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Qui la morte non esiste più

Ieri sera, in occasione della presentazione dell’album Fantasma alla Feltrinelli di piazza Piemonte a Milano, il cantante dei Baustelle Francesco Bianconi ha detto delle cose molto vere e molto belle sul tempo e sulla morte, i due grandi temi al centro dell’album. Che già qui uno fa una faccia un po’ così: raramente si dicono cose belle della morte, questi addirittura ci cantano e ci suonano sopra. Anzi non si dice mai un accidente della morte. E il punto è proprio questo.

Perché – chiede Bianconi – da presenza temuta ma costante nelle società rurali da cui tutti discendiamo, la morte si è trasformata nel più grande tabù dei nostri tempi? Non c’entra niente il fatto di averne o non averne paura: certo che ne abbiamo, ne ha il nostro corpo, cerca di starne lontano. E questa cosa qui poi la chiamiamo autoconservazione, sperando che ci sia ancora qualcosa di animale in noi, qualcosa che sappia ancora riconoscere il fuoco quando (e se) ci metti una mano sopra. Qui invece parliamo di familiarità con la morte come fenomeno naturale. E c’entrano anche i mutati tassi di mortalità e la longevità media, certo. Fino a cinquanta, sessanta anni fa, in una famiglia di dieci, dodici persone (ovvero nella gran parte delle famiglie, specie al sud e specie nelle campagne) almeno due morivano subito. Non era una tragedia, non era il Grande Trauma delle vite di tutti gli altri: non dei figli rimanenti, che presto dimenticavano, né dei genitori, che anzi riprendevano a fare altri figli. Semplicemente la morte era una cosa più probabile di quanto non lo sia oggi. Non ricordo da che parte, alcuni mesi fa, leggevo che ai tempi della peste nera (1347-1353) una famiglia standard in Italia era composta da qualcosa come diciotto figli, una media più elevata sia rispetto al periodo immediatamente precedente che a quello immediatamente successivo. Per quanto bestiale e cinica, una delle letture di questo dato statistico non può che essere questa: la peste t’ammazza un figlio? Fanne altri tre. Insomma c’era tanta morte nella vita, prima. La morte era parte-della-vita in un senso non retorico, non pigro, non da frase fatta, ma in un senso letterale e materiale. E la gente faceva lo stesso un sacco di cose. Anzi forse ne faceva di più, dice qualcuno.

E quindi? Dobbiamo tutti tornare in campagna a fare tante cose e tanti figli? No, Bianconi non ha detto questo. Ma sarebbe bello pensare di vivere oggi in una civiltà matura abbastanza da accogliere la morte in un modo esclusivamente naturale, come i capelli che diventano bianchi o come la schiena che si incurva. Come tutto il resto, insomma. Prendere la morte come una cosa in mezzo alle altre, non in un senso così fortemente, inevitabilmente culturale. Non come qualcosa da allontanare ogni giorno di più, qualcosa da vincere. Che poi è davvero uno strano predicato, “vincere”, se l’oggetto è la morte. Tutt’al più la morte si accetta. Tanto sta lì comunque, non è come Freddy Krueger, che tu smetti di credere che esiste e quello scompare.

Se poi proprio proprio non si resiste alla tentazione di dare un senso alla morte, Pier Paolo Pasolini – per dire – suggerì un’immagine non male della morte, un’immagine alternativa a quella culturalmente dominante di soglia.

La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi (e non più ormai modificabili da altri possibili momenti contrari o incoerenti) e li mette in successione, facendo del nostro presente – infinito, instabile, incerto e dunque linguisticamente non descrivibile – un passato chiaro, stabile, certo e dunque linguisticamente ben descrivibile. Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci. Il montaggio opera sul materiale del film (che è costituito da frammenti, lunghissimi o infinitesimali, di tanti piani-sequenza come possibili soggettive infinite) quello che la morte opera sulla vita”.

“Osservazioni sul piano-sequenza”, 1967, Empirismo eretico, Garzanti, Milano 1972.