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Da quanti crediti è?

Una lettera scritta oggi al nuovo ministro dei beni culturali Massimo Bray dallo scrittore e saggista Antonio Scurati – autore, tra le altre tante cose, di un libretto quintessenziale sui rapporti perduti tra letteratura ed esperienza – mi ha ricordato il mio primo anno di università, l’incomunicabile disagio che provai nel dover prendere familiarità con un universo semantico molto distante dalla mia idea ingenua di letteratura, scienza e arti. Forse il problema era mio, perché c’erano anche altri che quelle parole lì le pronunciavano con grande serietà e disinvoltura, e per me invece era la scatola da gioco del piccolo banchiere: “debito/credito”, “offerta formativa”, “erogazione del corso” e cose così. Ogni tanto dovevo usarle per forza e mi sentivo un cretino. Ma il mio caso non conta. Conta che in cima alle domande più frequenti nelle aule e nei corridoi, in un modo o nell’altro, alla fine ci fosse: «da quanti crediti è?».

Insomma perché tutto questo mi sia venuto in mente leggendo la lettera di Scurati non lo so, ma il passaggio è questo qui, quello sulla scatola da gioco del piccolo petroliere (si riferisce ad alcune parole – «petrolio d’Italia» – evidentemente pronunciate da Enrico Letta, ma confesso di essermele perse: vale comunque per chi le abbia mai usate prima o pensi di usarle in futuro).

Innanzitutto va detto che la retorica del patrimonio culturale come «petrolio d’Italia» ha prodotto più danni che vantaggi. È una metafora bituminosa, che evoca mani sozze e attitudini fossili. Apre da un lato ai furiosi appetiti dello sfruttamento commerciale e dall’altro all’indolenza di chi pensa la cultura come «cosa del passato», giacimento minerario, pila sedimentaria, insetto preistorico eternato nella goccia d’ambra. Proprio questa colonizzazione dei territori della cultura (e della vita) da parte di una logica mercantile ed «estrattiva» è all’origine della loro desertificazione. Tra l’affermare che «con la cultura non si mangia» e l’affermare che «con la cultura si mangia» non corre molta differenza: sono entrambe figlie della stessa visione e degli stessi errori strategici che portano i drammatici tagli dei finanziamenti pubblici perché non immediatamente redditizi.

Il rottamometro

Fossi Beppe Grillo non mi preoccuperei né dei giornalisti – molti dei quali ballano la musica che lui sceglie – né di coraggiose letture dell’articolo 67 da parte dei suoi – che la musica la conoscevano prima di entrare in sala. Il rischio maggiore per Grillo lo suggerisce stamattina Michele Brambilla sulla Stampa:

Mantenere il successo, come sanno anche gli sportivi, è più difficile che raggiungerlo. Come l’ex comico genovese intenda gestire il successo in questa prima fase, è fin troppo chiaro. Mantenendo lo stile aggressivo della campagna elettorale. Dando a tutti «gli altri» della faccia da c., fosse anche una faccia nuova come quella di Matteo Renzi.

Lo ricordava ieri Bersani a Che tempo che fa e anche Severgnini stamattina sul Corriere: quando il M5S ha accettato il modello parlamentare, ne ha accettato implicitamente le regole (poi magari l’obiettivo è l’autodistruzione del sistema, Simone Weil redacted, altro che novità). Ma accadrà anche un’altra cosa, non appena il M5S entrerà in parlamento:

partirà un orologio.

