato?

  • Non chiamateli sacrifici [Guido Ceronetti, Corriere della Sera]
    Ceronetti suggerisce qualche occasione storica di uso appropriato della parola “sacrificio”: la mummia di una giovane vergine ritrovata in un ghiacciaio andino qualche anno fa, o il diabolico piano di Lady Macbeth, o ancora Giulio Cesare che vedendo Bruto col pugnale dice: “perfino tu? beh, allora procedete”. No, nella lista non figura alcuna manovra lacrime-e-sangue, sottolinea Ceronetti.
  • Per la cultura al governo [Domenica – Il sole 24 Ore]
    Ricordate quelle cinque domande ai candidati premier messe insieme dal gruppo dell’inserto culturale del Sole 24 Ore? I candidati hanno risposto. Pure Grillo? No, ma lui non sarebbe premier, lo ha detto. E per il Pdl chi ha risposto? Sì, lui, molto laconicamente (ma il candidato premier non era Alfano? appunto). Detto che le domande erano piuttosto generiche (eccetto una), fossi stato il direttore, avrei tentato un esperimento di enigmistica politica pubblicando le risposte senza indicare l’autore: sfido chiunque ad azzeccarlo alla prima, ma va detto che aiutano molto una certa concretezza riconoscibile di Oscar Giannino e certe inflessioni sospette di Bersani. Alla domanda secca, la terza (insegnamento obbligatorio della pratica musicale nelle scuole), soltanto in due hanno risposto chiaramente – si fa per dire – sì: Monti e Ingroia. Vedremo. A naso direi che non sapremo leggere la musica ancora per un bel po’.

Si congratulino tra loro i mortali

Ieri Massimo Piattelli Palmarini – autore molto noto agli studenti di scienze cognitive e pure ai lettori dell’inserto domenicale del Sole 24 Ore – ha raccontato sul Corriere una serie di aneddoti che aggiungono dettagli ulteriori alla fotografia non solo di Rita Levi-Montalcini ma anche di tutti quelli che, pure casualmente, finivano dentro lo scatto. E dice una grande verità sul più importante effetto collaterale delle persone virtuose, specie se modeste, sull’intera comunità.

Una volta, a Roma, al ristorante Il Bolognese, alla fine di una colazione tra noi due, che volle assolutamente offrire lei, non ammettendo che fossi io, invece, ad invitarla, mise sul piattino del conto una mancia spropositata (una banconota, allora, di 50.000 lire). Pensando lo avesse fatto a causa della sua non perfetta vista e della sua distrazione per le cose minori, stavo per farglielo notare. Il cameriere, premuroso, mi precedette. «No, professoressa, è troppo, è troppo». E le riconsegnò la banconota. Rita ringraziò e disse: «Mi dica Lei quello che è giusto». Il gentile cameriere, inchinandosi leggermente, declinò ogni mancia e assicurò che andava bene così. Mi parve, una volta di più, che Rita fosse come circondata da una bolla invisibile di buoni sentimenti, un mini-mondo che rendeva migliore chi ci entrava.

Sulla tomba di Newton, c’è una luminosa iscrizione latina, che penso si possa perfettamente attagliare anche a Rita. «Si congratulino tra loro i mortali che tra loro sia esistita una tale gemma del genere umano»