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Dare nomi alle cose

Ieri l’ex presidente del Consiglio Mario Monti se l’è presa con il Corriere della Sera, con i «commentatori autorevoli formatisi nella prima e nella seconda repubblica» e, in genere, con un certo modo di scrivere di politica in Italia (non è la prima volta che critica le abitudini della stampa, ma finora era stato meno esplicito, che io ricordi). E il direttore De Bortoli gli ha risposto su Twitter «grazie della rassegna», che mi avrebbe anche strappato un sorriso se non fosse che la rassegna me lo toglie subito dalla faccia, se di rassegna si tratta.
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Ripartire dalle domande, intanto

Ernesto Galli della Loggia ritornava stamattina sui rapporti tra politica e informazione, questione molto dibattuta da una parte di professionisti del settore ma largamente sottovalutata da tutta un’altra che da anni, evidentemente, vede nella dialettica domanda-risposta un gioco delle parti in cui le posizioni sono destinate a rimanere inalterate così come la quantità di informazioni complessiva al termine dello scambio. Visti da fuori, l’effetto paradossale è che chi fa le domande finisce col mimare chi dà le risposte e viceversa. Chiedersi ora se la cattiva informazione sia stata causa o conseguenza della cattiva politica è perfettamente inutile dal momento che i due fenomeni sono compresenti e paralleli da tempo. Però diciamo che la domanda, in teoria, arriva sempre prima e ha se non altro la possibilità di interrompere il circolo vizioso in qualsiasi momento.

Nel degrado così evidente che ha colpito la politica italiana negli ultimi vent’anni qualche colpa, forse, ce l’hanno pure l’informazione e chi ci lavora. Una soprattutto: quella di aver troppo tollerato la vacuità della chiacchiera politica. Cioè di aver troppe volte permesso ai politici di «parlare d’altro», di non dire nulla, di sottrarsi a ogni confronto con i fatti ricorrendo alle parole. Di aver troppe volte concesso ai propri interlocutori di indulgere al vizio, molto italiano, di intendere la politica non come cose da fare ma come discorso di puro posizionamento: «Se lei, egregio onorevole A, si sposta troppo a destra non teme che allora B occupi più spazio al centro?»; «Ma se il PP vuole perseguire una linea di destra come fa a tenere agganciato il DD che invece vuole da destra spostarsi al centro?»

Anche la risposta può interrompere il circolo vizioso (a volte basta ascoltare bene la domanda). Magari non si tratterà del miglior modo per riconoscere l’esistenza del problema, perché la risposta può essere tacciata di spocchia o essere vista come un tentativo di smarcarsi; ma ho come l’impressione che, in ogni caso, i limiti dell’informazione in questo paese siano stati recentemente messi a nudo dall’imbarazzo – a volte sincero a volte calcolato – del presidente Mario Monti di fronte a molte domande che gli sono state rivolte dai giornalisti in un anno e passa di governo. Quasi come se ogni volta si aspettasse molto di più da chi alzava la mano per prendere parola salvo poi rimanere interdetto, a volte perfino sbigottito. Già nella conferenza del 23 dicembre scorso, delle 48 domande dei giornalisti accreditati almeno un terzo era la riformulazione alternativa di due sole domande:
1. ti candidi?
2. con chi?
Domande legittime, specie alla vigilia delle elezioni più importanti degli ultimi vent’anni, ma che tradiscono effettivamente una certa impasse dei media – se non un colpevole autocompiacimento – nel dibattito stagnante del “puro posizionamento”.

L’ultimo buon esempio di questa tendenza è di venerdì scorso. Ospite a Otto e mezzo, a poche ore dall’annuncio della decisione di partecipare alle prossime elezioni con una propria lista, Monti ha risposto (quasi sempre) a circa 34 domande di Lilli Gruber per un totale di circa 50 minuti di trasmissione. Chi ha tempo e voglia può leggerle di seguito, dopo lo stacco, e farsi un’idea della differenza tra queste 34 domande e le 12 proposte dallo stesso Galli della Loggia come buone domande da rivolgere ai candidati dei gruppi parlamentari.