Per Grillo è già partito da tempo, ne è lui stesso consapevole, e credo che i media tradizionali – su tutti, la televisione – siano ancora i principali custodi di questo tempo, quelli che azionano le lancette. Senza televisione, quanta opinione pubblica sarebbe oggi così stufa delle “facce” della vecchia classe dirigente? Forse anche per questo Grillo ne resta lontano: non solo perché l’informazione cattiva manipola ma perché qualsiasi informazione espone. Siamo un paese che si stufa presto e facilmente (anche per questo siamo nei guai). In parlamento sfuggire agli elettori potrebbe non essere semplice come sfuggire ai giornalisti. Magari sarà buffo, ma solo all’inizio. E se per caso “gli altri”, una volta incassato l’ennesimo vaffa, riuscissero a mettere su qualcosa con due pezzi di lego? O almeno riuscissero a non produrre nuove macerie di cui lo scontento si alimenta? Magari la televisione non li troverà mai, i parlamentari del M5S, ma comunque non abbandonerà il noto formato “intervista alla gente stufa”. E già ieri, là in mezzo, qualcuno parlava di fiducia a tempo. Quanto tempo e quanta fiducia il M5S chiederà ai suoi elettori? E soprattutto – in un contesto ancora politico, cioè sociale, cioè linguistico – quanto sarà profondo il divario tra fiducia richiesta e fiducia concessa agli altri dal M5S?

Rassegna della domenica

  • Il requisito minimo della credibilità [Luca Ricolfi, La Stampa]
    Forse c’è chi voterà solo quelli con i baffi rossi e le sopracciglia nere, o solo quelli con ancora una moneta da cento lire in tasca come portafortuna, o solo quelli con almeno una canzone di Pupo nell’ipod. Questo per dire che di fronte alla scarsa ragionevolezza dei criteri di selezione dall’alto non sorprenderebbe registrare domani una certa svogliatezza e un’analoga assenza di buon senso nelle preferenze dal basso. E però un criterio non vale l’altro, e se qualcuno volesse affidarsi alla regola di non votare né imputati né rinviati a giudizio, oggi Luca Ricolfi sulla Stampa fa il riepilogo della situazione nelle liste. Detto ciò, che tristezza. E che cosa gli puoi dire a Serra? Cosa? Niente gli puoi dire a Serra: «la politica ha delegato al solo criterio giudiziario ciò che lei stessa non è più in grado di stabilire».
  • Ostaggi del pensiero breve 12 [Carlo Bordoni, La Lettura – Corriere]
    A un certo punto, siccome ci siamo resi conto che dare in pasto alle macchine certe regole semantiche indispensabili non era proprio una passeggiata come credevamo, abbiamo un po’ mollato e piuttosto siamo andati incontro noi alle macchine e ci siamo fatti imboccare noi un po’ di regole algoritmiche da loro. Ammesso che ci sia ancora spazio per la riflessione nella pratica della scrittura, questa pratica oggi deve misurarsi con esigenze inimmaginabili fino a ieri, come quella dello stare-in-140-caratteri o essere SEO-friendly (ho tanta paura, papà). E comunque breve, devi essere breve. E scrivi semplice, per favore. Bene. Ma a me il dubbio rimane: chi ha addestrato chi? Di tutto questo non parla il sociologo Carlo Bordoni oggi sulla Lettura, ma un po’ sì.
  • Nazismo e deportazione a Rodi [Roberto Coaloa, Domenica – Sole24Ore]
    La verità è che il Giorno della Memoria non è solo il dovere di ricordarle ma anche un’occasione per conoscerle, le cose. E io, a trent’anni (e ben tredici giornate della memoria alle spalle), questa degli ebrei di Rodi non la sapevo. Dopo l’8 settembre 1943 le truppe naziste occuparono Rodi ma trascorsero ben nove mesi prima che affrontassero la questione di cosa fare degli ebrei dell’isola. Nove mesi di incertezza atroce, di speranza, di dubbi. Poi, il 23 luglio del ’44, tre imbarcazioni con 1700 prigionieri partirono verso il Pireo e, una volta lì, i prigionieri furono trasferiti in camion verso il campo di Haîdari e infine in treno verso Auschwitz, dove giunsero il 16 agosto 1944. Ora, sai qual è il punto? Il punto è che prima di arrivare al Pireo le imbarcazioni deviarono verso Kos per prelevare altri 77 ebrei di quell’isola lì. Ma sai qual è il vero punto? Il vero punto è che poi non tirarono diritto verso il Pireo, no, deviarono verso Leros. E sai quanti ce ne stavano ebrei a Leros? Uno.

