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Rassegna della domenica

  • Il requisito minimo della credibilità [Luca Ricolfi, La Stampa]
    Forse c’è chi voterà solo quelli con i baffi rossi e le sopracciglia nere, o solo quelli con ancora una moneta da cento lire in tasca come portafortuna, o solo quelli con almeno una canzone di Pupo nell’ipod. Questo per dire che di fronte alla scarsa ragionevolezza dei criteri di selezione dall’alto non sorprenderebbe registrare domani una certa svogliatezza e un’analoga assenza di buon senso nelle preferenze dal basso. E però un criterio non vale l’altro, e se qualcuno volesse affidarsi alla regola di non votare né imputati né rinviati a giudizio, oggi Luca Ricolfi sulla Stampa fa il riepilogo della situazione nelle liste. Detto ciò, che tristezza. E che cosa gli puoi dire a Serra? Cosa? Niente gli puoi dire a Serra: «la politica ha delegato al solo criterio giudiziario ciò che lei stessa non è più in grado di stabilire».
  • Ostaggi del pensiero breve 12 [Carlo Bordoni, La Lettura – Corriere]
    A un certo punto, siccome ci siamo resi conto che dare in pasto alle macchine certe regole semantiche indispensabili non era proprio una passeggiata come credevamo, abbiamo un po’ mollato e piuttosto siamo andati incontro noi alle macchine e ci siamo fatti imboccare noi un po’ di regole algoritmiche da loro. Ammesso che ci sia ancora spazio per la riflessione nella pratica della scrittura, questa pratica oggi deve misurarsi con esigenze inimmaginabili fino a ieri, come quella dello stare-in-140-caratteri o essere SEO-friendly (ho tanta paura, papà). E comunque breve, devi essere breve. E scrivi semplice, per favore. Bene. Ma a me il dubbio rimane: chi ha addestrato chi? Di tutto questo non parla il sociologo Carlo Bordoni oggi sulla Lettura, ma un po’ sì.
  • Nazismo e deportazione a Rodi [Roberto Coaloa, Domenica – Sole24Ore]
    La verità è che il Giorno della Memoria non è solo il dovere di ricordarle ma anche un’occasione per conoscerle, le cose. E io, a trent’anni (e ben tredici giornate della memoria alle spalle), questa degli ebrei di Rodi non la sapevo. Dopo l’8 settembre 1943 le truppe naziste occuparono Rodi ma trascorsero ben nove mesi prima che affrontassero la questione di cosa fare degli ebrei dell’isola. Nove mesi di incertezza atroce, di speranza, di dubbi. Poi, il 23 luglio del ’44, tre imbarcazioni con 1700 prigionieri partirono verso il Pireo e, una volta lì, i prigionieri furono trasferiti in camion verso il campo di Haîdari e infine in treno verso Auschwitz, dove giunsero il 16 agosto 1944. Ora, sai qual è il punto? Il punto è che prima di arrivare al Pireo le imbarcazioni deviarono verso Kos per prelevare altri 77 ebrei di quell’isola lì. Ma sai qual è il vero punto? Il vero punto è che poi non tirarono diritto verso il Pireo, no, deviarono verso Leros. E sai quanti ce ne stavano ebrei a Leros? Uno.

Rassegna della domenica

  • Sì, no, anzi: probabilmente [Domenica, Il Sole 24 Ore]
    Sondaggisti, scommettitori, rabdomanti. Parliamoci chiaro: siamo un paese che maneggia con fiducia le nozioni di “probabilità”, “possibilità” e “statistica” senza manco una sfogliata rapida al libretto d’istruzioni. Stiamo ancora lì a spiegarla con l’esempio del dado (sbagliando). Carlo Rovelli – fisico e filosofo della scienza – ha scritto un pezzo che c’entra molto con lo stato della nostra istruzione, con i pregiudizi collettivi, con l’uso inappropriato e fuorviante del linguaggio scientifico (anche da parte dei media). Sai che? C’entra molto con tutto.
  • La dittatura del «carino» [La Lettura, Corriere della Sera]
    Guido Vitiello parla di “timore reverenziale” verso le grandi categorie estetiche del passato (“bello” e “sublime”). Troppo buono. “Carino” è l’indizio di una catastrofe linguistica in atto, c’è poco da scherzare. Insieme a “interessante” è l’aggettivo che più di tutti testimonia la penuria lessicale e la pigrizia mentale dei nostri tempi. Ed è letale, come ogni parola jolly che riempiamo di un qualsiasi senso a piacere, perfino il contrario di se stessa (carino = non carino). Vitiello fa il triste punto della situazione, a partire dal libro Our Aesthetic Categories: Zany (“bizzarro”), Cute, Interesting di Sianne Ngai, anglista dell’Università di Stanford.
  • Le tante versioni del populismo [La Lettura, Corriere della Sera]
    È uno degli aspetti collaterali più tediosi della crescita del populismo: la crescita del dibattito sul populismo. E siccome lo tiriamo in ballo di continuo – e a volte un po’ a capocchia – oggi Giovanni Belardelli (docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Perugia) fornisce un utile bignamino sulla storia del populismo: “armato in Russia, rurale negli Usa, ma solo con Perón diventò un regime”. Nella stessa pagina dell’inserto e sullo stesso tema, Dario Di Vico intervista Yves Mény, studioso francese di scienze politiche (e autore del volume «Populismo e democrazia»), che però stavolta non dice niente di nuovo.
  • E se vincesse ancora Berlusconi? [La Stampa]
    Come da titolo: un esercizio apocalittico domenicale di Luca Ricolfi. Pare che negli studi elettorali Berlusconi sia un caso interessante di effetto winner, ovvero “ti dico ora che voto A ma so già che voterò B” (peraltro empiricamente indistinguibile dall’effetto “no, in verità ho cambiato idea all’ultimo”). In un certo senso, Ricolfi riformula e articola con argomenti seri questa vecchia domanda da bar che ci ripetiamo da anni: com’è che tutti dicono io-non-l’ho-votato ma poi è sempre lì?

Ultima segnalazione. Dato che tra cinque settimane si vota (che a dirla così sembra domani), anche il gruppo dell’inserto culturale del Sole 24 Ore non rinuncia al noto esercizio dei grandi quotidiani nazionali: le domande al candidato premier. Sono cinque e riguardano cultura ricerca e istruzione, l’aspetto più trascurato non solo da tutti i governi recenti ma anche dall’ultimissimo, quello chiamato un anno fa a metterci una pezza. Non c’erano risorse, dice. E neanche molto coraggio, forse.

Di tutte le domande soltanto la terza solleva una questione specifica, su cui il gruppo del Sole porta avanti una battaglia da anni: l’insegnamento obbligatorio della musica nelle scuole di ogni ordine. D’accordo tutta la vita. Non la clavietta suonata a orecchio: la musica.