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“Ai miei tempi la maestra”

Andreas Schleicher è il vicedirettore per le politiche dell’istruzione alla Ocse, l’organizzazione mondiale responsabile – tra le altre cose – del noto ranking PISA, uno studio pubblicato ogni tre anni per misurare i progressi e la cultura generale degli studenti nel mondo (il campione è composto da circa 470.000 studenti quindicenni provenienti da 65 nazioni). Intervistato dal Sole 24 Ore, Schleicher dice qualcosa un po’ in controtendenza rispetto alla generale richiesta di un maggiore investimento di risorse in istruzione e ricerca, ritenuta da molti analisti una strada sicura per riavviare la crescita del paese.

Non è una questione di scarsità di risorse, visto che oggi la spesa per studente in Italia è in linea con la media Ocse (circa 9mila dollari). A Shanghai, per esempio, la spesa per studente è la metà di quella italiana, eppure nei ranking Ocse-Pisa la Cina ottiene le performance migliori. Il vero motore che può rilanciare l’economia è il capitale umano.

Bisogna stabilire norme chiare ed esigenti per la pratica professionale e incentivare i migliori laureati a diventare insegnanti: in Finlandia, Paese al top dei ranking internazionali, si tratta della seconda professione più ambita; in Italia quanti genitori augurano ai propri figli di intraprendere questa carriera?

Questo per dire che no, non è che un maggiore investimento di risorse economiche non sia necessario in questo momento storico. Lo è – soprattutto alla luce dei pesanti tagli dell’ultimo quinquennio – ma probabilmente non basterebbe. Qui non si tratta soltanto di regolare flussi in entrata e in uscita, stringere un rubinetto e aprirne di più un altro. La politica non è mai solo questo (magari i “governi tecnici” sì e avevo capito male io). Quando si fa riferimento a un maggiore investimento nell’istruzione bisognerebbe immaginare innanzitutto un quadro di rinnovato rispetto, stima e considerazione di questo mestiere nell’opinione pubblica.

Sono nato nel 1983, ho frequentato le scuole di un capoluogo di provincia del sud Italia. Per tutti quegli anni ho ascoltato un’intera generazione di genitori lodare metodi e maestri di-una-volta, rimpiangerne la severità e il rigore. Peraltro con l’impressione che ogni buona parola spesa da loro per gli insegnanti di prima fosse sempre un punto in meno per i miei, e che anche questo rientrasse in un più ampio (e perfettamente inutile) scontro totale fra epoche e modelli. Eppure alla fine credo di aver avuto eccellenti insegnanti e insegnanti pessimi, come chiunque, come ogni studente delle scuole pubbliche, probabilmente anche come i miei genitori. Solo che loro, figli di gente analfabeta, non avevano nessuno in casa che proponesse quotidianamente un raffronto storico a riguardo.

Oggi non so come funzioni, non so i genitori cosa pensino dei maestri e delle maestre dei loro figli. Ma a naso direi che, negli anni, alla progressiva riduzione delle risorse pubbliche investite nell’istruzione si è affiancata una progressiva riduzione di stima e di rispetto verso la categoria degli insegnanti. Chiedersi se le due cose siano in relazione causale – e quale delle due sia venuta prima dell’altra – non serve a un accidente, perché allo stato attuale occorre cambiare sia l’una sia l’altra.

Detto in modo altisonante ma chiaro: l’insegnante deve tornare a essere il mestiere più importante in questo paese. E il bisogno di buoni insegnanti quello più urgente. In altre relazioni redatte dalla stessa Ocse non mancano aspetti per cui il nostro sistema scolastico è da anni un punto di riferimento che suscita grande ammirazione all’estero: ad esempio il numero di bambini e ragazzi disabili integrati nelle nostre classi, come di recente ricordava il sottosegretario uscente all’Istruzione Marco Rossi-Doria. Ma è necessario non dimenticare che il compito del risanamento grava sulle spalle di tutti e che insieme alle risorse negate occorrerà restituire alla categoria degli insegnanti il prestigio perduto.

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Piccola considerazione a margine. Il secondo settore dopo l’istruzione a richiedere più urgentemente una riforma economica e sociale è l’informazione. Che in fondo sono cugine. Ai tempi della scuola, una chiacchiera che i compagni cattivi mettevano in circolazione per compromettere l’immagine della maestra era questa: “quella viene in classe a leggere il giornale”.
“Ma magari!” sognerei di dire oggi, se l’informazione stesse messa un poco meglio. Un’ora a settimana di lettura dei quotidiani in classe. E se intanto un giornalista porta un libro di storia alla riunione di redazione è fatta: siamo fuori dal tunnel.