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Angelino’s speech: come fare cose con le parole

John L. Austin (1911-1961) era un filosofo inglese che parlava tantissimo e scriveva pochissimo (non come Socrate, che non ha scritto niente, ma quasi). Tant’è che il suo libro più importante, Come fare cose con le parole, è una raccolta postuma di sue lezioni tenute ad Harvard nel 1955. Austin dice che un momento essenziale del nostro parlare è quando noi facciamo cose già per il fatto stesso di dirle: giurare, promettere, battezzare, sposare, scusarsi. E non c’è altro modo di farle, queste cose qui: solo con le parole. Io posso giurarti qualcosa soltanto dicendoti «te lo giuro». Ora, per fare queste cose, servono almeno due attori in uno stesso contesto: io che parlo e tu che ascolti. Altrimenti, se sono io da solo, è tutt’al più una preghiera, una formula magica o un delirio, che per taluni sono anche sinonimi. La caratteristica più importante di questo genere di enunciati – Austin li chiama “performativi” – è che non si può dire se siano veri o falsi, qui il fact-checking non c’entra un accidente. Semmai si può dire se siano felici o infelici, adeguati al contesto o meno. Per esempio: felici, se mi scuso con te per aver registrato, per sbaglio, la finale di Champions sul filmino del tuo matrimonio; infelici, se mi scuso con te mentre mi cammini sullo stomaco coi tacchi a spillo.

Apparentemente simile, ma da tutt’altra parte, sta una funzione del linguaggio di cui non parla Austin, bensì Roman Jakobson (1896-1982), un linguista russo che prima di sistemarsi pure lui ad Harvard girò parecchio (erano gli anni che in Europa non conveniva neppure disfarle, le valigie). Questa funzione è detta fàtica (dal latino arcaico “fari” = “parlare”, un verbo difettivo da cui peraltro derivano un sacco di parole impegnative come “fama”, “fato”, “infanzia”) e si manifesta in tutte quelle occasioni in cui il nostro parlare si riduce a un puro test del canale, prove tecniche di comunicazione. Prova uno-due-tre prova. Un checking e basta, senza fact. Un po’ come quando alziamo la cornetta del telefono e diciamo «pronto?». Pronto chi? A fare che? Certo che è pronto, ha telefonato lui (questa curiosa risposta automatica senza senso è un’eredità dei tempi in cui tra te e me c’era di mezzo un centralinista, e quindi quel «pronto?» era necessario, referenziale, e non fàtico: tu rispondevi «sì, pronto» e il centralinista allacciava).

Ora, cosa c’entra Alfano con Austin e Jakobson?

Temo che nel linguaggio delle istituzioni sia oggi dominante la funzione del secondo tipo, quella fàtica, e siano assai più rari i momenti linguistici performativi. Viviamo da decenni in un contesto politico e sociale in cui la parola non comporta più niente, un mondo di “dichiarazioni” senza azioni, di litanie inascoltate. E proprio su questo meccanismo del reciproco non ascoltarsi si regge l’autoconservazione dello stato delle cose. Ogni tanto, però, capita ancora che uno parli ma che l’altro ascolti: in seguito all’intervento alla Camera di Alfano di venerdì scorso (leggi “parole”), Mario Monti ha deciso di presentare al Presidente della Repubblica le sue «irrevocabili dimissioni» (leggi “cose”). Al di là delle sue reali intenzioni, Angelino Alfano ha avuto una prova lampante di una realtà paradossalmente dimenticata e perfino temuta, specie da chi teme le responsabilità: che lo strumento della politica è la parola. Più che gli attori, le “solite facce”, dovrebbe preoccuparci il solito scenario. Il primo auspicio per il nostro paese è di recuperare in fretta uno spazio comunicativo in cui no, non puoi dire il cazzo che ti pare ed essere relativamente certo dell’immutabilità del contesto. E prima che sia troppo tardi faremmo bene anche a occuparci di tutti quegli altri, quelli dell’ “anti-politica”, quelli che i fatti sono il contrario delle parole. Ma manco per sogno.