Rassegna della domenica

  • Sì, no, anzi: probabilmente [Domenica, Il Sole 24 Ore]
    Sondaggisti, scommettitori, rabdomanti. Parliamoci chiaro: siamo un paese che maneggia con fiducia le nozioni di “probabilità”, “possibilità” e “statistica” senza manco una sfogliata rapida al libretto d’istruzioni. Stiamo ancora lì a spiegarla con l’esempio del dado (sbagliando). Carlo Rovelli – fisico e filosofo della scienza – ha scritto un pezzo che c’entra molto con lo stato della nostra istruzione, con i pregiudizi collettivi, con l’uso inappropriato e fuorviante del linguaggio scientifico (anche da parte dei media). Sai che? C’entra molto con tutto.
  • La dittatura del «carino» [La Lettura, Corriere della Sera]
    Guido Vitiello parla di “timore reverenziale” verso le grandi categorie estetiche del passato (“bello” e “sublime”). Troppo buono. “Carino” è l’indizio di una catastrofe linguistica in atto, c’è poco da scherzare. Insieme a “interessante” è l’aggettivo che più di tutti testimonia la penuria lessicale e la pigrizia mentale dei nostri tempi. Ed è letale, come ogni parola jolly che riempiamo di un qualsiasi senso a piacere, perfino il contrario di se stessa (carino = non carino). Vitiello fa il triste punto della situazione, a partire dal libro Our Aesthetic Categories: Zany (“bizzarro”), Cute, Interesting di Sianne Ngai, anglista dell’Università di Stanford.
  • Le tante versioni del populismo [La Lettura, Corriere della Sera]
    È uno degli aspetti collaterali più tediosi della crescita del populismo: la crescita del dibattito sul populismo. E siccome lo tiriamo in ballo di continuo – e a volte un po’ a capocchia – oggi Giovanni Belardelli (docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Perugia) fornisce un utile bignamino sulla storia del populismo: “armato in Russia, rurale negli Usa, ma solo con Perón diventò un regime”. Nella stessa pagina dell’inserto e sullo stesso tema, Dario Di Vico intervista Yves Mény, studioso francese di scienze politiche (e autore del volume «Populismo e democrazia»), che però stavolta non dice niente di nuovo.
  • E se vincesse ancora Berlusconi? [La Stampa]
    Come da titolo: un esercizio apocalittico domenicale di Luca Ricolfi. Pare che negli studi elettorali Berlusconi sia un caso interessante di effetto winner, ovvero “ti dico ora che voto A ma so già che voterò B” (peraltro empiricamente indistinguibile dall’effetto “no, in verità ho cambiato idea all’ultimo”). In un certo senso, Ricolfi riformula e articola con argomenti seri questa vecchia domanda da bar che ci ripetiamo da anni: com’è che tutti dicono io-non-l’ho-votato ma poi è sempre lì?

Ultima segnalazione. Dato che tra cinque settimane si vota (che a dirla così sembra domani), anche il gruppo dell’inserto culturale del Sole 24 Ore non rinuncia al noto esercizio dei grandi quotidiani nazionali: le domande al candidato premier. Sono cinque e riguardano cultura ricerca e istruzione, l’aspetto più trascurato non solo da tutti i governi recenti ma anche dall’ultimissimo, quello chiamato un anno fa a metterci una pezza. Non c’erano risorse, dice. E neanche molto coraggio, forse.

Di tutte le domande soltanto la terza solleva una questione specifica, su cui il gruppo del Sole porta avanti una battaglia da anni: l’insegnamento obbligatorio della musica nelle scuole di ogni ordine. D’accordo tutta la vita. Non la clavietta suonata a orecchio: la musica.