Rassegna della domenica

  • Sì, no, anzi: probabilmente [Domenica, Il Sole 24 Ore]
    Sondaggisti, scommettitori, rabdomanti. Parliamoci chiaro: siamo un paese che maneggia con fiducia le nozioni di “probabilità”, “possibilità” e “statistica” senza manco una sfogliata rapida al libretto d’istruzioni. Stiamo ancora lì a spiegarla con l’esempio del dado (sbagliando). Carlo Rovelli – fisico e filosofo della scienza – ha scritto un pezzo che c’entra molto con lo stato della nostra istruzione, con i pregiudizi collettivi, con l’uso inappropriato e fuorviante del linguaggio scientifico (anche da parte dei media). Sai che? C’entra molto con tutto.
  • La dittatura del «carino» [La Lettura, Corriere della Sera]
    Guido Vitiello parla di “timore reverenziale” verso le grandi categorie estetiche del passato (“bello” e “sublime”). Troppo buono. “Carino” è l’indizio di una catastrofe linguistica in atto, c’è poco da scherzare. Insieme a “interessante” è l’aggettivo che più di tutti testimonia la penuria lessicale e la pigrizia mentale dei nostri tempi. Ed è letale, come ogni parola jolly che riempiamo di un qualsiasi senso a piacere, perfino il contrario di se stessa (carino = non carino). Vitiello fa il triste punto della situazione, a partire dal libro Our Aesthetic Categories: Zany (“bizzarro”), Cute, Interesting di Sianne Ngai, anglista dell’Università di Stanford.
  • Le tante versioni del populismo [La Lettura, Corriere della Sera]
    È uno degli aspetti collaterali più tediosi della crescita del populismo: la crescita del dibattito sul populismo. E siccome lo tiriamo in ballo di continuo – e a volte un po’ a capocchia – oggi Giovanni Belardelli (docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Perugia) fornisce un utile bignamino sulla storia del populismo: “armato in Russia, rurale negli Usa, ma solo con Perón diventò un regime”. Nella stessa pagina dell’inserto e sullo stesso tema, Dario Di Vico intervista Yves Mény, studioso francese di scienze politiche (e autore del volume «Populismo e democrazia»), che però stavolta non dice niente di nuovo.
  • E se vincesse ancora Berlusconi? [La Stampa]
    Come da titolo: un esercizio apocalittico domenicale di Luca Ricolfi. Pare che negli studi elettorali Berlusconi sia un caso interessante di effetto winner, ovvero “ti dico ora che voto A ma so già che voterò B” (peraltro empiricamente indistinguibile dall’effetto “no, in verità ho cambiato idea all’ultimo”). In un certo senso, Ricolfi riformula e articola con argomenti seri questa vecchia domanda da bar che ci ripetiamo da anni: com’è che tutti dicono io-non-l’ho-votato ma poi è sempre lì?

Ultima segnalazione. Dato che tra cinque settimane si vota (che a dirla così sembra domani), anche il gruppo dell’inserto culturale del Sole 24 Ore non rinuncia al noto esercizio dei grandi quotidiani nazionali: le domande al candidato premier. Sono cinque e riguardano cultura ricerca e istruzione, l’aspetto più trascurato non solo da tutti i governi recenti ma anche dall’ultimissimo, quello chiamato un anno fa a metterci una pezza. Non c’erano risorse, dice. E neanche molto coraggio, forse.

Di tutte le domande soltanto la terza solleva una questione specifica, su cui il gruppo del Sole porta avanti una battaglia da anni: l’insegnamento obbligatorio della musica nelle scuole di ogni ordine. D’accordo tutta la vita. Non la clavietta suonata a orecchio: la musica.

Rassegna della domenica

  • I giovani fanno scena muta [La Lettura, Corriere della Sera]
    Una riflessione di Federico Fubini (a partire dalla bellissima storia di Piero Sraffa, peraltro) sull’incapacità dei giovani italiani di dare forma istituzionale alla loro voce, anzi di parlare proprio. E pure una constatazione demografica finale sul paese che siamo: vecchio.
  • I test folli dei cacciatori di teste [Corriere della Sera]
    «Quante mucche ci sono in Canada? A cosa pensi quando sei solo in macchina? Che utensile da cucina vorresti essere?». Si chiama stress interview e consiste in una serie di domande a raffica e a capocchia a cui potresti dover rispondere se vuoi lavorare per certe aziende negli Stati Uniti. L’articolo è di Paolo Di Stefano, a partire da una lista della CBS, le 25 domande più assurde in un colloquio di lavoro. Quelle per entrare in Google erano un tantino più sottili, a dire il vero.
  • Tecnomani manuali [Domenica, Il Sole 24 Ore – online nix, per ora]
    Siccome abbiamo abbandonato ogni pratica manuale a favore del touch e del digitale, e siccome tra un po’ non sapremo manco più allacciarci le scarpe, certi ricercatori (Daniela K. Rosner, Gustavo Marfia, Marco Roccetti) si sono inventati le macchine che ti assistono mentre rattoppi il maglione o mentre fai la pasta in casa o cose così. Funziona, dice, ma è tutto molto triste. Ah sì?
  • Riscoprire la calligrafia [Corriere della Sera]
    Ancora per la fortunata serie “riprendiamo a fare cose con le mani”, Guido Ceronetti, anni 86, condannato alle tastiere da un diploma precoce in stenodattilografia, ha deciso di re-imparare a scrivere. Ché la grafia manuale è una cosa molto importante e dovremmo pensarci tutti, dice. Come quando si rientrava dalle vacanze estive e manco ti ricordavi come si tiene la penna in mano, presente? Solo che qui siamo in vacanza da quindici anni, tipo.
  • Tifoni oceanici coreani [Domenica, Il Sole 24 Ore]
    I dieci dischi non-italiani del 2012 da recuperare, secondo Matteo Bordone. Con due righe di informazioni minime per ciascun artista. (E invece le dieci canzoni? Tòh le mie).

Dritta: La Lettura è l’allegato domenicale del Corriere ed è uno degli inserti migliori degli ultimi anni. Per qualche strana ragione, gli articoli del sito lettura.corriere.it (sono quelli del cartaceo, pubblicati a scaglioni nel corso della settimana seguente l’uscita in edicola) sono riproposti con una soluzione grafica particolarmente sfavorevole: testo microscopico grigino su sfondo chiaro. Cioè finisci di leggere che sei incazzato e non sai perché. Per questo sito e qualsiasi altro testo illeggibile, ho scoperto questo Readability un paio d’anni fa, una roba che permette di convertire e visualizzare l’articolo in maniera decente (puoi scegliere dimensione e colore della font, larghezza della colonna, colore dello sfondo, puoi anche convertirlo per Kindle o altri dispositivi). E ricordate il motto: loro non aiutano ma noi mettiamocela tutta.