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Qui un tempo era tutto Woodward e Bernstein

Grazie a un contorto ma abbastanza frequente meccanismo di circolazione di vecchie cose online (stavolta via Reddit, credo) ho da poco recuperato un breve articolo scritto nel 2011 da Gene Weingarten, storico giornalista del Washington Post, due volte vincitore del premio Pulitzer negli ultimi otto anni (è l’autore, tra le altre cose, di quel lungo e apprezzato articolo sui bambini dimenticati in macchina e sui genitori di quei bambini). Curioso – ed emblematico, ma non so bene di cosa – che lo stesso Weingarten non sia consapevole del perché questo suo vecchio articolo del 2011 (una lettera a uno studente di giornalismo) sia improvvisamente riemerso nelle ultime ore.
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Freelance, blogger e logografi

Premessa

Che diavolo è un logografo? Nell’antica Grecia (IV-III sec. a.C.) il logografo era uno scrittore che componeva orazioni giudiziarie a pagamento. Dal momento che i cittadini ateniesi implicati in un processo – sia l’accusatore sia l’imputato – dovevano difendere i loro interessi da soli davanti alla giuria popolare, molti andavano prima da questa specie di avvocati-ghostwriter, gli spiegavano per bene come stavano le cose e si facevano scrivere il discorso che poi avrebbero pronunciato di persona. Non era male, come mestiere: occorreva non solo una certa abilità di scrittura ma anche un minimo di empatia (ethopoeia), perché l’orazione rientrasse nelle corde del cliente e risultasse poi convincente in pubblico. Al liceo ne traducemmo una che pareva una bestemmia – Per l’olivo sacro – scritta dal logografo Lisia (445-380 a.C.) per un tizio che doveva difendersi dall’accusa di aver sradicato un albero di olivo sacro (erano sacri ad Atena – non tutti tutti, solo alcuni – e in verità il poveraccio aveva soltanto danneggiato il recinto che ne delimitava uno).

Parecchi elementi mi spingono a credere che qualcosa di simile al mestiere del logografo potrebbe trovare, a distanza di 2500 anni, nuove declinazioni nell’ambito della scrittura per il web. Ci arrivo alla fine del post. Prima parto dall’attualità, da ’sta storia dei pennivendoli (chi scriverebbe solo per tornaconto personale, se l’ho capita bene). Scrivo questo lungo post per chi di scrittura per il web e giornalismo online ne sa già, ma anche per chi mi chiede se si campa e come si campa da queste parti.  Continua a leggere

Se devi pagare la citazione

“Esternalità” è una parola orribile, un calco dall’inglese “external”, un suono peggio del gesso sulla lavagna. Ha un suo significato e una sua lunga storia in ambito economico, malgrado sia poco frequente nel linguaggio comune. Ma intanto esiste, è andata così e ce la teniamo (la lingua, d’altronde, è questa cosa qui che non decidiamo né io né tu bensì questa specie di noi di cui ci sentiamo parte a volte sì e a volte no, ma che va tranquillamente avanti anche senza me e te). Di esternalità – nozione che trova un campo di applicazione ideale nel web, proprio perché si ricollega a quella di rete – scriveva Cory Doctorow qualche giorno fa sul Guardian in un articolo dal titolo esplicito: Just because something has value doesn’t mean it has a price. Doctorow se la prende con quelli che rivendicano diritti a posteriori su ciò che non possono comunque evitare di creare, in quanto scarto o comunque effetto del loro agire (o della loro produzione). E che sono disposti a rimetterci pur di non creare vantaggio ad altri. Fa alcuni esempi bizzarri ma illuminanti.

Io cammino per strada fischiettando un motivetto allegro perché m’è presa bene, ma smetto appena mi accorgo che qualcuno sta sorridendo e si sta godendo la musica. Tengo accesa la luce in veranda per leggere un libro in una calda notte d’estate, ma se ti becco a usare la luce per leggere la tua mappa, la spengo perché quelli sono i miei fotoni. Li ho pagati!

Ora, internet è per eccellenza il posto dove la luce di uno illumina anche la via dell’altro. Questo post probabilmente non esisterebbe senza quello di Doctorow, ma ancora prima non esisterebbe senza il post di Giuseppe Granieri che segnala quello di Doctorow a fondo pagina. L’argomento è tornato di attualità quando a fine anno s’è scoperto che l’associazione cui fanno capo quindici giornali irlandesi – la National Newspapers of Ireland – fa pagare (da statuto) l’utilizzo dei contenuti online di quelle testate, sia che si tratti di un semplice link esterno sia che si tratti di porzioni di testo citato. Insomma non un paywall ma una specie di pay-for-use. L’esternalità c’entra perché quel pezzo lì The Irish Times lo avrebbe scritto comunque, con o senza qualcuno a linkarlo successivamente. Saremmo quindi tutti portati a condannare aspramente la mossa della NNI, tanto più alla luce del bislacco tariffario dei link; ma la questione è comunque delicata e riguarda anche il tema dei diritti d’autore.

Forse, della soluzione adottata dai giornali irlandesi, indispone soprattutto il fatto che non si faccia alcun tipo di distinzione tra due casi radicalmente diversi (“a licence is required to link directly to an online article even without uploading any of the content directly onto your own website”).
Eppure il link è proprio l’elemento visto da molti come la forma più appropriata di contrasto al copia&incolla selvaggio. Il Sole 24 Ore ha da tempo adottato un sistema che include automaticamente, a fine selezione, l’indirizzo della pagina da cui si sta copiando il testo: è una misura aggirabile da chiunque, non impedisce affatto il copia&incolla senza citazione della fonte e a scopo di lucro (unfair use, negli Stati Uniti) ma denota comunque un’interpretazione ben diversa della materia. Il Sole 24 Ore, cioè, non vuole affatto limitare l’utilizzo dei propri articoli sul web.

C’è pure un gigantesco controsenso nell’idea di far pagare la circolazione dei propri contenuti sotto forma di link: che ci piaccia o no (a me spaventa, per dire), è proprio il sistema della referenzialità quello su cui si regge tutta la rete, non troppo diversamente da come accade nei contesti scientifici e accademici. La fonte non solo è tanto più autorevole quanto più viene citata, ma è anche più premiata dal PageRank di Google in base alla quantità di link in entrata. Sempre Doctorow:

I fondatori di Google realizzarono che ogni volta che un autore aggiungeva un link tra un sito e un altro, c’era una sorta di approvazione implicita del sito linkato – se ti linko sto dicendo implicitamente che hai qualcosa che credo altri debbano vedere. Questa analisi delle citazioni (una pratica comune nel mondo accademico, dove le riviste scientifiche largamente citate sono tenute più in considerazione rispetto a quelle meno citate, così come nel caso degli articoli scientifici) ebbe grande successo e mostrò che c’era, nascosta nel web, una rete invisibile di autorevolezza che poteva essere resa visibile col tipo di analisi adatta.

Far pagare i link in entrata – cioè, di fatto, decretarne comunque una riduzione – è quindi un controsenso ma non un autogol, perché a farlo sono le grandi testate con una lunga storia alle spalle, i soli soggetti che possono permettersi soluzioni del genere senza perdite, visto che il grosso arriva dal traffico diretto, quello acquisito dalla lunga tradizione ereditata dal cartaceo. Non so se a lungo andare possa anche diventare un autogol o se questo della tradizione sia un fattore destinato ad autoalimentarsi.